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2006-3

 

Un’italiana di Monaco a „Wer wird Millionär?“

Rosanna Spagnuolo ha partecipato al popolare quiz condotto da Günther Jauch

Im März saßen viele Italiener als begeisterte Fans von Rosanna Spagnuolo, genannt Annarosa, vor dem Bildschirm: Sie hat erfolgreich am bekannten Fernsehquiz teilgenommen.

 

INTERVenti (IV): Ci dica Annarosa, che cosa ha provato a “salire”, è proprio il caso di dirlo, su quella famosa sedia? (Annarosa è alta solo 1 metro e mezzo – Botte piccola, vino buono)

Rosanna Spagnuolo (RS): Ma le dirò, erano più di cinque anni che desideravo partecipare al programma, e mi sono immaginata innumerevoli volte di conquistare la tanto agognata sedia, ma soprattutto di confrontarmi col mio sapere. Non avevo messo in conto l’emozione che quella benedetta sedia scatena in te.

 

IV: Ecco, a proposito di emozione; è proprio vero che dalla cosiddetta heisser Stuhl tutto si vede con occhi diversi?

RS: Più che vedersi, si sente, per meglio dire si prova sulla propria pelle. Non mi vergogno a dire che da casa ho inveito non so quante volte contro i concorrenti che sembravano non azzeccare le risposte più semplici. E poi… e poi quando ci sei tu lì davanti ai riflettori, al presentatore che nel cercare di spillarti gli aiuti e metterti in difficoltà emotiva è proprio una forza, beh ti rendi conto di quello che provano gli altri….

 

IV: Dunque, lei ha detto di aver atteso ben più di cinque anni per poter partecipare alla trasmissione. Ci spieghi tutto l’iter che si affronta dal momento che si viene chiamati a partecipare fino a….

RS: Sì bene, come ho detto anche in tv, non è che abbia aspettato cinque anni dopo la prima volta che ho provato a iscrivermi al gioco. Il fatto è che ho telefonato a intervalli irregolari, non certo tutti i giorni. Poi quando ho avuto il mio primo cellulare ho cominciato a mandare sms con una certa regolarità, finché non mi è arrivata una bolletta esagerata ed è stato allora che mi sono ridimensionata un po’. Una volta sono stata contattata dalla redazione del gioco, ma ero in Italia e avevo poco credito nel cellulare, per cui la comunicazione si è interrotta prima che potessi dare i miei dati personali completi. Subito ho pensato di aver perso l’occasione della mia vita. Ma la redazione mi ha ricontattato la settimana dopo quando ero di nuovo in Germania. Purtroppo quella volta non ho risposto a tutte le domande per cui non sono stata convocata. Da allora, senza mai perdere la speranza, ho preso la cosa più come un gioco invece di accanirmi a spedire tutti i giorni sms.

Poi un bel giorno, mentre aspettavo un colloquio di lavoro, ho mandato un sms a “WWM, più per noia che per altro.

 

IV: Ed invece è stata l’intuizione giusta?

RS:Proprio così. Dopo due ore, ero già tornata a casa, squilla il cellulare e mi chiama la redazione del gioco, chiedendomi se volessi rispondere alle domande di ammissione, e se fossi da sola in casa (è importante essere da soli nella stanza). Beh, certo che ho risposto alle domande; ancora adesso non so di preciso a quante domande abbia risposto esattamente, a quanto pare le risposte giuste erano abbastanza. Ad ogni modo due giorni dopo mi hanno richiamata e invitata a partecipare alla trasmissione.

Non le dico la gioia, l’euforia addirittura!

Il 7 marzo siamo partiti, con mio marito, per Colonia. Ci hanno accolti molto cordialmente: l’albergo è a carico della “Endemol”, la società che gestisce il gioco. Io sono stata assegnata al terzo gruppo, che ha potuto tentare la fortuna solo verso le otto di sera, dopo aver aspettato fin dalla mattina presto. Non le dico la tensione, anche perché si possono guardare quelli che giocano prima di te in una saletta con tv, dove abbiamo anche mangiato. Comunque è un’emozione che val la pena di provare almeno una volta nella vita.

Lo studio sembra enorme in televisione, ma in realtà è piuttosto piccolo. Quando è entrato Günther Jauch c’è stato un boato e anch’io, seduta al mio posticino davanti agli infami quattro bottoni del computer, confesso di aver avuto un attimo di sussulto. L’atmosfera che si respira lì è semplicemente di festa, anche perché c’è un intrattenitore che non si vede in tv, che è molto divertente. Comunque devo dire che da ultimo non ho più pensato a vincere, mi sono solo rilassata e divertita, e questo mi sarebbe anche bastato, pensavo in quel momento, anche perché avevo realizzato il sogno di conoscere Jauch, gli avevo stretto la mano, che volevo di più?

Così mi sono presa tutto il tempo necessario per pensare alla risposta, tra l’altro era l’ultima chance di salire sulla famigerata sedia, o la va o la spacca! Con 14 secondi, non si può proprio dire che sia stata veloce, ma sempre più veloce degli altri tre che hanno risposto in modo giusto. Già, perché abbiamo risposto solo in quattro, gli altri si sono persi per la strada.

Bene, una volta arrivata su quella sedia, ancora incredula, la tensione è venuta meno e mi sono sentita beata: questo però solo per i primi cinque secondi, finché Jauch non mi ha rivolto la parola. Mi sembrava un miracolo; “sta veramente parlando con me?” mi sono chiesta quasi come sotto choc.

Poi ho cominciato a stare ai suoi scherzi e così è andata avanti anche la settimana dopo, quando siamo ripartiti per Colonia per registrare la seconda parte. Beh il resto è ormai storia! Sono riuscita a rispondere a tutte le domande fino agli 8000 euro. In fondo col senno di poi penso che siano state domande facilissime! Finché non ho incontrato il muro dei 16.000 euro (vedi fatidica domanda sotto). E lì era solo questione di rischiare o portare a casa il bottino conquistato fino ad allora. Purtroppo non mi sono fidata del mio istinto e ho preferito i soldi sicuri. Beh, se ci penso gli altri sono andati a casa a mani vuote…

 

IV: Potrebbe spiegarci meglio che cosa intendeva durante la trasmissione quando ha detto a G. J. che per gli stranieri risultano spesso più difficili le prime domande che quelle più impegnative?

RS: Non so se ci ha fatto caso, ma inevitabilmente le prime domande fino a 500 € sono sempre tipiche domande "tedesche", modi di dire, serie tedesche, trasmissioni per bambini degli anni passati, e quindi per chi non è nato e cresciuto qui è molto difficile rispondere. Invece andando avanti le domande si fanno più internazionali e di cultura generale, per cui c'è la possibilità per tutti di azzeccare la risposta, forse a volte sono appunto più difficili per gli stessi tedeschi. (veda per esempio "Schneebrett " la domanda da 100€, per i bavaresi era una domanda ridicola, ma altri tedeschi in studio non avevano mai sentito la parola, così come molti non avrebbero saputo rispondere a quella da 8000 € su Tintoretto, mentre per me era facilissima…

E se con la sua cultura generale ha incassato un montepremi di tutto rispetto, soprattutto per una non-madrelingua, con la sua simpatia e spontaneità Annarosa è anche riuscita nella non facile impresa di conquistare il pubblico e soprattutto Günther Jauch: quando ha candidamente definito uno dei suoi jolly telefonici “l’esperto per pesci, funghi e pianeti”, lui è esploso in una risata sonora e sincera che fa pensare a noi, abituali telespettatori della trasmissione, che il grande e pungente presentatore di RTL si ricorderà a lungo della piccola salernitana.


Am Freitag spielte Annarosa aus München weiter. Die Reiseverkehrskauffrau stieg bei der 200 Euro-Frage ein und setzte den ersten Joker erst bei der 4.000 Euro-Frage ein. Doch bei der 16.000 Euro-Hürde brachten auch die letzten beiden Joker leider kein Ergebnis:

„Was bedeutet das russische Wort “bolschoi“?“

A: groß / B: Tanz/ C: alt / D: Kraft

Das Publikum durfte an die Geräte, doch leider stimmten die Zuschauer nur knapp für Antwort B ab. (40 %) Das reichte Annarosa nicht aus und sie rief ihren Telefonjoker an, der auch keine Ahnung hatte. Also entschied sie sich für die sicheren 8.000 Euro, mit Antwort A wäre sie eine Runde weiter gekommen. Dann schaffte es …

 

 

La vie en rose non per tutti

Le famiglie italiane fanno sempre più debiti

Pino Mencaroni

Konsum auf Pump. Immer häufiger werden größere Anschaffungen aber auch Einkäufe des täglichen Lebens nicht mehr gleich bezahlt. Der Trend geht in Richtung Ratenzahlung und Kredit. In Italien ist die Zahl der Familien, die sich dieser Zahlungsmethoden bedienen, stark angestiegen

 

Ne sa qualcosa il 14% delle famiglie italiane: per loro, almeno una volta all’anno, sul ponte sventola bandiera bianca. Sono una parte del popolo della vita pagata a rate. Dall’auto al personal computer, dal frigorifero alla lavatrice. Ma non manca chi si indebita pur di svernare ai Tropici, della serie Debito Caldo. Il credito è abbondante e facile. Negli anni Novanta per avere 75 mila euro dovevi ipotecare anche la moglie. Oggi 75 mila euro te li danno in ventiquattr’ore. Tanto durano poco.

È quello che emerge dall’indagine Istat sulle famiglie italiane. Strette tra redditi fermi e prezzi da sceicchi, per consumare non resta che indebitarsi. Anche perché in alcuni periodi dell’anno il 17% delle famiglie non ha soldi per comprare i vestiti, il 13,2% non può pagare le tasse, il 12,2 non può curarsi le malattie, il 5,3% non ha niente da mettere sotto i denti. Infine e peraltro paradossale in un paese a vocazione turistica, quattro famiglie su dieci non possono permettersi una settimana di vacanza all’anno.

Eppure, a guardare in giro, non si notano moltitudini di diseredati, ma spesso gente vestita di tutto punto: e poi telefonini e iPod abbondano. Per non parlare di auto, moto e motorini. In gran parte, tutto a debito, dal prestito personale o alle carte di debito. Prima c’erano solo quelle di credito.

Non a caso, nell’ultimo anno i prestiti personali, di durata quinquennale, erogati da banche e finanziarie sono saliti del 36%. Ci si comincia a chiedere se questo fenomeno non possa diventare, nel medio termine, anche un’emergenza di carattere sociale. Cioè, con molte famiglie incapaci di ripagare i debiti contratti e destinate alla bancarotta individuale. Oppure a vivere una vita schiavi del tasso di interesse.Ne vale la pena, per consumare sempre di più?

Per diversi sociologi, l’Italia ha perso le difese culturali dal consumismo. In pochi decenni si sono liquefatte la cultura contadina, la morale cattolica e il fideismo marxista. Al momento, non sembra esistere un credibile Alter Ego al totem al consumo a tutti i costi. E “nelle auto prese a rate Dio è morto “ cantava Francesco Guccini, non più di trent’anni fa.

 

 

Che cos’è la cultura

Una conversazione con la dottoressa Ornella Orlandoni, direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Monaco

Miranda Alberti

Auch in der heutigen Gesellschaft der “bits and bytes” halten die Kulturinstitute an der grundlegenden Notwendigkeit fest, die Tradizionen des jeweiligen Landes im Ausland voranzubewegen und zu vertiefen. Um das gemeinsame Ziel zu erreichen, arbeiten verschiedene Einrichtungen, Vereine und die Presse eng zusammen – dies ist die Grundlage ihres Erfolges.

 

L’appuntamento è stato fissato per le dodici di un giovedì nella previsione, che si rivelerà subito sbagliata, di trovare la direttrice relativamente libera dai suoi impegni quotidiani e disponibile a parlare con noi di un tema così „oziosamente“ intellettuale come il concetto di cultura ai nostri giorni. La gentile accoglienza, le comode poltrone di pelle disposte in un angolo del suo ufficio così come il caffè che ci viene offerto lasciano ben sperare, ma purtroppo non abbiamo fatto i conti con le innumerevoli interruzioni sotto forma di telefonate, richieste da parte dei collaboratori, operatori culturali che si presentavano a lei per la prima volta nonché di diverse altre impellenti scadenze che si annunciano alla porta nelle forme più varie. La politica delle porte aperte da lei inaugurata ha di queste inevitabili ricadute!

Eppure in questa frenetica attività, che suppongo sia pane quotidiano per la dr. Orlandoni da quando ha assunto l’incarico di dirigere questo istituto, ho potuto osservare il suo modo „complesso“ di lavorare su più piani e l’entusiasmo con cui affronta i diversi compiti che il ruolo le impone, pur nella ristrettezza dei mezzi e delle forze di cui non può che prendere atto nella ricerca di possibili e concrete soluzioni. Infine sono riuscita a porle la domanda che mi stava a cuore.

 

INTERVenti (IV): Siamo in un istituto di cultura e lei ne è la direttrice, ma che cos’è la cultura oggi? Non crede che si tenda a confondere cultura con evento spettacolare?

 

Dottoressa Ornella Orlandoni (O.O.): A proposito del concetto di cultura mi viene in mente una definizione che ho letto da qualche parte - risponde sorridendo - la cultura sarebbe ciò che resta di quello che si è a lungo studiato e poi dimenticato! Ma capisco che è più una battuta che una risposta, eppure contiene qualcosa di vero. E mi sovvengono anche le splendide parole di Corrado Alvaro là dove asserisce che la «cultura corrisponde all’equilibrio, alla facoltà di elevarsi oltre la contingenza, a dare un senso alla contingenza stessa, a produrre miti civiltà». Non direi, comunque, che si confonda cultura con spettacolo, ma è certo che il concetto di cultura va cambiando e che oggi, come insegna Umberto Eco, essa si identifica sempre di più con la capacità di recuperare e trattare informazioni e documenti. Da qui l’importanza dei moderni mezzi di comunicazione...

 

IV: Non le sembra, dunque, che la funzione degli istituti di cultura sia superata?

O.O.: Sicuramente no, anzi la loro funzione andrebbe ampliata e questo vale in modo particolare per l’Italia. Negli anni ottanta vi fu un grande dibattito sulla funzione degli istituti di cultura a cui ho partecipato insieme ad altri a cui questo tema stava a cuore come l’ambasciatore Sergio Romano, per esempio. Risultato di quella riflessione fu un disegno di legge che scrissi nell’88 per la riforma di questi enti e che dava al personale una carriera e delle funzioni precise le quali sono state in parte riprese dalla legge 401/90, che regola i compiti e il funzionamento degli istituti.

 

IV: Quale filosofia ispira questa legge e come sono regolate le funzioni degli istituti?

O.O.: Le finalità sono quelle della diffusione della lingua e della cultura italiana in un quadro di cooperazione e di dialogo con le altre culture. Affida al ministero il coordinamento amministrativo nel rispetto dell’autonomia delle istituzioni culturali e agli istituti il compito di prendere contatto con le istituzioni e le personalità del paese ospitante, di organizzare le iniziative culturali, fornire informazioni sul mondo culturale italiano, sostenere studenti e ricercatori, collaborare con le associazioni degli italiani presenti aiutandoli nel processo di integrazione nel paese ospitante.

 

IV: Vi sono divergenze fra gli schieramenti politici nel considerare il ruolo della cultura?

O.O.: Non direi. Noi abbiamo una classe politica che, a parte qualche eccezione, è di norma molto colta e preparata e che sa benissimo, ed è un dato acquisito ormai, che la cultura è il miglior biglietto da visita per la nostra nazione e che fa da motore per tutte le altre attività economiche tipicamente italiane: turismo, moda, ristorazione ecc. Un biglietto da visita, riconosciuto sia dalla destra che dalla sinistra, di cui dobbiamo essere orgogliosi e che ci contraddistingue. La cultura è, e deve essere sempre di più, quel collante che ci permette di concordare una strategia comune per presentarci all’estero e questo, beninteso, a tutti i livelli: dalle missioni internazionali ai rapporti economici e politici. In questo senso possiamo definirci una potenza culturale.

 

IV: Quale metodo di lavoro dovrebbe adottare l’istituto per assolvere a quel compito di coordinamento che gli affida la legge?

O.O.: Importante sarebbe lavorare in modo concordato e sinergico, pur nelle differenze. Per questa ragione sto cercando, in questa prima fase, di incontrare tutti i soggetti culturalmente attivi cercando di capire quale ruolo intendono giocare in un’eventuale strategia comune in cui noi non vogliamo essere né troppo competitivi, né troppo al seguito. Si tratta di individuare i vari campi di interesse, a cui non pongo limiti, e sviluppare, con i soggetti proponenti, progetti comuni di cui possiamo avvalerci entrambi. Il programma deve rispecchiare questa pluralità in una cornice comune. Si tratta di vedere se siamo in grado tutti insieme di sviluppare quel collante culturale di cui le parlavo prima e che potrebbe diventare l’immagine della nostra identità culturale.

 

IV: A questo proposito lei non crede che sarebbe necessario anche organizzare degli incontri collettivi a cui possano partecipare i rappresentanti dei vari gruppi e associazioni qui presenti?

O.O.: In effetti stiamo preparando vari incontri comuni: con la stampa, con i rappresentanti comunali, con l’università, con la Dante Alighieri, con il Comites, con le associazioni culturali, con gli imprenditori ecc. Naturalmente abbiamo bisogno della collaborazione di tutti questi soggetti per poterli organizzare e realizzare. Questi incontri saranno importanti sia per il momento propositivo che per quello consuntivo perché potranno darci il riscontro del nostro lavoro, sarà dunque anche un luogo di critica, perché la critica è importante ed è il motore del miglioramento.

 

IV: Un’ultima domanda più personale. Ognuno di noi coltiva una passione: per esempio il dott. Piazza per il cinema, io per la filosofia, e lei, quale passione coltiva?

O.O.: Io non ho una passione particolare. Il mio campo è la teoria della comunicazione e la retorica moderna, materie che insegno anche all’università, ma mi interesso di diverse cose: l’arte per esempio e in generale l’estetica. Mi piace molto creare un ambiente in cui la creatività, la cultura, la riflessione possano trovare il loro luogo ideale. I grandi maestri del passato ci insegnano. Vorrei creare qui un ambiente in cui si possano porre le grandi domande e dove, con l’aiuto della bellezza, sia possibile trovare anche alcune riposte, l’ambiente dove il concetto di cultura di Corrado Alvaro possa realizzarsi.

 

Grazie, dottoressa Orlandoni, per questa intervista e buon lavoro perché, e lei concorderà con me, la cultura è soprattutto lavoro, un lavoro, purtroppo, non sempre riconosciuto nel suo valore e nella sua importanza.

 

 

Come frammenti di un film

Gli “Attimi” del cantautore milanese Stefano Covri

Raffaella Roversi

Der Mailänder Sänger Stefano Covri hat mit Erfolg an dem Festival della Canzone im letzten Herbst in München teilgenommen. INTERVenti hat ihn in seiner Heimat interviewt und Stefano hat uns u.a. berichtet, wie die Lieder seines CD’s „Attimi“ entstanden sind.

 

 

Sicuramente molti conoscono Stefano Covri per averlo sentito cantare al Festival della canzone italiana a Monaco il 15 ottobre 2005 al Gasteig.

Ed alcuni, incuriositi, saranno andati sul suo sito per scoprire che è nato a Milano nel 1961, che ha studiato chitarra classica nella sua città natale e che da più di quindici anni si muove con leggerezza e professionalità nel panorama della canzone e della musica italiana in tutti i suoi risvolti: dal concorso o festival canoro, allo spettacolo teatrale, al cabaret, con collaborazioni importanti con grandi della canzone.

 

InterVenti (IV): Stefano, com’è stata la tua esperienza a Monaco?

Stefano Covri (S.C.): Molto positiva: ho trovato una città viva e attenta culturalmente, una città disciplinata nei rapporti sociali ma latina nell’accoglienza. Ho percepito un clima sereno e sicuro, una voglia di partecipazione, di esserci “insieme”. Ho avuto anche la fortuna di incontrare professionisti seri e preparati. Per esempio, il musicista Alexander Krampe con cui ho iniziato una serie di collaborazioni.

 

(IV): Senti, oggi vorrei portare i nostri lettori dentro i mondi racchiusi in due delle tue canzoni - per ragioni di spazio non possiamo menzionarle tutte - del tuo primo Cd: “Attimi”. Perché questo titolo?

(S.C.): Proprio perché volevo riassumere questi anni di lavoro, di scrittura (ha scritto anche per altri, ndr) e di musica dal vivo. Avevo voglia di riunire tutti i frammenti, gli spezzoni di un film. Non c’è un lavoro progettuale su un tema, ma tutto è legato da un filo emotivo.

 

(IV): Cominciamo con una canzone che a me è piaciuta molto : “5 dita”. C’è assenza d’amore. Non fra uomo e donna ma fra due mondi, quello del bimbo e dell’adulto. Inoltre tocchi tanti temi che vi ruotano intorno, l’educazione, la violenza come peggior insulto non per colui al quale è indirizzata, ma per chi la commette, il sogno.

(S.C.): Sì, qui ho voluto dipingere storie parallele di infanzie infelici: dal bimbo che nasce solo come un accessorio indispensabile di una coppia moderna, a quello che cresce con il desiderio di essere amato che si trasforma in rabbia nel corso degli anni, dopo che la violenza verbale e materiale degli adulti gli ha incenerito l’animo, a quello coccolato nella bambagia, che a 14 anni non riesce a trovare il senso della sua vita. Sai che sono anche insegnante alle superiori e talvolta resto perplesso di fronte ad un sistema che garantisce diritti a questi ragazzi, ma non insegna loro a combattere e non li prepara al concetto di dovere e quindi alla vita.

 

(IV): Queste cinque dita impresse sul cuore non lasciano più spazio se non alla rabbia ed al sogno, nutrimento dell’animo contro lo squallore della quotidianità. Per te che valore ha il sogno? Cosa sognavi da piccolo e cosa sogni ora?

(S.C.): Il sogno, quello vero, non quello di vincere al lotto, è molto importante. E’ una finestra sulla fantasia, sull’innocenza. E’ una fonte di energia per il nostro spirito. Aiuta a crescere. Sin da bambino sono stato un po’ solitario e mi muovevo in una mia dimensione. Mio nonno costruiva ostacoli per il salto agli ostacoli dei cavalli all'Ippodromo di S. Siro, qui a Milano. Mia nonna era guardarobiera dei fantini, sempre attenta a lucidare quegli splendidi stivali, a mettere in ordine le loro giacche dai bottoni scintillanti. Io avevo a disposizione spazi immensi, con oggetti molto diversi dagli scivoli o dalle altalene, eppure qui sognavo, sviluppavo la mia dimensione, i miei personaggi.I sogni da adolescente poi hanno acquistato una dimensione più sociale e di maturità. Probabilmente non differiscono molto da quelli attuali: vorrei infatti un mondo più vero, più sincero, più semplice. Vorrei più giustizia e meno legalità.

 

(IV): Vedi conciliabili i ruoli di mamma/manager?

(S.C.): Beh, non è facile rispondere. O meglio a volere essere diplomatici, dovrei dirti che, volendo, i due ruoli sono conciliabili. In realtà mi accorgo che, sia per la donna, sia per l’equilibrio dell’intera famiglia è veramente difficile. La donna è ancora oggi fortemente penalizzata e rischia, privilegiando la famiglia di perdere grosse opportunità professionali e privilegiando il lavoro di perdere certi appuntamenti con la vita che non ritornano più. Sicuramente lo stesso discorso è valido anche per l’uomo, ma è tacitamente accettato.

 

(IV): E’ il senso dell’abbandono che scivola via sulle note di un violino gitano. Ascoltando questa canzone ho rivisto il quadro di Chagall del suonatore di violino attorno al quale ruotano tutti i ricordi dell’artista. Cosa sono per te la musica e l’arte in generale?

(S.C.): Per me la musica è il senso profondo del mio esistere, la mia espressività interiore. Fare musica è comunicare agli altri e a me stesso quello che ho dentro. E così mi sento vivo. L’arte è qualcosa che a volte mi sfugge, ma mi incanta, mi travolge, mi porta via. L’associo al bello, ma non alla bellezza edonistica, plastica, quasi stucchevole, ma alla grandezza della genialità. Penso per esempio agli schizzi di Leonardo. Sono stupito di fronte alla forza creativa ed al contempo emotiva che va al di là della realtà e che riesce a fare sognare. Il mio concetto di arte ingloba anche quello di arte “tecnologica” e mi riferisco qui alla capacità artistica che si appoggia alla logica ed alla tecnologia. Inoltre ammiro profondamente la poliedricità di chi sa essere artista in più campi.

 

(IV): Attimi è la canzone che chiude l’album. Tu che giochi con le parole, che inviti l’ascoltatore a seguirti nelle capriole che fai fare loro, negli arcobaleni che loro creano, qui taci. Non più ironia, non più parole, solo musica.

 

(S.C.): Sì, è la dolcezza, la serenità, la maturità raggiunta; è il punto di arrivo, ma anche punto di partenza. Con “Attimi” si è chiusa una fase della mia vita affettiva e lavorativa, ma al contempo se ne è aperta un’altra: sto lavorando infatti ad un nuovo cd, che sarà il proseguimento di “Attimi”, ma avrà più freschezza, meno malinconia. In “lettera al padre”, riprendo per esempio il tema della morte ma non c’è più la rabbia, lo smarrimento di “Dimmi”. Significativa per questo Cd è “La vita è un’occasione” in cui emerge la mia voglia di vivere, ma anche di essere vivo per gli altri, offrendo loro una parte di me.

 

(IV): Ma i nostri lettori, dove possono trovare Attimi?

(S.C.): Il cd purtroppo è mal distribuito. La sola possibilità è di acquistarlo direttamente sul mio sito

(www.stefanocovri.it ).

 

 

Balsamicomania

Aber selten guter Essig!

 

Quando l’aceto è proprio aceto e quando è di buona qualità? Gli errori sui contenuti di questo liquido e il fatto che in Italia “l’aceto balsamico” sia di uso non comune...

Ernesto Haase - Amateurkoch und Slow Food Anhänger

 

 

Als ich neulich mit 25-prozentiger Essigessenz, gut verdünnt, hässliche Kalkflecken an Armaturen und diverser Keramik im Bad entfernen wollte, staunte ich nicht schlecht über die Hinweise auf dem Etikett dieser scharfen Essigessenz: "Die Grundlage für 100 leckere Salatdressings: 2 – 3 Esslöffel Essigessenz mit 1/8 Liter Rotwein – oder Weißwein, oder Sherry, oder Cognac, oder Sekt, oder, oder – mixen und beliebig verfeinern."

Kurz darauf wollte ich einen Grünen Salat anmachen und verwendete einen einfachen italienischen Weinessig von der Marke mit dem Motto "L'orgoglio di fare aceto da più di 100 anni" und was fand ich auf dem Etikett: Einen Hinweis für 1000 Anwendungen für den Essig zum Beispiel die Farbe von Teppichen aufzufrischen, die Espresso-Maschine zu entkalken und hässliche Kalkflecken im Bad zu entfernen.

Tatsächlich verstehe ich nicht, warum hierzulande der Geschmack für guten Essig sich nie entwickelt hat. Dabei wäre der Unterschied doch nicht schwer festzustellen: Man muss nur einmal die Nase über eine Flasche guten Weinessig und dann über eine Flasche Industriebranntwein-Essig halten und wird sofort den stechenden, beißenden Charakter des Branntweinessigs bemerken.

Aber ist deutscher Weinessig aus dem Supermarkt besser? Ich habe mich immer gefragt, wieso Weinessig von Hengstenberg und Kühne noch billiger sein kann als eine ungenießbare Flasche Wein, wenn dieser tatsächlich das Ausgangsprodukt für die Herstellung von Essig ist. Die Antwort kann nur lauten, dass Millionen Hektoliter unglaublicher Fusel dafür zur Verfügung stehen müssen. Ähnlichkeiten zum Handel mit sogenannten Olivenölen drängen sich auf.

Kann es denn am Preis liegen, dass so wenig guter Weinessig gekauft wird? Zumindest bei Leuten, die sich an Wein zum Essen gewöhnt haben, könnte doch der Gedanke aufkommen, dass man bei einem Verbrauch von zwei Esslöffeln für einen Vier-Personen-Salat selbst mit einem sehr guten Produkt nicht befürchten muss, die Haushaltskasse zu ruinieren?

Stattdessen flüchtet man sich in eine Unzahl aromatisierter Essige von Estragon bis Johannisbeere, um wenigstens irgendeinen Geschmack zu bemerken.

Wenn ich mir dagegen ansehe, wie ein "Aspretto di Ribes" fabriziert wird: ...ottenuto da frutta fermentata, distillata e successivamente acetificato con procedimento al truciolo. L'aggiunta successiva della stessa frutta e l'invecchiamento in carati di legno appropriati per oltre un anno ne esaltano le inconfondibile caratteristiche"

Himbeeressig gilt als edle, fruchtige Basis für Blattsalate vor allem in Verbindung mit Walnussessig, aber was liest man auf der Zutatenliste: Branntweinessig, naturidentische Aromen: ein reines Kunstprodukt. Mag sein, dass es zufrieden stellt, wenn der Geschmackssinn schon von Produkten wie Joghurt mit Himbeeren abgestumpft ist. Hier ist Abhilfe, wie man zum wirklich guten Geschmack kommt (auch wenn es einem Aspretto nicht nahe kommt) und die Methode ist denkbar einfach: Man nehme eine Flasche anständigen Weißweinessig, entnehme die Menge an Flüssigkeit, die in ein kleines Glas passt. So entsteht Platz in der Flasche für richtige Himbeeren, die man durch den Flaschenhals stopft. Es dürfen auch die unansehnlichen, zerquetschten Beeren sein, die für das Dessert nicht schön genug waren. Sechs Wochen stehen lassen und dann abgießen: Eine wunderbare Flüssigkeit, auch einer Sauce zur Entenbrust würdig.

Zwei essig-konservierte Gerichte mit ähnlicher Zubereitung, aber völlig verschieden in Stil und Geschmack sind die venezianischen Sarde al Saór und der norddeutsche eingelegte Brathering. Beide werden zuerst "alla mugnaia", das heißt mit Mehl bestäubt, gebraten und dann sauer mit Zwiebeln eingelegt; die Sardinen, klein und elegant in Wein und Weinessig, der mächtige Hering in irgendeiner Industriesäure. Was früher die Seefahrer der Dogen vor dem Skorbut bewahren sollte, steht heute im Veneto als Cicheti auf dem Tresen. In Norddeutschland dient der Brathering mit einer Butterstulle als komplettes Abendessen.

Mit den im Ausland gerühmten deutschen sauren Gurken und anderem eingelegten Gemüse hat sich auch eine seltsame Wandlung vollzogen: Sie wurden von Jahr zu Jahr süßer. Es kommt mir vor, als ob die Hersteller den Gehalt an Süßstoff immer höher schrauben, damit die Appetit fördernde Wirkung zu höherem Umsatz führt – das Pendant zum amerikanischen HFCS (High Fructose Corn Syrup), der einer Nation den Geschmack und die Figur verdorben hat.

Die deutsche Nahrungsmittelindustrie ist einen anderen Weg gegangen. Er klingt kulinarischer, intelligenter, überlässt wenigstens die Entscheidung dem Käufer und vor allem ist er erfolgreich: Balsamicomania.

In jedem deutschen Supermarkt stehen heute mehr Balsamici als normaler Essig, von Weinessig ganz zu schweigen. Die Qualität ist durchwegs miserabel, Branntweinessig mit Traubenmost gesüßt. Es gibt auch weißen Balsamessig und niemand hat gemerkt oder ist nicht daran interessiert, dass da eine contradictio in adjecto vorliegt. Aus Modena stammt kaum eines dieser Produkte.

 Verwendet wird Aceto Balsamico in der deutschen Küche für alles, auch an Tomatensalat oder Caprese. Brrr.....Auch die berühmte Zusammenstellung einer homöopathischen Menge des besten sündhaft teuren „Tradizionale“ zu Erdbeeren wird hierzulande gnadenlos mit dem pappigen Saft deutscher Hersteller kopiert.

Ich bin überzeugt, dass in den meisten italienischen Haushalten Aceto Balsamico überhaupt nicht verwendet wird.

 

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