SOMMARIO
ULTIMO
NUMERO


ARCHIVIO

ARCHIVIO


Abbonamento
 ad INTERVenti per il 2006 solo

10 €

2005-1

 

Integrazione o integrazione!

La democrazia deve anche garantire il dialogo tra maggioranza e minoranze

Integration ja, aber eine erzwungene Integration widerspricht
den Grundgedanken der Demokratie.

Parlare di "integrazione" o parlare di "integrazione!" non dire la stessa cosa, anzi, per essere precisi, significa dire l’opposto. Perciò quando sentiamo parlare di tale questione occorre prestare grande attenzione al tono che viene usato per sapere di cosa, in verità, si stia parlando. La questione in sé riguarda il rapporto tra maggioranza e minoranze in una società democratica. È il tema di queste settimane, ma anche un tema che sempre e di nuovo si pone in un mondo in cui la mobilità al di fuori dei confini nazionali sta diventanto la regola e non più l’eccezione, specialmente in ambito europeo.

Se durante un dibattito su questi problemi il tono tende a quell’esclamativo consiglio ad ognuno di abbandonare la discussione, perché, di fatto, non c’è più niente da discutere.

La maggioranza, avvalendosi della sua superiorità numerica, ha deciso anche per la minoranza e il dialogo puramente virtuale. Se poi una maggioranza possa permettersi questi toni in una società democratica  questione da Corte Costituzionale. Se, invece, il tono  sereno e pacato allora possiamo cominciare a ragionare insieme e questo ragionare insieme è già un passo, forse il più importante, sulla strada dell’integrazione perché l’essenza dell’integrazione è il dialogo.

Ragionare significa distinguere ed evitare inutili confusioni.

Primo distinguo: l’integrazione non può mai essere un fatto culturale, per il semplice fatto che un fondamento della società democratica  la libertà di pensiero e di opinione. Il concetto di Leitkultur, nel vuoto senso in cui viene sbandierato in questi giorni, una sciocchezza che possono permettersi soltanto gli arroganti! Diverso  il concetto di cultura egemone, cioè quello di una "cultura" nei cui contenuti qualificati e qualificanti molti individui di una società possono liberamente riconoscersi ed identificarsi. In questa fase postmoderna la cultura occidentale razionalista, egemone per molto tempo, sta tramontando e non saranno certo vuoti e nostalgici concetti che la possono rispolverare, ma un progetto nuovo che sappia orientare le coscienze verso il futuro. Si sente la mancanza degli intellettuali in questo dibattito. Che stanno facendo? Che stanno pensando? Non sarebbe male se, un volta tanto, facessero sentire la loro voce quando necessario e non quando  troppo tardi!

Secondo distinguo: l’integrazione non può mai essere un fatto religioso, per il semplice fatto che l’altro fondamento della società democratica la libertà di religione e, se permettete, anche quella di non-religione! Come non esiste una Leitkultur non esiste neppure una Leitreligion. Quello che invece andrebbe sempre e di nuovo ribadito la separazione fra Stato e religioni. Peccato che, a turno, tutti facciano finta di dimenticarsene, imponendosi reciprocamente i propri principi: velo sì, velo no; crocifisso sì, crocifisso no. La questione invece sarebbe se 2-3 ore di religione su una somma di 22-26 ore settimanali in una Grundschule non siano effettivamente troppe! Dov’è la voce dei laici a questo proposito? A Memmingen ho sentito dire da una mamma che il suo ragazzino di dodici anni era tornato a casa sconvolto dopo aver visto un video sull’aborto durante l’ora di religione. Queste sono le cose che dovrebbero scandalizzare e non tanto i veli o i crocifissi.

Terzo distinguo: l’integrazione può essere un fatto eminentemente linguistico? Vediamo:  necessario e giusto che, colui/colei che decide di vivere in Germania, si ponga ad impararne la lingua, ma fino a che punto l’apprendimento del tedesco può diventare conditio sine qua non per vivere in Germania? Incoraggiare l’apprendimento della lingua corrente giusto, imporlo no, per il semplice fatto che non è possibile farne una legge generale valida per tutti e in ogni luogo. Kant insegna. Dovrebbero forse tutti i tedeschi che abitano al Lago di Garda parlare perfettamente l’italiano? D’altra parte una società rigidamente monolinguistica non costituisce necessariamente un vantaggio nel villaggio globale. Molto più importante sarebbe formare il maggior numero di bilingue o trilingue, persone che possono fare da tramite fra i popoli.

Quarto distinguo: il Bundeskanzler Schröder ha posto sul giusto binario un discorso che tende a deragliare da ogni parte. Integrazione significa soprattutto rispetto della Costituzione e delle Leggi vigenti dello stato dove si vive. Una frase che mi trova concorde se non che io vedrei anche questo fondamento in modo dinamico/democratico. Non per quello che riguarda la Costituzione, ma per le Leggi, penso che anche le minoranze debbano avere il diritto di esprimersi sulla loro validità. Per esempio: se vado ad abitare in California devo essere acriticamente d’accordo anche con la pena di morte?  Ho o non ho il diritto di manifestare il mio dissenso? E se, vivendo in Germania, trovo che il suo sistema scolastico sia troppo discriminante nei confronti dei bambini che provengono da famiglie disagiate o straniere, posso permettermi una critica costruttiva? E come dimostro al meglio la mia integrazione? Tacendo e accettando passivamente o parlando ed esprimendo il mio pensiero?

"Integrazione" e "integrazione!": una parola, ma due opposti significati.

È il tono che fa la melodia.

Miranda Alberti

 

Werk à porter

I capi unici e pregiati di una giovane stilista di Monaco

Saskia Geiges, Strickerin und Modemacherin aus München, war im Gegensatz zu vielen Bayern, keine "Italienbegeisterte" - bis sie aus Liebe auf die Insel Elba zog. Sie erzählte uns von Kunst, Mode und ihrer Beziehung zur Toskana.

Saskia aveva 23 anni e scarsissima simpatia per l’Italia e gli italiani quando, in un grande magazzino di Friburgo, conobbe Ivano, toscano dell’Elba in visita ad un amico nella cittadina ai piedi della Foresta Nera dove lei studiava per diventare insegnante.

La tipica situazione "ragazzo timido chiede ad amico con parlantina in visita di abbordare bella ragazza bionda” ebbe il quasi scontato finale "bella ragazza bionda ed amico con parlantina in visita si piacciono ed escono senza amico timido”.

Alcune caratteristiche di Ivano colpirono infatti Saskia fin dal primo momento, spingendola a rivedere, lei francofila convinta, alcune sue posizioni sul Belpaese e i suoi abitanti e a partire il 24 dicembre, un mese dopo il primo incontro, per l’Italia, per trascorrere le vacanze con Ivano e la sua famiglia. A dispetto delle non proprio promettenti premesse, il rapporto durò più di un Natale e, dopo un po’ di estati trascorse a Marina di Campo a fare lavori stagionali, Saskia lasciò l’Università e decise di trasferirsi a Firenze per lavorare come ragazza alla pari e potersi pagare un corso di tessitura su telaio a mano all’Art Studio Fuji di via Guelfa.

La scelta di intraprendere qualcosa di natura creativa non fu forse casuale per chi, da sempre, aveva respirato arte in famiglia: il padre infatti un noto fotografo che negli ultimi anni, abbandonato il campo pubblicitario, si dedica prevalentemente all’esecuzione di delicati monocromi accompagnati da haiku, brevi poesie giapponesi, di cui riprende la struttura, mentre il fratello un affermato designer di mobili che ha collaborato, fra l’altro, all’arredamento di un locale cult sull’isola croata di Hvar.

Saskia, attratta invece dalla moda, si interessò inizialmente "non tanto al modello” come ci racconta "quanto a quello che viene prima: al tessuto”.

Proprio questa predilezione per l’aspetto materico del processo creativo la spinse a lasciare lo stage presso l’atelier di una stilista di Monaco: "Lei era in qualche modo geniale, faceva delle cose simili ai Missoni, colorate, pazze, originali, ma io non ero soddisfatta della qualità dei filati che usava e della rifinitura dei capi”. Per perfezionare le sue conoscenze in questo senso Saskia tornò in Toscana: non più all’Elba – la storia con Ivano, in crisi da un po’, si era intanto definitivamente conclusa – ma ad Empoli, dove frequentò un corso di Tecnico Stilista Maglieria presso la scuola di moda Sarteco. Al suo ritorno in Germania si stabil ad Aying, piccolo comune a sud-ovest di Monaco dove sperava di ritrovare l’atmosfera della sua infanzia – trascorsa nella campagna intorno a Wolfratshausen - e dove avviò un laboratorio. Per i suoi capi coni il termine Strickwerk: abbinando al termine Stricken, che richiama alla mente nonnine occhialute in poltrona, quello di Werk, da wirken, "lavorare”, per spostare l’accento più che sull’azione, sul risultato, sull’opera scaturita dal "fare la maglia”.

"In questa fase della mia attività” – ci dice ancora – "creavo modelli che non erano necessariamente finalizzati alla vendita. Creavo più che altro per mettere alla prova il mio talento e la mia abilità. Cosa che faccio tuttora, sebbene a volte la pressione delle esigenze di mercato sia molto forte”.

Proprio questa voglia continua di sperimentazione fa sì che le creazioni di Saskia siano uniche. Materia prima prediletta sono lana Merinos e Mohair per i capi invernali e lino e seta per l’estate, i colori dei filati i più diversi, mescolati sapientemente fino ad ottenere nuances originali. Risultato sono capi morbidi, quasi un fermento notevole nella moda, che al contrario, in Italia, le sembra da anni un po’ sonnecchiare. "Tutti ritengono l’Italia la capitale mondiale del gusto e questo certamente vero se si guarda ai grandi nomi come Armani o Dolce&Gabbana, ma, per quanto riguarda la moda della gente, dei negozi, della strada, sono anni che l’Italia non offre novità. Tutti sono vestiti in maniera molto simile, vittime di una omologazione imperante un po’ in tutta Europa. Fanno eccezione Londra, che a volte per esagera in eccentricità, ma soprattutto Parigi e alcune realtà considerate per altri versi piuttosto provinciali, come, appunto, Bruxelles”.

L’opinione di Saskia, seppure non condivisa da molti italiani, che, punti nell’orgoglio, vi vedranno magari un residuo della francofilia di un tempo, troverà invece d’accordo tutti quelli che soffrono nel vedere in tutta la penisola librerie, caffé storici o piccoli artigiani fagocitati dai megastore delle multinazionali dell’abbigliamento, che offrono prodotti imbattibili sul prezzo, ma spesso scadenti nei materiali e nelle rifiniture.

E noi cosa ne pensiamo? Ci riflettiamo nell’accomiatarci da lei che, quando non è in Italia, dove è spesso per lavoro, per visitare amici o semplicemente per tornare in un paese che si  ritrovata ad amare nonostantela diffidenza iniziale, vive sulle  rive del lago di Starnberg con il suo attuale compagno Markus. Ed  qui che, immersa nei colori terragni di un pomeriggio tardo autunnale, ci saluta, al suo fianco Baby, nero incrocio tra un San Bernardo e uno Schnauzer gigante, dal pelo folto e lanoso come il vello di un alpaca.

Rosanna Ricciardi

 

Un piccolo borgo, una grande storia

Preci non è solo famoso per la sua bellezza: il pittoresco paese della Valnerina in Umbria ha scritto infatti un importante capitolo nella storia della chirurgia.

Im Herzen Umbriens liegt ein kleines Stdtchen, Preci, das nicht nur wegen der schönen Aussicht und der einzigartigen Küche bekannt ist. Im Mittelalter kamen Patienten aus ganz Europa hierher, um den grauen Star oder Blasensteine chirurgisch behandeln zu lassen.

 

 

A prima vista Preci non ha nulla di diverso dagli altri paesi sparsi lungo la Valnerina, incastonato com’è tra il verde dei fitti boschi di questa meravigliosa parte dell’Umbria. E in effetti, questo piccolo borgo di circa mille anime deve la sua fama certamente più alla sua storia passata che non a quella presente. Sorto nella valle del torrente Campiano o valle Castoriana durante la colonizzazione Benedettina nell'alto Medioevo, fu rifugio di numerosi eremiti. Fu citata dal San Gregorio nel 594 d.C. nel "Dialogorum libri" per la presenza di numerosi eremi pre-benedettini. Tra XIII e XVIII secolo il nome di Preci fece il giro d’Europa passando di bocca in bocca soprattutto tra i nobili e i regnanti dei grandi paesi, e tutto grazie alla fama e all’abilità di quei suoi abitanti che si dedicarono all’attività medica. L’arte chirurgica preciana si sviluppò a partire dal 1215 circa, quando, a seguito del concilio Lateranense, la Chiesa vietò la pratica chirurgica all’interno delle abbazie e dei conventi, fino a quel momento veri e propri ospedali a disposizione di religiosi e laici. I monacus medicus erano figure sempre presenti nelle abbazie, al pari degli amanuensi, dei questuanti e di tutti gli altri che partecipavano attivamente alla vita della comunità. Il concilio del 1215, vietando la pratica medica ai religiosi, rischiava di far disperdere l’enorme patrimonio di conoscenze accumulato, fatto di esperienza pratica e di letteratura medica, quest’ultima gelosamente conservata nelle fornitissime e meravigliose biblioteche conventuali (scriptorium). Per evitare la dispersione di un tale patrimonio, i monaci benedettini dell’abbazia di Sant’Eutizio pensarono bene di trasferire il loro sapere agli abitanti della zona che già da diversi secoli praticavano la castrazione e la mattazione di suini e ovini. Proprio questa particolare attività aveva permesso ai preciani di acquisire particolari e dettagliate conoscenze anatomiche e un’abilità manuale davvero unica, in tempi in cui non era consentita l’autopsia sui cadaveri. Secondo alcuni studiosi, la pratica della castrazione e mattazione dei suini aveva avuto inizio nella zona, durante l’impero di Vespasiano, quando un cospicuo numero di ebrei venne relegato nei pressi di Norcia, a guardia delle mandrie di maiali. La religione ebraica, vietando il consumo di carni suine, rendeva i suoi adepti perfetti come guardiani, ma anche come lavoratori delle stesse carni. La pratica acquisita, venne tramandata di padre in figlio fino al momento in cui, sposandosi con lo studio della teoria e con l’acquisizione della conoscenza delle proprietà terapeutiche delle erbe, delle piante e delle acque sulfuree della zona, diede origine a una generazione di chirurghi tra i più famosi della storia. Durante Scacchi, Orazio Cattani, Sigismondo Carocci, per citare solo alcuni di essi, prestarono la loro opera al servizio delle corti d’Inghilterra e Austria, a quella del sultano Mehemed oltre a essere stimati e richiesti professori nelle più celebri università europee da Bologna a Parigi, nonché primari nei più prestigiosi ospedali. I chirurghi preciani erano specializzati soprattutto in tre tipi d’intervento: la litotomia (frammentazione e asportazione di calcoli vescicali), l’eliminazione della cataratta e la castrazione! La cataratta ebbe la sua importanza nei secoli perché responsabile del maggior numero di cecità guaribili chirurgicamente. I medici preciani si distinsero, oltre che per la loro abilità, anche per il fatto di tentare sempre ogni possibile terapia farmacologia prima di ricorrere all’intervento. Illustri personaggi furono operati di cataratta da chirurghi preciani e tra essi l’imperatrice d’Austria Eleonora Gonzaga nel 1468 e la regina d’Inghilterra Elisabetta Tudor nel 1588.

La preparazione all’intervento era piuttosto lunga; il paziente doveva restare digiuno per tre giorni, durante i quali veniva sottoposto a salassi ed enteroclismi, poi, arrivato il giorno dell’operazione (preferibilmente in primavera o autunno e nelle primissime ore del mattino), veniva bendato l’occhio sano e introdotto in quello malato un ago d’oro o d’argento con il quale si andava a eliminare la cataratta. Seguiva un periodo di nove giorni di convalescenza, durante i quali il paziente veniva tenuto al buio e a dieta strettissima.

La litotomia rappresentò la principale specializzazione per la quale la scuola chirurgica di Preci divenne nota anche oltre i confini regionali. Il “mal della pietra” come veniva definito a quei tempi il problema dei calcoli alla vescica, era dovuto alla composizione della dieta, costituita quasi totalmente da vegetali e cereali ricchi di ossalato di calcio (la carne era presente raramente anche sulle tavole delle famiglie più abbienti), che faceva sì che il problema si presentasse anche in giovanissima età.

Anche in questo caso, l’intervento era preceduto da alcuni giorni di dieta, durante i quali si consigliava al malato di bere tantissima acqua; il giorno dell’operazione si invitava il paziente (e mai termine fu più appropriato, visto le sofferenze che doveva sopportare!) a svolgere dell’esercizio fisico consistente nel salire e scendere una scala per far scendere il calcolo il più in basso possibile. A quel punto veniva fatto sedere con le gambe divaricate in posizione più elevata rispetto al chirurgo che praticava un taglio tra l’ano e la zona genitale; all’interno del taglio veniva inserita una sonda con apposita forma per prelevare il calcolo ed estrarlo. I calcoli di piccole dimensioni venivano fatti fuoriuscire con l’aiuto delle dita mentre, se di grandi dimensioni, si adoperava un attrezzo in grado di frantumarlo. Le ferite venivano lavate con vino caldo e medicate con pomate di trementina e grasso di maiale. Al paziente veniva consigliato di evitare di cibarsi di pane poco cotto, uccelli di palude, frutta cruda e acqua torbida (!).

La particolare attenzione dedicata dai preciani alla medicazione e cauterizzazione delle ferite e alla sterilizzazione degli attrezzi fu una delle basi del loro successo. Fino a quel momento, infatti, durante e dopo le operazioni sorgevano le più svariate complicazioni, dovute, quasi sempre, alla scarsa igiene degli ambienti e degli strumenti usati ed alla assoluta mancanza di cura per le ferite operatorie. Le infezioni erano causa di morte più degli insuccessi delle operazioni stesse. L’introduzione, ad esempio, del rasoio cauterizzatore durante gli interventi, limitò di molto le emorragie alle quali i pazienti andavano incontro oltre a costituire un ottimo disinfettante per i tagli operatori. Questi ultimi, poi, erano oggetto di particolari attenzioni anche dopo l’operazione, con la medicazione attraverso pomate e unguenti quasi sempre di origine vegetale che favorivano una rapida cicatrizzazione. Per quanto riguarda la castrazione, invece, la pratica veniva eseguita in prevalenza su giovani ragazzi, quasi sempre per permettergli di intraprendere la carriera canora e teatrale, vietata dalla Chiesa alle donne (divieto solennemente confermato da Sisto V nel 1588). I soggetti sottoposti a castrazione, oltre a una notevole altezza e un’abbondante capigliatura, sviluppavano il torace e conservavano la voce da soprano, in pratica una voce da donna con una potenza maschile. Celebri e ricchissimi, i castrati domineranno il teatro per circa due secoli, con personaggi come Farinelli, Caffarelli e Baratri. Molti celebri cantanti lirici nonché maestri di cappella, provenivano dal territorio nursino, castrati dagli “abili castratores” di Preci, e agli inizi del novecento, Domenico Mustafà di Sellano (vicino Preci) divenne anche direttore della Cappella Sistina.

Oggi Preci è un piccolo borgo che, come molti altri della Valnerina, punta molto sul turismo a sfondo ambientale, culturale, religioso e, perché no, gastronomico per uscire dal suo isolamento. Tappa obbligata per ogni turista è sicuramente l’abbazia di Sant’Eutizio, dove si radicalizzò la vocazione monastica di San Benedetto, fondata verso la fine del V secolo dal monaco siriano Eutizio, successore di Spes nella guida spirituale dei tanti cenobi che avevano trasformato la Val Castoriana in una tebaide di santi eremiti, forse la più antica tebaide di tipo orientale di tutta Italia. Intorno all'anno mille l’abbazia divenne uno dei più importanti centri religiosi, politici, economici e culturali del centro Italia. Isolata tra le montagne, l’abbazia era concepita come una cittadella autonoma che sopravviveva grazie ai propri possedimenti: i terreni in pianura fornivano i prodotti agricoli, mentre le aree alto-collinari quelli armentizi e manifatturieri. Le proprietà dell’abbazia offrivano grano, zafferano, formaggio, bestiame, olio, vino e perfino sale, proveniente dalle saline acquistate lungo le coste adriatiche. Di notevole importanza fu anche l’impegno dei monaci nella cura e gestione del vicino lebbrosario di San Lazzaro, sorto nel 1218 lungo le sponde del fiume Nera. La costruzione dell’attuale chiesa, iniziata nel 1190 e terminata nel 1236 da Maestro Pietro, coincide con la perdita di importanza politica dovuta all’emergere del potere comunale e di quello vescovile, tanto che già nel 1259 fu costretta a cedere i suoi territori al comune di Norcia. La chiesa romanica sorge su una primitiva chiesa altomedievale, costruita dopo la riforma benedettina. Sulla facciata possiamo ammirare un ricco rosone, circondato dai simboli degli Evangelisti, all’interno di un quadrato. Nel presbiterio, il sepolcro di S. Eutizio (1514) viene attribuito a Rocco di Tommaso da Vicenza. Oltre all’abbazia, vale sicuramente la pena visitare il paese, testimonianza di un antico passato che, tra i vicoli del borgo, sembra sopravvivere ancora oggi. Il Castello di pendio risale al XIII secolo; distrutto dal terremoto del 1328, nel 1528 si ribellò al potere di Norcia, dando rifugio ai suoi avversari politici, i Varano signori di Camerino. Per questo venne rasa al suolo e i fautori della ribellione relegati alle falde del monte Vettore, nell’insediamento di Castel Precino, come venne chiamato l’attuale e impervio Castelluccio. Ricostruito nel 1534, il suo tessuto medievale è caratterizzato dai molti palazzi gentilizi, frutto della fama acquistata nel mondo dai chirurghi preciani. Oggi Preci si presenta come un piccolo paese montano, racchiuso nelle sue antiche mura e attraversato da una fitta rete di piccole strade, fatte per la maggior parte a scalinata. Al centro del paese si erge la Chiesa di S. Maria, edificata dai monaci di Sant’Eutizio, con un bel portale del XIV secolo. A fianco della chiesa si trova le sede dell’antica Comunanza agraria e Società operaia di Preci. Queste istituzioni di origine medievale che regolavano l’uso della proprietà collettiva dei terreni, sono diffuse in tutta la dorsale appenninica, anche se oggi si limitano per lo più a distribuire i diritti di taglio di bosco e di sfruttamento delle tartufaie. L’antica gloria e lo splendore che pervase il paese nei secoli passati sono intuibili ammirando gli edifici con eleganti portali sormontati da stemmi del quartiere Scacchi, così detto perché sede dell’abitazione della famiglia che annoverava il maggior numero di chirurghi.

Proseguendo verso Norcia, si raggiunge Campi Vecchio, splendido esempio di castello di pendio medievale (Chiesa di S. Andrea del XIII secolo, con uno scenografico portico pensile del XVI sec., e la Chiesa della Madonna della Piazza, con affreschi di Antonio Sparapane), e Campi Basso. Qui si trova la Chiesa di S. Salvatore (già Pieve di S. Maria). Sono interessanti i cicli di affreschi di Giovanni e Antonio Sparapane (1464) e gli affreschi della chiesa più antica, una “Crocifissione” e le “Storie di Cristo al Limbo” di Nicola da Siena (XV sec.).

Per nulla secondario è l'aspetto turistico-gastronomico, sul quale tutta la zona di Preci punta molto per il rilancio della sua immagine. La Valnerina è terra ricca dal punto di vista gastronomico, con abbondanti e rinomate produzioni di salumi, formaggi, miele, lenticchie, farro. C’è veramente l’imbarazzo della scelta da queste parti: dagli antipasti a base di prosciutto di montagna, salame, lonza (detta anche capocollo), ai formaggi prodotti in quota dai pastori: dal saporito pecorino di Norcia, alla delicata ricotta, ai più sfiziosi formaggi aromatizzati al tartufo nero, il re della tavola da queste parti. E proprio con il prezioso tubero si possono realizzare ottimi primi piatti, dal risotto alle tagliatelle ai tipici “strangozzi” (detti anche “ciriole”), una pasta fatta con acqua e farina. Gli amanti della carne non resteranno delusi dalle innumerevoli specialità cotte alla brace, dal “castrato” (agnello da latte) al maiale, al cinghiale (ottimo anche per realizzare il sugo di condimento della pasta), alla selvaggina di ogni tipo. Anche coloro che preferiscono il pesce non avranno di che lamentarsi, degustando ad esempio i deliziosi gamberi di fiume  o le fresche trote nel Nera e dei suoi affluenti cotte anch’esse alla brace o insaporite con il tartufo nero. Possono star tranquilli anche i vegetariani e gli amanti delle cucine naturistiche, perché oltre all’abbondanza di verdure, di funghi e asparagi, questa è la patria dei legumi e dei cereali, alcuni dei quali riscoperti solo recentemente. Dalle piccole e tenere lenticchie di Castelluccio di Norcia che, nonostante i tentativi d’imitazione, non hanno uguali al mondo, al farro, cereale che si sta imponendo prepotentemente all’attenzione dei consumatori e con il quale è possibile preparare ottime zuppe con le quali riscaldarsi nelle fredde giornate invernali. A conclusione del pasto non si potrà fare a meno di assaggiare i prelibati frutti dei boschi della valle scegliendo tra more, lamponi, ribes e chiudere con un buon dolce a scelta tra i tanti proposti dalla tradizione locale.

Un posto di rilievo meritano l’olio extra vergine d’oliva DOP della Valnerina, ottimo come condimento di tutti i piatti e squisito per la realizzazione della “bruschetta” (fette di pane abbrustolito sulla brace e condite con olio, sale e, a piacere, aglio) e i vini, bianchi e rossi, adatti ad accompagnare ogni tipo di piatto.

Una gita a Preci ritempra lo spirito e soddisfa il palato: provare per credere!

 

 

Come raggiungere Preci

In aereo:  Aeroporto internazionale "Leonardo da Vinci" di Roma-Fiumicino

Aeroporto dell'Umbria di Perugia-S. Egidio

In treno:  Stazione di Spoleto

Stazione di Terni

In auto: Autostrada A1 uscita Orte, direzione Terni, poi S.S. 209 "Valnerina"

Autostrada A1 uscita Valdichiana direzione Perugia, Assisi, Foligno

Autostrada A14 uscita S. Benedetto del Tronto, proseguire per Ascoli Piceno, Forca Canapine, Norcia

In autobus: Collegamenti giornalieri da Perugia, Terni, Spoleto, Roma, Macerata

Franco Casadidio

 

 

 

 

ARCHIVIO DEGLI ARTICOLI SEGNALATI PRECEDENTEMENTE

 

[HOME] [italiano] [impressum] [archivio] [appuntamenti] [links] [abbonamenti] [sommario] [deutsch]

INHALT
DER LETZTEN
AUSGABE



Lettere e opinioni dei nostri lettori


e-mail
alla redazione