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Mal’aria italiana
Troppo alta concentrazione di polveri fini in quasi tutte le città italiane. Provvedimenti insufficienti e contradditori
Luftverschmutzung: Die Situation ist in fast allen italienischen Städten kritisch und es trifft am härtesten die Kinder. Im Gegensatz zu Erwachsenen atmen Sie mehr und halten sich öfters im Freien auf. Gesundheitsschädlich sind die so genannten Feinstäube welche hauptsächlich bei der Treibstoffverbrennung entstehen. Das Einatmen kann zu Atemwegserkrankungen und Asthma führen.
Franco Casadidio
Ore 17 di una soleggiata giornata di inizio inverno. Siamo a Terni, la seconda città dell’Umbria, una delle prime in Italia nel rapporto tra autovetture circolanti e numero di abitanti.
Nonostante l’ultimo rapporto di Legambiente collochi la città ai primi posti in Italia per qualità della vita e dell’aria, qui uscire per una passeggiata in centro vuol dire avventurarsi tra fiumi di auto che rendono l’aria irrespirabile.
Dall’analisi dei dati rilevati dall’ufficio ambiente della Provincia nel 2006, il limite di 50 µg/m3 per quanto riguarda il livello in atmosfera di PM10 (indica le polveri sottili con diametro inferiore ai 10 micron - PM è acronimo di particulate matter) è stato superato per 80 giorni, quando il limite europeo è fissato in 35 giorni/anno.
Se il 2006 si è chiuso con un bilancio totalmente negativo e una normativa platealmente infranta, i prossimi tre anni rischiano di trasformarsi in una Caporetto ambientale dato che, dal 2010, i limiti comunitari diverranno ancora più severi, imponendo di non superare per sette giorni l’anno il limite dei 50 µg/m3; come dire che, se non si fa qualcosa di serio, l’8 gennaio 2010, quasi tutta Italia potrebbe essere a rischio sanzioni da parte della Commissione Europea!
Il problema non riguarda solamente Terni, ma un po’ tutte le città del Bel Paese, dalle metropoli fino alle realtà più piccole, basti pensare che nel 2005 Torino ha superato i limiti di legge per 199 giorni, Verona per 210, Padova per 194, Vicenza per 193!; insomma, una situazione completamente fuori controllo.
Colpa dell’assenza di una politica dei trasporti che nel corso degli anni ha caratterizzato tanto le amministrazioni di centro-destra quanto quelle di centro-sinistra, che ovunque hanno preferito privilegiare il mezzo di trasporto privato in luogo di quello pubblico, con il risultato che gli autobus girano, quasi sempre, mezzi vuoti, le aziende di trasporto, ex municipalizzate trasformate in S.p.A., hanno i conti perennemente in rosso fisso e le strade traboccano di macchine che avvelenano l’aria che respiriamo.
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E il circolo vizioso non si spezza se è vero che, ad ogni finanziaria, si tagliano le risorse per il trasporto pubblico ma, miracolosamente, si trovano sempre fondi per incentivare la rottamazione delle auto, con sommo piacere delle case automobilistiche. Conclusione: in giro ci sono sempre più auto, il traffico è sempre più caotico e l’inquinamento cresce sempre più, a discapito delle categorie più deboli come bambini, anziani e malati; paradossalmente proprio quelli che l’auto la usano meno!
Uno studio congiunto Organizzazione Mondiale della Sanità, Ministero dell’Ambiente del 1998, ha stimato che il 4,7% delle morti e il 28,6% di tutte le bronchiti acute dei bambini sotto i 15 anni sono causate dalle polveri sottili.
Un nuovo studio O.M.S. datato 2006, ha evidenziato come, l’esposizione prolungata a concentrazioni di PM10 superiori a 20 µg/m3 sia la causa del 9% dei decessi negli over 30 italiani nel periodo 2002/2004.
Ma nel resto d’Europa come vanno le cose?. Diciamo che, pur registrando casi di inquinamento abbastanza importanti (Rapporto Legambiente “Mal’aria di città 2007”), gli altri si sono mossi prima di noi, adottando diversi sistemi per limitare il traffico, investendo ingenti risorse per il potenziamento dei trasporti pubblici e disincentivando il trasporto privato; in poche parole l’esatto contrario di quello che avviene da noi!
Londra, anno 2000; siamo nel pieno della campagna elettorale per l’elezione del nuovo sindaco. Sulla scena politica londinese irrompe Ken Livingstone, detto “il rosso”, più per il colore dei suoi capelli che per le sue idee politiche, candidato del partito laburista. Livingstone fa della riduzione del traffico privato un suo cavallo di battaglia. Propone, suscitando perplessità e contestazioni, un sistema di pagamento per l’accesso al centro di Londra. In sostanza, rifacendosi alle teorie dell’economista Arthur Cecil Pigou che sosteneva lecito introdurre delle imposte per disincentivare le attività economiche che danneggiano dei soggetti che non sono né consumatori, né produttori del bene o del servizio preso in considerazione, Livingstone sostiene il principio che chi inquina deve pagare i danni causati. Del resto, sentenzia Ken il rosso, è scientificamente provato che l’inquinamento causato dal traffico automobilistico crea notevoli danni alla salute umana, sotto forma di asma, bronchiti croniche, malattie cardiovascolari, tumori. È altresì chiaro che tutto questo ha un costo sociale elevatissimo che ricade, in maniera indiscriminata, su tutta la società, colpendo maggiormente chi l’auto non la usa mai, come i bambini o gli anziani. E allora, si chiede il candidato laburista, perché non facciamo in modo che ha pagare i danni causati dall’inquinamento, siano proprio quelli che dell’auto privata non riescono a fare a meno? Fra le speranze di un clamoroso “autogol” politico dei rivali e lo scetticismo dei compagni di partito che arrivano, addirittura, a estrometterlo dal Labour Party presentando un altro candidato ufficiale, Livingstone viene eletto Sindaco presentandosi come indipendente e mette subito in atto il suo progetto. Il centro di Londra viene “blindato” da decine e decine di telecamere, pronte a fotografare le targhe degli automobilisti che entrano nell’area interessata dal Congestion Charge e che, per avere libero accesso, sono costretti a pagare 7,5 sterline, quasi 11 euro! al giorno. Le risorse investite dall’amministrazione comunale sono veramente ingenti ma i risultati cominciano a farsi vedere da subito. Traffico ridotto del 18%, velocità media degli autobus aumentata del 6%, tempi di attesa alle fermate dei mezzi pubblici ridotti del 33%; insomma, un successo. Talmente grande che nel 2004 i londinesi rieleggono Livingstone per un secondo mandato approvando, implicitamente, la sua proposta di ampliare ulteriormente la zona a pagamento, entusiasti dei positivi risultati ottenuti. L’amministrazione, intanto, grazie ai 74 milioni di € ussia
con il Congestion Charge potenzia la flotta dei mezzi pubblici in circolazione, aumenta le corse, fa rottamare i mezzi più vecchi, sostituendoli con nuovi meno inquinanti, alimentando un circolo virtuoso che sembra non avere fine. A questo punto, come diceva un noto giornalista televisivo qualche anno fa, la domanda sorge spontanea: perché a Londra funziona (ma anche a Singapore, Helsinki, Trondheim, Oslo per citare altri esempi) e da noi no? Perché a Milano si parla da anni del road pricing ma non si mettono in pratica i tanti discorsi che si sentono fare?
Per capire come stanno le cose in Italia, torniamo a Terni. Qui, le centraline dell’Amministrazione provinciale, dal 30 novembre al 31 dicembre hanno registrato sforamenti della soglia di legge per ben 29 giorni (su 38 giorni monitorati); gli unici giorni, per così dire, in regola, sono stati quelli caratterizzati da precipitazioni atmosferiche che hanno contribuito a ripulire un po’ l’aria. Tornato il sereno, riecco il PM10 schizzare alle stelle. Nelle due settimane precedenti il Natale, i valori non sono mai scesi sotto i 50 µg/m3 con punte di 154, e 141 µg/m3: il triplo della soglia di rischio. Cosa dovrebbe fare in casi come questi un’amministrazione che ha a cuore la salute dei propri cittadini? Semplicemente limitare il traffico, con qualsiasi tipo di provvedimento, purché porti ad una rapida e consistente diminuzione dei valori inquinanti. E invece?
E invece, la mattina di venerdì 15 dicembre, ci si preoccupa di riunire, in Comune, i rappresentanti delle associazioni dei commercianti e arrivare con loro alla decisione di rimandare qualsiasi provvedimento al termine delle festività, quando sarà passata la “febbre da shopping”. Insomma, la priorità è il business, la salute di migliaia di cittadini non porta (apparentemente) benefici economici, quindi può passare in secondo piano.
Del resto, lo scorso anno, nonostante si fossero registrati dati allarmanti già dagli inizi di dicembre, il provvedimento di circolazione a targhe alterne, venne “sapientemente” varato solo il 18 gennaio, dopo essersi lasciati alle spalle il periodo pre-natalizio e anche i primi dieci giorni di saldi, in barba alla tutela della salute pubblica!
E allora cosa deve fare un cittadino comune per salvaguardare la propria salute e quella dei suoi famigliari? Forse una soluzione c’è ed è quella di rivolgersi alla magistratura e denunciare i Sindaci, che per legge sono responsabili penalmente della tutela della salute dei propri cittadini. Del resto, agli inizi di dicembre, la procura della Repubblica di Firenze ha inviato avvisi di garanzia al Presidente della Giunta regionale e all’assessore all’ambiente della Regione Toscana, nonché a Sindaci e assessori all’ambiente dei comuni di Firenze, Scandicci, Signa, Sesto Fiorentino, Calenzano, e Campi Bisenzio, tutti accusati di non aver rispettato la normativa europea relativamente al PM10 e, cosa forse ancor più grave, non aver neanche posto in essere alcuna misura per contrastare l’inquinamento o, quanto meno, limitarne l’entità.
Forse è davvero questo, l’unico modo per responsabilizzare gli amministratori delle nostre città e tutelare la nostra salute, visto che, come troppo spesso accade, le grandi e potenti lobby economico-finanziarie legate al mondo dell’auto e del commercio, riescono a far passare sotto silenzio anche i più allarmistici dati sulle conseguenze dell’inquinamento atmosferico dovuto al traffico veicolare.
Sarebbe bello che, per una volta, anche le associazioni dei consumatori, sempre pronte ad alzare la voce per una tariffa telefonica troppo alta o una pubblicità ingannevole ma stranamente silenziose sulle devastanti conseguenze e gli enormi costi sociali causati dall’inquinamento, prendessero posizione contro quelle amministrazioni pubbliche inadempienti alle normative europee in materia, tutelando i cittadini con maxi-cause comuni, sull’esempio di quelle intentate dalle associazioni dei consumatori americane contro le multinazionali del tabacco.
Per concludere, alcuni dati: studi effettuati dalla Regione Toscana, hanno quantificato in 3 € i danni alla salute umana provocati da ogni automobile che entra giornalmente a Firenze, mentre uno studio condotto in Austria Francia e Svizzera sui costi sanitari dell’inquinamento atmosferico nei tre Paesi (The Lancet, settembre 2000) ha calcolato che in base ai ricoveri ospedalieri, ai giorni lavorativi persi (16 milioni), e al numero di morti, l’inquinamento da traffico veicolare produce nei tre Paesi costi per 27 miliardi di Euro l’anno.
Ma il dato più impressionante è quello estrapolato dall’Istituto Superiore della Sanità, secondo cui il rischio di contrarre leucemie per i bambini che vivono in aree trafficate (5.000 veicoli al giorno) è del 270% più alto rispetto ai bambini residenti in zone poco trafficate (500 veicoli al giorno). E le malattie respiratorie dei bambini che vivono in quartieri trafficati aumentano del 20% rispetto a quelli che vivono in aree meno congestionate.
Basterebbe questo per provare a far qualcosa e magari salvare la vita a migliaia di persone, ma evidentemente, per i nostri amministratori, la divulgazione di certi dati è ancora materia da sottoporre a censura; almeno fino a dopo i saldi invernali, no?
Lasciateli in Pacs
Scelta di civiltà o svalutazione della famiglia tradizionale?
In Italien hat die Diskussion über den „Patto Civile di Solidarietà“ begonnen. Durch dieses Abkommen sollen die Rechte von nichtehelichen Lebensgemeinschaften geregelt werden. In fast allen anderen EU-Staaten existieren bereits Regelungen zu diesem Thema.
Pino Mencaroni
PACS, PAtto Civile di Solidarietà, per regolamentare le unioni fuori dal matrimonio. Si tratta di oltre 600 mila coppie di conviventi, ma le cifre sono vecchie e sicuramente sottostimate. Difficile misurare quante siano realmente le coppie di fatto. Non hanno alcuno status giuridico. Coppie invisibili, unioni simili a tutte le altre nel bene come nel male, qualche volta anche più solide, ma totalmente ignorate dalla legge italiana che, unica in Europa, non le riconosce e, quindi, non le tutela. Gli altri paesi dell'Unione Europea dotati di una legislazione in materia sono Austria, Finlandia, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Gran Bretagna, Repubblica Ceca e Svezia, mentre in Slovenia e Ungheria ci sono delle leggi che regolano qualche diritto relativo a proprietà, eredità e beni comuni delle coppie di conviventi, anche omosessuali.
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Oltre all’Italia (dove tuttavia singoli comuni, come Empoli, Pisa, Padova e Ferrara, e alcune regioni come la Toscana, l’Umbria, la Calabria e l’Emilia Romagna, hanno avviato una regolamentazione delle unioni civili) tra i paesi privi di normative ci sono Russia, Polonia, Albania, San Marino, Malta, Cipro, Bulgaria, Bielorussia, Serbia e Montenegro, Monaco, Grecia, Ucraina, Slovacchia, Bosnia, Erzegovina, Macedonia, Moldavia, Estonia, Romania, Turchia. In Italia, le unioni more uxorio sono più diffuse al Nord del Paese (5-6%), mentre nel Mezzogiorno si mantengono al di sotto del 2%. Abitano nella stessa casa, per lo Stato però non sono un nucleo familiare ma solo 2 persone che vivono nelle stesso appartamento. Se almeno potessero dichiarare che si amano…., ma - in fondo - a chi interesserebbe? Se, poi, hanno un figlio, allora sono tre persone. Se si tratta di due omosessuali, per lo Stato, sono solo amici.
Insomma, l’amore fuori dal matrimonio non ha diritti. Si difende il matrimonio in nome dell’amore, eppure, la storia e la vita sono pieni di matrimoni senza amore. Per non parlare di chi vede nel matrimonio la tomba dell’amore. L’argomento resta controverso, ma nei fatti i conviventi sono esclusi, al momento, da numerosi diritti. Niente assegni familiari, niente successione, niente agevolazioni fiscali né reversibilità della pensione. Niente accesso diretto ai beni del partner defunto se il figlio non ha già compiuto 18 anni. Nessuna possibilità di poter assistere il proprio partner se ricoverato in ospedale, oppure di poterlo visitare in carcere, in caso di arresto. E molti altri ostacoli.
Il dibattito tra i politici è vivace. Vaticano e cattolici tradizionalisti temono che il concetto di famiglia possa essere esteso non solo ai conviventi eterosessuali, ma anche alle coppie gay. C’è la grande paura che l’amore, nella sua accezione più ampia, assuma status giuridico riconosciuto dalla Stato. Eppure, proprio l’amore, nella storia dell’Umanità ha mosso le montagne. L’amore per la libertà e l’uguaglianza è stato blasfemo fino alla Rivoluzione Francese. Tante battaglie sociali ne sono derivate, come quella a favore del divorzio, per citarne solo una. Senza amore è difficile immaginare un mondo in movimento. Sarebbe il feudalesimo permanente. Insomma, lasciateli in Pacs.
Lettres italiennes
Caffè con variazioni
Bei Espresso und Cappuccino unterscheidet der Italiener zwischen „normale o ristretto“, „macchiato o corretto“ und „chiaro o scuro“. Nach dem Motto „jedem das seine“ spiegelt diese Menge von Möglichkeiten das italienische Geschick wider, sich nie einigen zu können.
Corrado Conforti
Bastano a volte delle piccole cose, abitudini, tic, fatti insignificanti di ogni giorno, per delineare, spesso anche in modo preciso, l’immagine di un popolo.
Siete mai entrati in un bar in Italia? Dando per scontato che la risposta è sì, vi chiedo allora: avete mai notato quanto un bar italiano sia lo specchio del Paese?
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In Italia il bar è un luogo di transito: si entra, si paga, si consuma, si esce (a volte prima si consuma e poi si paga, ma la durata della sosta non cambia). Difficilmente ci si trattiene a lungo. Gli avventori sono di due tipi: quelli di passaggio e quelli che potremmo definire stanziali. Questi ultimi sono di solito persone che lavorano in zona, le quali, per ovvie ragioni, non si trattengono a lungo. Li si riconosce subito per la confidenza che hanno con il barista. Le loro chiacchiere però si limitano a rapide battute: brevi commenti sul campionato di calcio o pungenti ma bonarie prese in giro di qualcuno dei presenti (spesso lo stesso barista) il quale di solito accetta con un sorriso e un’alzata di spalle quella che, seppure sapida, è in fondo una dimostrazione di affetto. Accanto agli avventori loquaci, ci sono quelli silenziosi. Questi ultimi, se si trattengono, amano immergersi nella lettura del giornale che è lì a disposizione di chiunque. Con un cornetto o un tramezzino in mano, li si vede piegati sulla gelatiera che, data l’ampiezza della superficie, è il posto ideale per sfogliare un quotidiano. Quello che io trovo, però, affascinante è la variazione delle ordinazioni, variazione che avviene all’interno di un ventaglio di scelte in realtà abbastanza limitato. Ci ho fatto caso l’estate scorsa sostando in un bar di Roma, mentre, appoggiato alla gelatiera (il ritratto abbozzato sopra è anche il mio), sfogliavo il più letto quotidiano della capitale: Il Messaggero.
Sono entrati due uomini e una donna, tutti e tre sulla quarantina e probabilmente negozianti o commessi della zona in attesa di aprire il negozio. Il primo ha ordinato un caffè freddo, il secondo un caffè ristretto, la donna ha chiesto un cappuccino chiaro. Dopo un po’ un quarto avventore ha chiesto un caffè macchiato, e il barista si è subito premurato di chiedergli: macchiato freddo o macchiato caldo? Uscito dal bar mi sono divertito a fare un piccolo conto delle variazioni possibili. State a sentire.
Le ordinazioni di partenza sono fondamentalmente tre: caffè, cappuccino e – meno frequentemente – caffellatte. Il primo può essere: normale (ma la cosa non si specifica formulando la richiesta al barista), ristretto o lungo. Ogni caffè può essere: macchiato (con latte caldo o freddo) oppure corretto con grappa, cognac, sambuca o mistrà. Dando alla correzione il valore di una sola variazione (grappa o altro che sia, il risultato è sempre il medesimo), arrivo a contare dieci tipi di caffè, ai quali aggiungo anche il caffè freddo (sebbene questo si beva solo nei mesi estivi), il quale a sua volta può essere già preparato, oppure fatto sul momento; nel qual caso si chiama, con un orribile anglicismo nel quale si riconosce con difficoltà il verbo to shake, “scecherato”.
Passiamo al cappuccino. Qui le variazioni sono solo tre: chiaro (che si oppone a normale, cosicché la variazione “scuro” non esiste), tiepido e infine “senza schiuma”, locuzione questa che degrada, secondo me, il cappuccino al livello del caffellatte. Cos’altro è, altrimenti, un cappuccino senza schiuma? E a proposito di caffellatte: questo può essere chiaro, scuro, tiepido e freddo. Le variazioni finiscono qui, ma si arricchiscono quando si passa al momento della dolcificazione. Sul banco si trovano infatti: zucchero di barbabietola, zucchero di canna, dolcificante solido e dolcificante liquido; senza contare poi che c’è chi non usa dolcificare nessuna delle bevande. Ah, dimenticavo: a volte sul banco si trova anche una grossa saliera (non so come definirla altrimenti) contenente cacao in polvere, con la quale si usa dare alla schiuma del cappuccino quella che a Roma chiamano “spolveratina”; termine quanto mai improprio visto che con il verbo spolverare si intende la rimozione della polvere e non la sua addizione.
Tutta questa fantasia e pignoleria italica m’è tornata in mente ascoltando alla radio le cronache sulle vicissitudini parlamentari dell’ultima legge finanziaria. Non riuscivano a mettersi d’accordo neanche all’interno della maggioranza di governo.
Per spiegarsene la ragione basta fare una breve sosta in un qualsiasi bar del Bel Paese.
“Non mi faccio condurre, conduco”
(motto di San Paolo del Brasile)
Intervista all’artista italo-brasiliana Iara Simonetti
Seit 1988 lebt Iara Simonetti in München, wo sie schon seit einigen Jahren eine neue Kunstform für sich gefunden hat: Eine Mischung aus Bildhauerei und Malerei, die sie bis heute immer weiter entwickelt.
Maria Cristina Picciolini
Quando mi apre Iara Simonetti, nel suo atelier am Glockenbach numero 13, la riconosco subito dal suo caldo sorriso e dalla sua aria modesta, quella che mi aveva già presentato alla Galerie Goethe 53, qualche anno prima.
Entro, e mi accomodo in questa officina-studio, piccola, e con mia sorpresa, severamente ordinata. Non ci sono quadri appesi, non si trovano pennelli sporchi o tavolozze accese di colori, come solitamente si trova negli studi degli artisti, ma c’è la solida presenza di due tavoli, una tenda che sembra offrire riservatezza all’opera compiuta e qualche schizzo a carboncino, preparato per la realizzazione dei suoi personaggi, ancora senza identità. L’armonia e l’essenziale sembrano dominare e lasciarsi respirare, creando un vero filo conduttore tra l’artista e la sua espressione artistica.
Iara Simonetti, nasce il 27 dicembre del 1958. Da padre brasiliano e mamma italiana, in una città ricca di colori, di emozioni, di forze naturali e di un clima caldo-umido, assai generoso, rispetto al nostro qui in Germania, Iara cresce e si forma artisticamente. “Sampa” è il soprannome che ha acquistato dai suoi cittadini, ma la città è conosciuta da tutti noi come San Paolo del Brasile, la metropoli dai fitti grattaceli ed enormi strade, con un’alta percentuale di abitanti di origine italiana, emigrati dalla fine del 1800. La mamma di Iara emigrò in Brasile nel 1936 a soli sette anni insieme ai suoi genitori e ai suoi dieci fratelli, con un biglietto di sola andata, accompagnata da questo stornello…
Italia bella mostrati gentile e i figli tuoi non li abbandonare
sennò ne vanno tutti in Brasile e non si ricordan piú di ritornare…
Ancora qua ci sarebbe da lavorar senza andare in America a emigrar….
INTERVenti (IV): Ciao Iara, mi fa piacere essere oggi qui con te e presentarti ai nostri lettori. Cosa vuol dire per te emigrare oggi, o vent’anni fa, quando tu e tuo marito avete deciso di trasferirvi qui a Monaco?
Iara Simonetti (IS): L’emigrazione di oggi o comunque quella di vent’anni fa è diversa, come lo è stata ancora di più quella dei miei nonni, quando partire significava, diventare per necessità, cittadini brasiliani, dove il tempo e le difficoltà ti facevano dimenticare e ti toglievano ogni speranza di ritornare in patria, dove anche la tua lingua, sembrava non appartenerti più. Invece per me e mio marito e stato senz’altro diverso, è successo nel 1987, non è stata una costrizione , ma venire in Germania è stata una scelta, senza viverla necessariamente come la nostra nuova patria. Certo che rispetto ad oggi anche “solo” vent’anni fa le cose erano diverse, le vie di comunicazione ad esempio, come il telefono o i voli aerei erano molto più lenti e costosi, per non dire della posta, quando per ricevere una lettera dovevi aspettare almeno due settimane.
INTERVenti: Ma iniziamo il nostro viaggio da te come artista. Quando hai scoperto la tua vocazione ?
IS: Ero piccola e la mia curiosità e il mio occhio già fotografico percepivano con attenzione le cose che mi circondavano. Scelsi di proseguire gli studi frequentando l’Accademia di Belle Arti, di San Paolo. Volevo studiare il passato e rielaborarlo nel presente, avevo capito che lo studio del disegno era fondamentale per poter poi affrontare il colore. Ed è, con l’artista plastico Jùlio Plaza che sono cresciuta e ho approfondito le mie esperienze.
IV: Esiste nella tua pittura un filo conduttore, un denominatore comune, che è la figura umana come simbolo esistenziale e sociale. I tuoi “personaggi”cioè le tue opere sculto-pittoriche, sembrano già progettate in anticipo, ci vuoi raccontare come nascono?
IS: Il mio è un percorso a ciclo, cioè la figura o il personaggio da me ideato viene innanzitutto disegnato su carta, poi riportato su legno di compensato e tagliato, sagomando la figura. L’ultimo incontro e gli effetti decisivi le lascio alla pittura.
IV: A colpo d’occhio se si guarda i tuoi personaggi ci si chiede chi sono, da dove vengono ? Poi se le osserviamo attentamente, la riflessione si ferma sul movimento dei corpi e sulla scelta cromatica, avvertendo una sottile riproduzione di svariati moti d’animo. Di quanta ispirazione sono per te, le persone che incontri nel tuo cammino?
IS: Il mio è un “viaggio nell’anima” dell’uomo. Non cerco il confronto nei volti delle persone ma preferisco studiarne i loro caratteri e i loro sentimenti. Nella rappresentazione di un corpo unico o spezzato, di un particolare o di un insieme, il linguaggio che voglio esprimere, rimane legato alle loro emozioni. Tra di loro ci sono personaggi esistenti, sempre molto vari e diversi tra di loro. Non necessariamente circondano la mia vita, ci sono amici ma anche sconosciuti, ci sono anime perse, e anime innamorate, incontrate per caso su una spiaggia o dentro un ascensore, ma comunque libere, sospesi in un tempo e in un luogo imprecisati.
IV: Frequenti altri generi artistici?
IS: Sì, da diverso tempo mi sono avvicinata alla fotografia. La elaboro al computer dove, avendo la possibilità di provare, senza bisogno di rischiare, il lavoro diventa più intuitivo che razionale. Al computer (l’ultimo generatore d’illusioni) provo a rompere le regole della profondità naturale della fotografia cercando di mettere in evidenza “l’uomo”.
IV: Insomma nel tuo percorso artistico tu rimani sempre legata al figurativo e soprattutto ai tuoi “Personaggi” anche in un epoca dove il linguaggio “installazioni” sembra voler sostituire la pittura tradizionalmente intesa. Cosa pensi dello stato dell’arte di oggi?
IS: Credo che lo stato dell’arte di oggi abbia semplicemente cambiato linguaggio. Il linguaggio delle “ installazioni” è un punto d’incontro di vari codici espressivi, dalla pittura alle tele, agli oggetti, alla poesia, sono scultorei, tridimensionali e liberati da ogni tipo di superficie e di tradizione. Ed io, invece, rimango con un occhio alla tradizione e con un occhio al presente, riflettendo sul futuro.
IV: C’è una domanda che prima o poi si fanno quasi tutti, molti hanno tentato di rispondere, ma se analizziamo le loro risposte ci accorgiamo subito che il concetto di arte, muta e varia con usi e costumi di ogni epoca. Che cos’è l’arte per te?
IS: L’arte per me è una lingua universale, produce immagini, risveglia fantasmi, inventa emozioni dentro un mondo fantastico, misterioso ed indefinibile. È quel qualcosa che ti disseta come l’acqua e ti sfama come il cibo, un po’ come l’amore, totale ed esclusivo. Può esprimere tutto, può ingoiare tutto, può rappresentare tutto.
IV: La pittura rappresenta, non argomenta, ma si argomenta per capirla, per interpretarla e per analizzarla. Come reagisce il pubblico di fronte al tuo messaggio ?
IS Molti artisti dicono di vedere le cose in modo diverso mentre disegnano o dipingono, è come se l’essere concentrati su un opera alteri la coscienza, e così è il pubblico quando osserva, ognuno di loro percepisce e reagisce in maniera diversa… qualche volta, alla ricerca disperata della loro anima !
Uscendo dal suo studio rimango con il pensiero all’ ultimo “personaggio” da lei creato, senza nome, senza volto, ma con un gesto a me famigliare, che mi accompagna nel viaggio di ritorno.
L’uomo incrocia le braccia dietro la schiena, reggendosi la mano in un movimento di leggera rassegnazione, forse stanco del tempo lo ascolta, mentre il suo sguardo all’infinito cerca le risposte alla vita, a volte serena , a volte ingrata. Il suo colore caldo, rosso-arancio, porta speranza, ci rafforza e ci aiuta ad andare avanti, nonostante il futuro dell’arte o della vita noi non lo possiamo percepire, perché, umanamente non ci è concesso di conoscere il futuro.
Le opere di Iara Simonetti saranno esposte a Marzo del 2007 presso il Forum dell’Arabella Park.
Sito web: www.iara-simonetti.de
Edoardo Bassini
Il chirurgo Pavese sviluppò per primo la tecnica giusta per operare l’ernia inguinale e contribuì ad introdurre la tecnica asettica in chirurgia
Der Chirurg aus Pavia, der die Technik für die Operation des Leistenbruches entwickelt hat, ist eine herausragende Figur in der Medizingeschichte.
Leonardo Chen
Edoardo Bassini nacque a Pavia nel 1844 dove frequentò l’Università di medicina e fu allievo del prof. Porta. Convinto patriota dell’Unità d’Italia ed uomo d’azione combatté nella terza guerra d’Indipendenza a fianco dei tedeschi contro gli austriaci. Non condividendo la politica troppo cauta di Cavour fu uno dei “Settanta” di Garibaldi nella Presa di Roma e nel 1867 partecipò alla disastrosa battaglia di Villa Gori dove fu ferito gravemente all’addome da un colpo di baionetta. Portato in un lazzaretto fu lasciato lì a morire a causa della ferita penetrata nell’intestino e della peritonite di solito fatale che di regola ne seguiva. Per sua fortuna si formò un ascesso che si trasformò in fistola fecale. Nonostante la prigionia in Castel Sant’Angelo e la maleodorante menomazione Bassini riuscì a riprendersi e raggiunse dopo la liberazione il prof. Porta del quale divenne assistente. A causa della fistola Bassini preferì lavorare nelle sale anatomiche perché l’odore di formalina riusciva a mascherare il proprio e si applicò particolarmente allo studio dell’anatomia della regione inguinale.
Dopo diversi anni Bassini fu in grado di fornire al suo maestro una conoscenza ed una competenza tale che questi poté operare e chiudere la sua fistola. Lasciata Pavia Bassini fu allievo dei professori Billroth a Vienna, Langenbeck a Berlino e Nussbaum a Monaco di Baviera. Durante un lungo soggiorno a Londra poté imparare da Lister i principi dell’asepsi nella chirurgia, trattandosi allora di teorie nuove e molto controverse. Quando tornò in Italia, a Padova, lavorò prima come anatomopatologo e poi collaborò come aiuto chirurgo con il prof. Tito Vanzetti. Nonostante il disaccordo con questi, Bassini riuscì qui a dimostrare che con la tecnica antisettica era possibile ottenere una media di sopravvivenza dei malati operati significativamente più alta della media di quella raggiunta sinora. Attraverso la sua conoscenza dell’addome, Bassini riuscì a sviluppare un metodo per ridurre e chiudere un’ernia inguinale nel 1884.
L’ernia inguinale (Leistenbruch) è la fuoriuscita dall’addome di una parte dell’intestino in un sacco di tessuto peritoneale attraverso la corda spermatica. Conosciuta già nell’antico Egizio era considerata una malattia debilitante potendo portare allo strozzamento dell’intestino e ad una morte dolorosa. Il metodo che sviluppò Bassini si basava sulla riduzione dell’ampiezza dell’anello tendineo e sulla chiusura del difetto attraverso il quale fuoriesce l’ernia.
Dopo più di 200 casi trattati con successo la sua tecnica fu pubblicata nel 1890 sull’“Archiv für klinische Chirurgie”, e poté diffondersi un tutta Europa. Tutte le successive tecniche di riduzione operativa dell’ernia inguinale sono delle variazioni alla tecnica del chirurgo pavese.
Nel 1904 Bassini fu nominato senatore del Regno d’Italia.
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