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Ein Branchenbuch im Taschenformat
Die “Pagine Italiane in Baviera” feiern ihren zehnten Geburtstag
Nel 1995 uscita la prima edizione delle "Pagine (gialle) Italiane in Baviera". Si tratta di un’iniziativa utile, nata quasi per gioco, ma di cui ogni anno viene riconfermata la validità. "Sempre a portata di mano per ogni evenienza” lo slogan che meglio definisce il libretto che indica agli italiani dove rivolgersi per avere un’informazione o un servizio nella loro lingua e ai tedeschi offre punti di riferimento per trovare ambienti, partecipare ad attività, approfondire le conoscenze linguistiche, vivere, insomma un po’ d’Italia anche ad di qua delle Alpi.
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Fast jeder war schon mal in der Situation, sich in einem fremden Land zu orientieren: Müde, der Sprache nicht mächtig und meistens noch mit schwerem Gepäck steht man am Hauptbahnhof einer unbekannten Stadt und freut sich, wenn ein Einheimischer einem den Weg zum nächsten Hotel oder auch nur die richtige Busnummer nennt. Viele Italiener in Bayern können ein Lied davon singen, wie schwer es ist, sich ohne Deutschkenntnisse in München und Umgebung zu Recht zu finden. Egle Maguolo-Wenzel hat diese Erfahrung selbst gemacht, als sie vor 40 Jahren aus Triest nach Deutschland gekommen ist. Um ihren Landsleuten den Einstieg in das Leben in Bayern zu erleichtern, hat sie ein Branchenbuch fr ortsansässige Italiener herausgebracht. In diesem Jahr feiern die erfolgreichen "Pagine Italiane in Baviera" ihren zehnten Geburtstag. Die Adressen im Heft reichen von Italienisch sprechenden Anwälten und Ärzten ber Gewerbe treibende aller Art bis hin zu Künstlern. Es ist darüber hinaus nicht nur ein hervorragendes Nachschlagewerk für Italiener, sondern bietet wichtige Informationen und Anlaufstellen für Italienliebhaber, die in Bayern mediterranes Flair und südliches Ambiente erleben wollen. Mittlerweile haben sich die "Pagine Italiane" gut etabliert und Egle Maguolo-Wenzel ist stolz auf die vergangenen zehn Jahre: "Am Anfang war es eine Heidenarbeit und ich habe im ersten Jahr drauf gezahlt." Für die Ausgabe im Jahr 1995 hatte die Italienerin eine Adressenliste vom Italienischen Konsulat zur Verfgung gestellt bekommen. Die Anzeigen entwarf die Dolmetscherin dann in mühevoller Kleinarbeit in ihrer Freizeit. "Es war eine Herausforderung", erzählt sie heute, "ich wollte trotz der Anfangsschwierigkeiten nicht aufgeben und habe damals gesagt, ich mache noch ein Jahr weiter". Und das war gut so, denn schon das zweite Adressbuch war erfolgreich: Die Ausgaben waren gedeckt und, was für die Herausgeberin viel wichtiger war, die "Pagine Italiane" wurden gelesen: "Eines Tages war ich in München unterwegs. Auf einmal bemerkte ich einen jungen Mann, der mein Heft dabei hatte – es steckte in der Gesäßtasche seiner Jeans", erzählt sie schmunzelnd. Somit wird auch der positive Nebeneffekt des Branchenbuches klar: Nicht nur der hohe Informationswert, auf den Egle Maguolo-Wenzel mittlerweile eine hohe Resonanz bekommt, sondern auch das handliche Format trägt zum Erfolg des Heftes bei. Denn man bringt es leicht in einer Handtasche, in einer Schreibtischschublade, im Handschuhfach im Auto – oder eben in einer Hosentasche – unter. Der Weg, den die meisten Italiener, die neu nach Bayern kommen, beschreiten, ist oftmals der gleiche: Sie steigen in München aus dem Zug und besuchen am Hauptbahnhof ein italienisches Restaurant. Durch Mundpropaganda bekommen sie dann die ersten nützlichen Informationen: Wie sie das Italienische Konsulat erreichen, wie sie an eine Aufenthaltserlaubnis kommen oder ab wann man beim Einwohnermeldeamt gemeldet sein muss. Darber hinaus gibt es "Comites" (Comitato degli Italiani all’Estero), vertreten durch zwölf gewhälte Vertreter in Bayern, die die Italiener hier untersttzen und unter anderem als Bindeglied zum Konsulat fungieren. Auch bei der Caritas gibt es beispielsweise italienische Ansprechpartner. Alle Adressen findet man auch in den "Pagine Italiane". Das Branchenbuch ist für 2,50 Euro unter anderem am Münchner Haupt- und Ostbahnhof, in der Buchhandlung Itallibri, Nordendstraße 19, und beim Italienischen Konsulat erhältlich. Weitere Informationen gibt es im Internet unter www.pag-ital-baviera.de und unter der Telefonnummer 089/788126.
Kirsten Ossoinig
San Benedetto da Norcia
La storia del santo umbro, patrono d’Europa
Norcia liegt im Herzen des grünen Umbriens in der Mitte des Nationalparkes der Monti Sibillini. Diese kleine Stadt ist nicht nur für ihre gastronomischen Spezialitäten und für ihre Geschichte berhümt, sondern auch weil sie die Heimatstadt des heiligen Benedikts ist. Dieser gründete im 6. Jahrhundert den Benedikterorden mit der bekannten heiligen Regel "ora et labora", bete und arbeite. Wir laden den Leser zu einem Besuch dieser eigenartig schönen Landschaft ein, die dem Besucher intensive Emotionen aber auch Ruhe und Entspannung schenken kann.
Quando, il 19 aprile, il cardinale Medina Estevez, affacciandosi alla finestra di San Pietro, ha annunciato l'elezione del nuovo Papa e, subito dopo, il nome da questi scelto come successore di Pietro, una parte dell'Umbria ha avuto un sussulto d'orgoglio misto a commozione, paragonabile, forse, solamente, a quello provato dai concittadini bavaresi di Papa Ratzinger. Per Norcia, patria di San Benedetto, la scelta del neo Pontefice di farsi chiamare col nome del santo fondatore del monachesimo occidentale è stato un omaggio inatteso quanto gradito.
Pochi conoscono la storia di questo Santo, nato a Norcia nel 480 e morto il 21 marzo del 547 a Montecassino, in quella abbazia da lui stesso fondata e divenuta, nel corso dei secoli, centro religioso e culturale di rilevanza europea.
In realtà, Benedetto a Norcia trascorse solamente i primi anni della sua vita, anni, però, che si rivelarono fondamentali per la sua formazione umana e spirituale. La Valnerina, infatti, era stata eletta da diversi anni quale luogo ideale per gli insediamenti eremitici di molti monaci, provenienti in gran parte dalle regioni orientali dell'ormai ex impero romano. L'asprezza del territorio, la scarsità di vie di collegamento, l'isolamento quasi totale di alcune zone, rendevano perfetta questa parte meridionale dell'Umbria per coloro che volevano provare l'esperienza di una vita ascetica, lontana dalle violenze e dagli eccessi che pervadevano la società dell'epoca.
Ancora oggi, lungo la strada che risale la valle scavata dal fiume Nera, è un continuo susseguirsi di eremi, abbazie, monasteri, oltre che di grotte scavate nella viva roccia, dove gli antichi anacoreti amavano isolarsi dal mondo e ritirarsi in preghiera per avvicinarsi ancor di più a Dio.
In questo scenario, il giovane Benedetto trova una sua dimensione spirituale che però, viene totalmente stravolta quando, spinto dalla sua famiglia, si trasferisce a Roma per completare gli studi. L'impero romano è ormai tramontato e la città eterna è in pieno disfacimento, con una società da tempo avvezza alle più orrende barbarie, corrotta e lontana da ogni ideale religioso. Per sfuggire al pericolo rappresentato da questa secolarizzazione, Benedetto si trasferisce prima ad Affile e poi a Subiaco. Qui sceglie una grotta inaccessibile quale sua nuova dimora, dando inizio ad un periodo di vita eremitica destinato a concludersi però, nel giro di poco tempo. La fama di santità del personaggio, infatti, si diffonde ben presto, attirando verso la figura di Benedetto decine di giovani discepoli bramosi di seguire le sue orme, ma anche l'invidia di altri confratelli che, desiderosi di liberasi di quella figura ormai ingombrante, tentano per ben due volte di avvelenarlo. Sulla scia di questi episodi, Benedetto decide di allontanarsi da Subiaco e stabilirsi a Cassino, dove, verso il 529, su un monte che sovrasta la città, fonda la famosa abbazia; qui si dedica alla stesura della famosa Sancta Regula, da tutti conosciuta per il sintetico motto "Ora et labora", prega e lavora.
La “Regola” pone al vertice del monastero la figura dell’abate
, inteso però non come un superiore, bensì come un padre amoroso, cardine dell’intera comunità.
A Montecassino Benedetto muore il 21 marzo 547, un mese dopo la scomparsa di sua sorella gemella, Santa Scolastica; entrambi riposano proprio all'interno della celebre abbazia, anche se la “guerra delle reliquie”, scoppiata quasi subito dopo la morte del Santo quando il possesso delle stesse era ritenuto elemento indispensabile per la comune devozione, ha permesso a diverse città europee di rivendicare il possesso dei resti del fondatore dell’ordine benedettino.
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Oggi la figura di San Benedetto, oltre che alla famosa “regola”, è legata inscindibilmente al nostro vecchio continente, specie da quando, il 24 ottobre del 1964, l'allora Papa Paolo VI proclama Benedetto “Santo patrono d' Europa”. La scelta di Papa Ratzinger, come da lui stesso sottolineato, oltre a voler onorare la figura di un grande Pontefice, Benedetto XV, primo Pastore della Chiesa a doversi confrontare con lo scenario di un conflitto mondiale, ha voluto anche essere un omaggio a San Benedetto da Norcia, padre del monachesimo e patrono d’Europa, un’Europa che nella sua costituzione non ha voluto inserire riferimenti alle proprie radici cristiane, ma che ugualmente, nelle intenzioni del Pontefice, viene affidata alla benevolenza di Dio per intercessione, appunto, del santo umbro.
Di seguito riportiamo alcuni interessanti aspetti relativi alla vita di un monaco benedettino;
La giornata del monaco
La giornata del monaco è scandita dall’alternanza tra lavoro e preghiera, così come richiesto dalla regola benedettina, secondo rigidi orari legati al sorgere e al calare del sole. Intorno a mezzanotte e mezza i monaci si svegliano e recitano in coro la preghiera detta “vigilia” che dura all’incirca due ore, durante la quale si susseguono 14 Salmi alternati a letture tratte dalle Sacre Scritture. Terminata questa prima preghiera il monaco può scegliere se tornare a riposare o dedicarsi alla lettura di testi sacri o alla recita di preghiere personali fino alle quattro, quando si torna in coro a recitare il “mattutino”, preghiera composta da Salmi e Inni che dura all’incirca fino al momento in cui si intravedono i primi raggi di sole. Da questo momento il monaco può dedicarsi ad una qualsiasi attività fino alle sei quando, con il sole ormai sorto (giornata primaverile), torna a recitare insieme agli altri confratelli la preghiera “dell’ora prima”. Subito dopo si tiene il “capitolo”, ossia la riunione di tutti i membri della comunità, che si divide in tre parti: liturgica, amministrativa, disciplinare. Nella prima l’abate recita una preghiera iniziale a cui segue la seconda parte dell’ora prima, la lettura di un capitolo della regola e la meditazione effettuata dall’abate stesso o da un altro superiore.
Nella parte amministrativa si illustrano i compiti spettanti a ogni monaco e viene fatta una breve relazione sulle necessità amministrative del monastero. Nella terza e ultima parte del capitolo, detta “Capitolo delle colpe”, il monaco colpevole di qualche mancanza si accusa di essa o viene accusato dai suoi confratelli che ne sono a conoscenza.
Terminato il capitolo si celebra una messa al termine della quale si torna a riunirsi in preghiera per la così detta “ora terza”. Al termine di questa e fino a mezzogiorno il monaco si dedica al lavoro che gli è stato assegnato dall’abate.
A mezzogiorno si recita “l’ora sesta” alla quale segue il pranzo, consumato in silenzio da tutti i confratelli tranne uno che viene incaricato di leggere alcune agiografie od altre Sacre Letture. Terminato il pranzo il monaco può riposarsi fino alle due del pomeriggio quando torna in chiesa per la recita della “nona”. A questa segue qualche ora di lavoro fin quando il “cielo non si tinge di rosso”, momento in cui ci si reca ancora in chiesa per la recita del “Vespro”. Se non è previsto il digiuno ci si reca al refettorio per la cena che deve concludersi prima che scendano le tenebre per permettere la recita della “Compieta”, ultima preghiera della giornata, che comprende tre Salmi, una lettura e un Inno Sacro. Terminata la Compieta il monaco deve ritirarsi in silenzio nel dormitorio così da poter riposare e essere pronto, poche ore dopo, alla recita del Notturno e quindi all’inizio di una nuova giornata.
Come si diventa monaco
Colui che chiede di entrare nell’ordine, per quattro o cinque giorni viene posto di fronte a tutta una serie di difficoltà e umiliazioni, così come previsto dalla “Regula”. Superato questo primo periodo di prova, viene ammesso al noviziato, dove resta per circa un anno. Durante questi dodici mesi, egli viene affidato a un monaco esperto che gli legge per tre volte l’intera regola benedettina e cerca di verificare la reale vocazione del novizio. Dopo un anno, se ancora persiste l’intenzione di entrare nell’ordine, il novizio promette solennemente di osservare la regola e viene ammesso nella comunità. Prima di diventare un “vero” monaco, egli deve promettere obbedienza all’abate, agli altri superiori nonché pronunciare solenne rinunzia ai suoi beni, ai suoi costumi . Sancito per iscritto tale proposito, devoluti in beneficenza o al monastero tutti i suoi averi, il novizio viene accolto ufficialmente nella grande famiglia benedettina.
Il lavoro del monaco
Nel motto sintetico della “Regola”, quell’ora et labora universalmente conosciuto, viene sintetizzata la vita del monaco, fatta di preghiera e lavoro, inteso da San Benedetto come un mezzo per scacciare l’ozio e non come un fine. Nei monasteri i monaci svolgono diversi lavori; c’è chi si occupa del disboscamento, della bonifica e coltivazione dei terreni e chi si dedica alla trascrizione di importanti opere letterarie. Sono questi i famosi amanuensi, monaci che passano il loro tempo a ricopiare testi sacri e, più raramente profani, impreziosendoli con meravigliose miniature. Un’altra figura non meno importante è quella del “cellario” il monaco addetto alla conservazione e distribuzione di cibo e suppellettili agli altri confratelli e incaricato dall’abate in persona, della gestione pratica di tutti gli affari contingenti del monastero.
La struttura gerarchica del monastero
La gerarchia interna del monastero è di tipo rigidamente piramidale. Al vertice c’è l’Abate, padre della comunità. L’Abate deve guidare i suoi monaci come un padre guida i suoi figli, invitandoli a seguire la retta via e non esitando nella punizione di coloro che si rendono rei di aver trasgredito la Santa Regola. Subito sotto l’abate troviamo il Priore, nominato direttamente dall’Abate stesso e suo stretto collaboratore nella gestione degli affari del monastero.
Norcia oggi
Visitando oggi Norcia, tappa obbligata è la chiesa di san Benedetto, affacciata sulla piazza principale della città, insieme al Palazzo del Comune, al Duomo e alla Castellina, antica fortezza militare a pianta quadrata ora adibita a sede museale. La chiesa, a croce latina, conserva al suo interno vari dipinti di scuola umbra alcuni dei quali riguardanti la vita del santo: tra i più pregevoli spiccano “L’incontro tra San Benedetto e Totila” datato 1621 ed opera di Filippo Napoletano e “La resurrezione di Lazzaro”, realizzato da Michelangelo Carducci nel 1562. A metà circa della navata, attraverso delle scalette laterali, si accede alla cripta, da dove è possibile ammirare le rovine di quella che la leggenda narra sia stata la casa natale di Benedetto e Scolastica, quella casa dove due tra gli innumerevoli santi che l'Umbria ha regalato alla Cristianità, trascorsero i primi anni della loro vita.
Norcia, però, non è solo San Benedetto, anche se, visitando la città, lo spirito del santo aleggia in ogni angolo; è anche natura, grazie alla sua ubicazione nel cuore del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, in un contesto paesaggistico di straordinaria bellezza. Dalla zona delle "Marcite" all'altopiano di Castelluccio con la sua meravigliosa fioritura d’inizio estate, alle forre del fiume Corno, è tutto un inno alla natura, all'ambiente, all’armonia del creato.
Le “Marcite” sono la sintesi perfetta tra la natura e il lavoro minuzioso dei monaci benedettini che nel medioevo, costruendo su questi terreni una fitta rete di canalizzazioni, li resero così fertili da consentire diversi sfalci a stagione.
L’altopiano di Castelluccio, posto a 1400 metri di altezza, circondato dalle possenti vette dei monti Sibillini, è uno spettacolo unico, sia che lo si visiti nella stagione invernale che in quella estiva, luogo ideale per la pratica degli sport invernali (sci di fondo, escursionismo con gli sci) come di quelli estivi (trekking, passeggiate a cavallo, mountain bike).
Norcia è arte e cultura, con i paesini che punteggiano tutto il territorio circostante e che, a dispetto delle loro modeste dimensioni, si rivelano meravigliosamente belli, come Campi con le sue chiese, o Preci con il suo borgo medievale e la famosa abbazia di S. Eutizio. Norcia è anche sinonimo di rievocazioni storiche e feste popolari come "la Pasquarella" nel mese di gennaio o "Li fauni" in dicembre, che riportano alla memoria antiche tradizioni che, spesso, affondano la loro origine nei culti pagani antecedenti la cristianizzazione della zona.
A tutto questo si è aggiunta, in anni recenti, la riscoperta del turismo gastronomico, che ha contribuito a far aumentare ulteriormente il flusso turistico nel comprensorio. La fiera del tartufo nero, forse il prodotto gastronomico più famoso della città, è una manifestazione che si tiene ogni anno l'ultimo week-end di febbraio e che richiama in città migliaia di persone provenienti da ogni parte d'Italia. Altri prodotti tipici, come la lenticchia di Castelluccio, i salumi di Norcia, lo zafferano, il farro, le carni di maiale, i formaggi, l’olio, rendono la zona una delle più ricche, dal punto di vista culinario, dell'intero territorio umbro.
Recentemente, poi, le richieste giunte da più parti hanno contribuito alla nascita di diverse attività turistiche che potremmo definire "innovative" o, usando un termine molto attuale “estreme”. Si è cominciato con le scuole di deltaplano e parapendio di Castelluccio di Norcia (a detta degli esperti uno dei migliori siti europei per la pratica di queste attività), per proseguire con il trekking da praticare lungo gli innumerevoli sentieri del Parco, il rafting lungo i fiumi Corno, Sordo e Nera, e, ultimo nato, il trekking a dorso di mulo.
Chi si reca a Norcia, insomma, può esser certo di avere tutti gli elementi a disposizione per godere di una vacanza indimenticabile: religione, arte, cultura, ambiente, cucina, sport, si fondono insieme, integrandosi perfettamente, per far trascorrere al turista un soggiorno meraviglioso all’insegna di quella pace e di quella tranquillità che, millecinquecento anni fa, contribuirono a formare lo spirito e il carattere del futuro Patrono d’Europa.
Come raggiungere Norcia
In aereo: Aeroporto internazionale "Leonardo da Vinci" di Roma-Fiumicino
Aeroporto dell'Umbria di Perugia-S. Egidio
In treno: Stazione di Spoleto
Stazione di Terni
In auto: Autostrada A1 uscita Orte, direzione Terni, poi S.S. 209 "Valnerina"
Autostrada A1 uscita Valdichiana direzione Perugia, Assisi, Foligno
Autostrada A14 uscita S. Benedetto del Tronto, proseguire per Ascoli Piceno, Forca Canapine, Norcia
In autobus: Collegamenti giornalieri da Perugia, Terni, Spoleto, Roma, Macerata
Per ulteriori informazioni su tutti gli aspetti trattati nell’articolo, fare riferimento al seguente indirizzo e-mail:
francocasadidio@libero.it
Franco Casadidio
Il palazzo della discordia
Due ministeri si contendono le sale di uno degli edifici pi belli del barocco romano
Seit 50 Jahren ist es ein Wechselspiel von kafkaesken Ausmaßen, das vom Kultur- und Außenministerium ausgetragen wird. Die Verantwortlichen verhindern den Umzug der Städtischen Pinakothek mit ihren verschiedenen Museen, in die sie im Moment aufgeteilt ist, in die Rume des Palazzo Barberini. Dort befindet sich stattdessen der "Circolo Ufficiali delle Forze Armate".
Se vi capitasse quest’estate di fare un salto a Roma, magari per rendere omaggio al nuovo papa bavarese, vi consiglio di dedicare almeno mezza mattinata alla visita di Palazzo Barberini, uno dei capolavori del barocco romano, alla cui edificazione hanno collaborato, fra gli altri, i due grandi rivali – uno fortunato, l’altro assai meno – dell’architettura dell’epoca: Gianlorenzo Bernini e Francesco Borromini. Dell’edificio vi stupiranno la sua armoniosa facciata a tre ordini, la magnifica scala elicoidale interna e la preziosa collezione di quadri ospitata nelle sue splendide sale. Vi stupirà ancora, se lo percepirete, un penetrante profumo di rosticceria che a volte si avverte all’ingresso. Invano per, poiché certi odori stuzzicano l’appetito, cercherete di soddisfare l’acquolina che nel frattempo vi sarà venuta in bocca. Il palazzo non dispone di un punto di ristoro, e quel profumo ha tutt’altra provenienza: proviene da quello che il Circolo Ufficiali delle Forze Armate (una sorta di club per i nostri valorosi graduati) la storia della cui presenza nel prezioso edificio meriterebbe la penna di un Kafka. Con vostro rammarico, dovrete accontentarvi della mia.
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Il palazzo fu acquistato dallo Stato nel 1949, con l’intenzione di collocarvi la pinacoteca cittadina, attualmente collocata in vari musei. Proprietaria dell’edificio era stata, fino a quell’anno, la famiglia Barberini, famosa per aver dato alla Chiesa un celebre pontefice, Urbano VIII, e per un epigramma apparso anonimo: Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barberini (Quello che non fecero i barbari, fecero i Barberini) con quale si rimproverava al nominato papa di aver spogliato il Pantheon dei suoi bronzi, per costruire con essi l baldacchino di S. Pietro. L’illustre famiglia aveva affittato nel 1934, con un contratto ventennale, una parte dei locali del palazzo al suddetto circolo. Nel 1953 gli ufficiali avrebbero dunque dovuto lasciare le preziose sale, ma, non essendo riusciti in 14 anni a trovare al circolo una sistemazione alternativa, furono generosamente gratificati dallo Stato, con un prolungamento di 12 anni del contratto di locazione. Il 1965 avrebbe dunque dovuto essere l’anno del trasloco. Avrebbe dovuto, ma non lo fu. Il circolo rimase nel palazzo. Non solo. Smise anche di corrispondere allo Stato il canone di affitto, benché avesse iniziato già da parecchi anni ad affittare le sue sale a privati per feste e ricevimenti (i genitori di chi scrive, per esempio, festeggiarono là nel lontano 1950, il loro matrimonio). Ma i tempi cambiano. Nel 1974 viene creato, distaccandolo da quello della Pubblica Istruzione, il Ministero dei Beni Culturali, e il primo titolare del nuovo dicastero, il battagliero senatore Giovanni Spadolini, scrive un’agguerrita missiva al collega della Difesa, avvertendolo che la situazione ha ormai ampiamente superato i pur elastici italici limiti della tollerabilità. I tempi cambiano, dicevo, ma non necessariamente in meglio. Poche settimane dopo l’invio della lettera il governo cade e il senatore si trova senza ministero. O meglio senza quello che fino a quel momento aveva diretto. Infatti gliene viene affidato un altro. Quale? Indovinate. Bravi: quello della Difesa. E così il battagliero senatore si trova a rispondere alla sua stessa lettera (per questo ho parlato di Kafka) respingendo l’ultimatum che egli stesso si posto. La storia potrebbe finire qui, ma, si sa, al ridicolo non c’è limite. Ventitré anni dopo, Walter Veltroni, attuale sindaco di Roma e, allora, ministro dei Beni Culturali, in quello che l’unico governo di sinistra che l’Italia abbia avuto dopo la Seconda Guerra Mondiale, pare riuscire a risolvere la questione. Per il circolo si trova una nuova sede di prestigio, la palazzina Savorgnan, collocata nei giardini dello stesso palazzo (il che semplificherà il trasloco), nella quale si avviano immediatamente i lavori di restauro. Restauro il cui prossimo completamento dovrebbe preludere al tanto atteso trasloco. Sar questa la volta buona? Macché! L’attuale ministro della Difesa, Antonio Martino, contesta l’accordo, in quanto stipulato da un’alleanza politica "di principio non favorevole alle Forze Armate”, il rinnovato prestigio delle quali invece (la missione in Iraq, N.d.R.) le fa degne di nessun’altra sede che non sia quella occupata da settant’anni. Insomma, la pinacoteca può attendere. Ma - vi chiederete - e la intanto restaurata palazzina Savorgnan? Il ministro reclama anche quella come dpendance del circolo. Dite la verità: se rinasceste non vorreste rinascere italiani? Magari ufficiali dell’esercito.
Corrado Conforti
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