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Il Festival di Monaco
L’edizione 2007 è stata vinta dall’abruzzese Giancarlo Spadaccini
Am 17. Juni 2007 wurde Giancarlo Spadaccini aus Abruzzen zum Sieger des „Festival della Canzone Italiana d’Autore” gekürt. Im Gegensatz zum vergangenen Festival wurden die Erwartungen bei der diesjährigen dritten Veranstaltung nicht im vollem Umfang erfüllt.
Rosanna Ricciardi
La terza edizione del Festival di Monaco è stata un successo nonostante alcuni aspetti non ci abbiano pienamente convinto. Non ce ne abbia a male l’instancabile Alfredo di Cesare per queste critiche e ci perdoni pensando che in genere, a reagire con più durezza, sono magari i delusi che più avevano creduto in qualcosa, come noi dopo la riuscitissima edizione dell’ottobre 2005.
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Inoltre il porsi in maniera troppo esplicita nel solco di una tradizione fin troppo collaudata non è solo un problema del Festival monacense, ma in generale di tutte le manifestazioni giovani e desiderose di affermarsi: forse per andare sul sicuro vengono selezionati a partecipare artisti che, almeno nella canzone e nell’interpretazione scelta per l’occasione, si rifanno in maniera a volte pedissequa a cantanti noti. Il livello di presa sul pubblico presente in sala è in genere direttamente proporzionale al livello di qualità e/o popolarità del modello di riferimento. Se si portano i capelli come Pupo, ci si muove come il primo Zucchero e si cantano versi un po’ banali si raccoglie un applauso di circostanza e qualche commento sarcastico sussurrato all’orecchio del vicino. Se si fanno vocalizzi à la Bocelli l’applauso già si riscalda un po’. Se infine ci si ispira al De André della microstoria e delle cronache di paese le mani battono a lungo, qualcuno urla un “bravo!” e l’autore convince la Giuria e vince il Festival. In mezzo a questi estremi l’orecchio un minimo al corrente della scena musicale italiana più o meno recente riconosce echi di Caparezza, Vinicio Capossela, qualche neomelodico, Patty Pravo e via cantando. Lo avevamo notato anche la precedente edizione, quando però gli artisti ci avevano colpito per la maggiore personalità e per doti abbastanza peculiari. Per passare agli aspetti positivi, ad Alfredo di Cesare vanno alcuni grandi meriti tra cui quello di essere riuscito a riempire la Carl-Orff-Saal della Gasteig e quello di affidare il compito di giudicare a persone competenti e coraggiose che, sia per l’edizione passata che per quella di quest’anno, hanno scelto l’artista che ai pur evidenti modelli di riferimento forniva l’apporto più personale e innovativo, premiando non soltanto le doti canore, ma l’interpretazione a tutto tondo, che non è solo questione di ottave. Ci avevano scommesso e ci speravano un po’ tutti quelli che si erano scambiati opinioni sulla serata durante l’intervallo.
Dopo la pausa è la volta degli ospiti, che di nuovo sono grandi nomi e danno lustro alla manifestazione: il primo ad esibirsi è Amedeo Minghi, presidente della giuria tecnica, che canta “Un uomo venuto da lontano”. Il brano, ispirato alla vita di Giovanni Paolo II, già cantato in sua presenza durante un concerto alla Sala Nervi in Vaticano, è accompagnato da quello che è l’unico video musicale al mondo con immagini di un pontefice. A seguire un medley dei successi del cantautore romano e il gruppo tedesco Shariwari con la canzone arrivata terza nell’ottobre del 2005.
Ad infiammare la sala arriva poi il cantautore siciliano Pippo Pollina, come il pubblico e come tanti di noi migrante, palermitano approdato a Ginevra, amico e collaboratore di guru della musica sia italiana che tedesca, come Franco Battiato e Konstantin Wecker. Prima alla chitarra e poi al pianoforte, accompagnato alla chitarra elettrica da Enzo Sutera, presenta in due lingue e con voce graffiata, ognuno dei brani che canta, brani che raccontano di storie minime (Il pianista di Montevideo) e massime (I cento passi), di storie familiari (Sambadiò, ninnananna scritta per i figli) e di storie di ribellione (Sotto la ruota). E tutti i brani, nella scia della più nobile tradizione cantautoriale italiana, ritemprano i timpani, offrono spunti di riflessione e accarezzano l’anima. Nella scia di questa tradizione ben si pone quello che molti si auguravano vincesse e che conquista il primo posto di quest’anno, prima della simpatica partenopea Dora Cardone e della eterea Patrizia Cirulli.
Il vincitore di questa terza edizione si chiama Giancarlo Spadaccini ed è un signore abruzzese alto alto dai pantaloni senape che racconta una storia di emigrazione, tema ricorrente non solo nei testi di questi Festival monacensi: si pensi a “Nuovomondo”, il visionario, potente e poetico film di Emanuele Crialese al momento anche nelle sale tedesche. E se in quest’ultimo la nonna siciliana decide di tornare subito al suo paese, perché capisce le contraddizioni oltratlantiche appena sbarcata ad Ellis Island, il nonno dell’artista abruzzese “discese la scala come un pastore dal monte, il tempo che serve a chi va a transumare, pochissimi anni si fermò a lavorare”, prima di tornare al paese in pieno boom e scegliere in controtendenza l’orto al negozio. Spadaccini canta questa storia di famiglia con ispirazione, ma senza cadere nel patetismo, è accompagnato dal chitarrista Peppino Forte e dal fisarmonicista Pino Borromeo e ha presenza scenica e potere di trascinare tanto il pubblico quanto gli altri partecipanti al Festival, che lo accompagnano nel coro finale.
L’ultimo commento è del patron della manifestazione che sottolinea il messaggio di pace della musica “purtroppo assente” nelle troppe zone in cui al momento si combatte. Non ce ne voglia Alfredo di Cesare, se la nostra riflessione finale confuta questa sua affermazione: la musica soppravive per fortuna anche nelle zone più disperate del nostro sofferente pianeta. Dalla Palestina all’Iraq, dall’Afghanistan alle zone martoriate della provincia napoletana come nei sobborghi newyorchesi esistono oasi di note: nelle ninnananne delle madri, nei rap dei giovani, nell’orchestra interetnica dell’israeliano Barenboim. Solo che chi governa i fili della comunicazione ritiene a volte più utile far risuonare il suono monocorde e mortifero delle bombe e dei Kalashnikov che non il linguaggio universale della musica degli oppressi.
Giancarlo Spadaccini
Nato nel 1956 a Vasto in Abruzzo, Giancarlo Spadaccini si è accostato negli Anni Settanta alla musica dei cantautori italiani. Ha scritto canzoni per la semplice voglia di scrivere fino al 2003, anno in cui ha autoprodotto il suo primo CD: “Millemani”. La canzone è “un mezzo per comunicare un messaggio, una maniera di condividere esperienze, sogni ed utopie”. Di ritorno da una gita con amici, durante la quale avevano visitato la tomba di Lucio Battisti, ha preso forma il progetto: un CD con le canzoni di Battisti interpretate da loro.
Gli apprezzamenti delle persone che lo hanno ascoltato “sono stati determinanti per continuare e, così, con molta più maturità e convinzione” ha presentato il secondo CD dal titolo: “ Rime e dolori”. L’unica critica che non accetta è quella riferita alla sua età: ”Si può cominciare a cantare a 45 anni? Sì, è l’esperienza più gratificante che si possa fare!”
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“La mia patria sono i miei ricordi”
A colloquio con Pippo Pollina
Interview mit Pippo Pollina: Der beliebte Sänger aus Sizilien wurde in diesem Jahr zum Münchner Festival als Jurymitglied eingeladen. Mit bewegenden Melodien und anspruchsvollen Texten begeistert er seine Anhänger, welche hauptsächlich aus dem deutschsprachigen Raum stammen. Bei den Italienern in Bayern ist Pippo Pollina aber noch ziemlich unbekannt. Er erzählt uns über sein Leben zwischen der Schweiz und Italien – ein Leben zwischen zwei Kulturen.
Daniela Ghidini
Un grande artista del panorama musicale europeo: Pippo Pollina. Più di venti anni di carriera, una musica emozionante, testi poetici con temi impegnati, è conosciuto soprattutto in paesi di lingua tedesca. Da una decina d’anni tiene regolarmente concerti in Italia dove i suoi album si trovano senza difficoltà, restando però ancora inspiegabilmente sconosciuto alla maggioranza degli italiani che vivono in Baviera. Lo abbiamo incontrato a Monaco, dove è stato invitato a far parte della giuria del “Festival della Canzone italiana d’autore di Monaco”.
INTERVenti (IV): Certo, mi sembra veramente strano, ma so che molti italiani residenti in Germania non ti conoscono ancora. Cosa puoi raccontarci di te? Da quando e perché hai deciso di vivere all´estero?
Pippo Pollina (PP): Sono venuto dalla Sicilia per caso, senza famiglia, e poi, una volta arrivato, ho deciso di rimanere. Abito in Svizzera, a Zurigo, da 22 anni. Da allora ho cominciato a suonare anche in Germania sempre più spesso e sempre più volentieri. Adesso ho la fortuna di poter contare anche qui su un pubblico molto generoso e fedele, che mi segue da tanti anni. Per lo più sono tedeschi, o meglio… il 95 per cento degli spettatori che mi seguono sono di madrelingua tedesca.
(IV): Hai deciso di rimanere all’estero perché ritenevi di avere più possibilità di realizzarti? È stata una decisione presa più con la testa o con il cuore? (PP): Direi sia con la testa che con il cuore… Non volevo più rimanere in Italia perché non mi ci trovavo più… l’Italia mi stava – come dire – un po’ “stretta”. A metà degli Anni Ottanta ho pensato quindi di prendermi una pausa cominciando a viaggiare e da allora non sono più tornato indietro.
(IV): Dunque all’inizio non pensavi di lasciare definitivamente l’Italia! (PP): No, non avevo l’intenzione di rimanere definitivamente all’estero; questa decisione è stata il risultato di un’esperienza che si è rivelata più importante e significativa di quanto non avessi previsto. Comunque continuo ad andare spesso in Italia, visto che faccio concerti anche a sud delle Alpi. Oltre alla famiglia ed agli amici, si è aggiunto anche l’aspetto legato al mio lavoro e alla musica. Ogni mese sono in Italia per un motivo o per un altro quindi, in fondo, si può dire che il mio sia uno “stare” e “non stare” lontano dal mio Paese, in realtà si tratta di un continuo alternarsi di soggiorni al di qua e al di là delle Alpi…
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(IV): Quando tu parli di “casa”, cosa intendi? Dove ti senti “a casa”? Forse, nel posto in cui ti trovi in quel momento? (PP): Sì, la mia “casa” è proprio lì dove sono io in quel momento; sono come le lumache che la casa ce l’hanno sempre appresso… Dico sempre ”la mia patria sono i miei ricordi”: ormai non siamo più quello che eravamo nel passato, abbiamo acquisito una nuova identità e abbiamo fatto nuove esperienze. L’essersi arricchiti di elementi nuovi ha comportato nello stesso tempo la perdita di identificazione con un luogo geografico specifico, il distacco parziale da quella cultura alla quale non riusciamo più ad essere partecipi in modo totale e completo così come lo eravamo nel passato. Questa evoluzione rimane per me comunque un fatto positivo, un arricchimento. Perdere qualcosa da una parte per guadagnare qualcos’altro dall’altra significa, in fondo, arricchirsi…
(IV): Quando torni dunque ti senti bene, non come un estraneo… (PP): Dipende… da un punto di vista politico direi di no, assolutamente! Anzi sotto questo aspetto io rivolterei l’Italia come un calzino…
(IV): Sicuramente non sei l’unico… (PP): Non sono l’unico, però il problema è che chi lo dovrebbe fare, non lo fa; sta di fatto che mi sembra, purtroppo, che faccia poca differenza che al governo ci sia uno schieramento politico od un altro….
(IV): Quali differenze noti tra il pubblico italiano ed il pubblico tedesco? Una volta hai detto - durante un concerto qui a Monaco - che ti sembra strano, quando canti in Italia, che la gente ti capisca…Oltre questo aspetto,come li vivi tu gli italiani? Il loro entusiasmo, il loro calore… come sei accolto? (PP): Fantastici! C’è un pubblico fantastico anche in Italia. Sono riuscito a ricavarmi una nicchia di pubblico molto caloroso e generoso; un pubblico, in un certo senso, diverso da quello tedesco, direi più impegnato. Qui in Germania, la maggioranza della gente non riesce a capire perfettamente il senso letterale dei testi delle canzoni, inoltre bisogna considerare che qui “l’italianità” è un concetto molto ampio nel quale rientra quasi di tutto…, pertanto ai miei concerti si può incontrare l’appassionato delle spiagge di Rimini e delle notti italiane della Dolce Vita, così come anche chi magari rimpiange gli Anni Settanta italiani. Insomma, io e la mia musica rientriamo in quel gran calderone in cui “pizza” e “spaghetti” fanno rima con altre cose meno, diciamo, superficiali. In Italia tutti questi aspetti vengono meno; il pubblico è veramente impegnato, ascolta molto i testi, è un pubblico che ascolta la canzone d’autore così come era concepita a metà degli Anni Settanta-Ottanta. È un pubblico molto attento e consapevole, diverso insomma…
(IV): Però non hai preferenze, dunque… sono diversi… (PP): …ma per me ugualmente importanti, infatti qui posso apprezzare cose che in Italia non trovo, così come anche il contrario!
(IV): Quando e perché è nato in te il desiderio di essere conosciuto anche in Italia? (PP): Ad un certo punto, alla fine degli anni Novanta, è diventato fondamentale per me riuscire a farmi conoscere anche dal pubblico e dalla stampa nazionale italiana. Di fatto volevo verificare certi aspetti del mio lavoro, cercando di capire se il mio potesse essere solo un prodotto di esportazione (in particolare per l’area di madrelingua tedesca, di cui conoscevo bene la cultura) oppure potesse avere una valenza anche per il pubblico italiano. Il recupero di questa parte di me è stato fondamentale per il mio ulteriore sviluppo artistico, altrimenti avrei corso il rischio di “ghettizzarmi”. Vedevo questa nuova sfida come una ricerca di conferme per ciò che stavo già facendo qui all’estero e per fortuna è andata…
(IV): …come vediamo… cioè benissimo! Sono dell’opinione che il tuo stile sia unico. Spesso, quando parlo entusiasta della tua musica, mi si chiede: “ma a chi assomiglia?” Io allora non so cosa rispondere, sinceramente penso che non assomigli a nessuno… Tu però hai invece dei riferimenti, degli artisti che ti ispirano, che sono per te importanti? (PP): Guarda… la nostra è una specie in via di estinzione perché di cantautori in Italia ce ne sono sempre meno. Il cantautore è una figura legata a un certo periodo storico e quindi probabilmente chi oggi scrive canzoni si orienta verso altre forme, diverse dalla canzone d’autore. “A chi assomiglio?” …dicono un po’ a Dalla, un po’ a Fossati, un po’ a De Gregori, ai classici insomma, ma io veramente non mi riconosco in questi paragoni… Una volta invece, il giornale Rockstar, scrisse una cosa nella quale mi sono ritrovato, e cioè: “È un curioso misto fra i R.E.M. e Luigi Tenco”. Beh, ecco, se proprio deve essere, questo confronto mi sta bene…
(IV): Hai inciso canzoni con vari artisti: Franco Battiato, Konstantin Wecker, George Moustaki, Linard Bardill, Inti Illimani, Nada…sono progetti che nascono da amicizie preesistenti? (PP): Sì. L’idea di lavorare insieme è nata sempre dopo una consolidata conoscenza. Tranne Nada, che invece ho contattato perché mi sembrava che, con la sua voce, si prestasse bene ad essere coinvolta in questo pezzo (“I fiori del male”)
(IV): I tuoi progetti per il futuro? (PP): Domani (18 giugno, n.d.r.) sarò a Bologna per una conferenza stampa sull’”Ultimo Volo”, un’opera la cui prima assoluta si terrà il 27 giugno al teatro Manzoni di Bologna, lo stesso giorno in cui verrà inaugurato, sempre a Bologna, il cosiddetto “Museo della memoria”, dedicato all’incredibile vicenda della tragedia di Ustica. È un lavoro che mi è stato commissionato dall’Associazione dei Parenti delle Vittime di Ustica, insieme all’Associazione Teatrale di Accademia Perduta, i Teatri Emilia Romagna e al Comune di Bologna. Mi avevano contattato già più di un anno e mezzo fa, ritenendo che io potessi essere l’autore… “giusto” per scrivere su questo genere di argomento.
(IV): È un’opera tutta tua? (PP): Sì, tutta mia. Veramente sono anche un po’ nervoso perché non è facile conciliare il lavoro di tanti artisti diversi… ci sarà Manlio Sgalambro - il filosofo che scrive i testi per Battiato -, ci saranno attori famosi, come Stefano Bicocchi detto “Vito” e l’orchestra sinfonica Arturo Toscanini di Parma, così come anche il mio gruppo… Si tratta di un’opera complessa in cui ho avuto l’esigenza di assimilare diversi piani narrativi. Ora abbiamo ancora una settimana di tempo per provare e cercheremo di dare il massimo…
(IV): Allora, in bocca al lupo! (PP): E creperà ‘sto lupo... Speriamo!
Dopo il Festival abbiamo rivisto Pippo Pollina per salutarlo e raccogliere ancora un commento al volo: “Una vittoria meritata”, ha definito quella di Giancarlo Spadaccini.
Per qualsiasi curiosità visitate il sito: www.pippopollina.com
„Pensa con i sensi - senti con la mente. L’Arte al presente”
Glanz und Elend der 52. Internationalen Biennale d’Arte von Venedig
Toni più pacati e meno provocatori rispetto alle precedenti edizioni informano la 52ma Biennale d’Arte di Venezia, curata dal pittore e storico dell’arte statunitense Robert Storr, “Pensa con i sensi. Senti con la mente. L’Arte al presente”. Ampio spazio, accanto ai classici contemporanei da Gerhard Richter a Sigmar Polke e Bruce Naumann, anche ai paesi emergenti come la Cina e l’Africa. Al centro dell’interesse di questa Biennale dai connotati fortemente politici temi di grande impatto emotivo come la guerra, il dissesto sociale nonché l’attenzione al privato.
Anna Zanco Prestel
Ein neuer, eher nüchterner Stil prägt die 52. Internationale Biennale d’Arte, die, wie alle zwei Jahre, ihre Tore öffnet und Venedig in ein immenses Spektakel verwandelt. Eine hohe Anzahl von Kritikern, Kuratoren, Sammlern, Mäzenen und Galeristen verabreden sich bei den „Giardini“, um die Bedeutung der Veranstaltung zu unterstreichen und – wie in diesem Fall – die ersehnte Wiederbelebung des Kunstmarkts nach Jahren der Sättigung zu feiern. Es gibt 31 Pavillons mit 77 vertretenen Ländern. Sie ermöglichen eine Reise in acht Stunden rund um die Welt der zeitgenössischen Kunst, die ihresgleichen sucht. Neu gestaltet zeigt sich in diesem Jahr die zentrale und älteste Einrichtung der Biennale: Der „Padiglione Italia“, in dem die größte Werkschau bedeutender Künstler untergebracht ist, die Robert Storr, neuer und erster amerikanischer Direktor der Megaveranstaltung konzipiert hat. Das Motto ist „Mit den Sinnen denken – Mit dem Verstand fühlen – Die Kunst im Präsens“. Mit ihm lag es in Storrs Absicht, eine Biennale zu gestalten, die „in die Zukunft schaut und nicht in die Vergangenheit“ und frei von ideologischen wie auch theoretischen Zwängen sein will. Eine Präsentation mit musealem Charakter zeigt ein breites Spektrum von Werken charismatischer Größen wie Gerhard Richter, Bruce Naumann, Che Zen, Robert Ryman. Sigmar Polke ist der zentrale Saal gewidmet, in dem sechs großformatige Gemälde und ein Tryptichon aus seiner Hand durch ihre beunruhigende, geheimnisvolle Ausstrahlung bestechen.
In dem für den Anlass neu gestalteten „Padiglione Venezia“ befindet sich eine „Hommage“ an den vor kurzem verstorbenen venezianischen Meister Emilio Vedova , die im Zeichen des Dialogs als belebender Meinungsaustausch unter Künstlern mit gleicher Orientierung steht. Im Blickpunkt befinden sich die riesigen Leinwände in Schwarz-Weiß von Vedovas langjährigem Freund und Gleichgesinntem Georg Baselitz.
Sehr theatralisch, choreographisch wirken viele Installationen vor allem im Arsenale, wo die Videokunst mit ihren oft irritierenden Nebengeräuschen triumphiert. Dort und insbesondere in der „Corderia“ – der ehemaligen Seilerei – ist die Anklage über soziale Missstände und das Engagement tonangebend in einer sehr politisierten Biennale, die nicht schockieren, sondern das weltweite Unbehagen unserer Tage bewusst in Szene setzen will.
Dominierend sind – was die Inhalte angeht – Themen, die den Rückzug ins Private behandeln, wie - repräsentativ für alle – die Arbeit „Sorgt Euch um Euch“ der Französin Sophie Calle. Fast überall gegenwärtig ist der an vielen Schauplätzen der Erde wütende Krieg: Im Christus auf dem US-Flieger des Argentiniers Léon Ferrari aus der Serie „Nunca mas“ über Buenos Aires, ebenso wie auch in den Fotos der 144 zerbombten Beiruter Fabriken von Gabriele Basilico. Nicht zuletzt das Elend in der Welt, etwa in den vergessenen Vororten der großen Bidonvilles. Schließlich der Tod in seiner öffentlichen und privaten Dimension: Beispielweise wieder in einer rührenden Arbeit von Sophie Calle zum Andenken an ihre eigene Mutter oder in jener des Chinesen Yang Zhengzhong mit der von mehreren Zeitgenossen vor laufenden Kamera wiederholten Aussage „Ich werde sterben“.
Eine Neuheit im Arsenale ist der Pavillon der Türkei und - unter dem Titel „Check List“ - die große Werkschau afrikanischer Kunst, eine Kunst die sich - neben der chinesischen - auf dem Vormarsch befindet. Es ist gewiss kein Zufall, dass der diesjährige Leone d’Oro an den 72jährigen Fotografen Malick Sidibé aus Mali ging.
Eine Biennale also im Zeichen der Globalisierung, die große Freizügigkeit in der Auswahl der Exponate walten lässt, was leider nicht selten auf Kosten der Qualität geschieht. Eine Biennale, die aber auch im Zeichen der Verständigung steht, wie die erste Ausstellung von Sinti und Roma-Künstlern im Palazzo Pisani zeigt oder das auf einer Idee der russischen Künstlerinnen basierende „Ship of Tolerance“ vor der Punta della Dogana symbolisiert, dessen Segel mit Zeichnungen venezianischer Schüler realisiert wurden.
Unfangreich und breit gefächert ist das Programm der 34 Begleitveranstaltungen rund um die Biennale 2007.Dazu zählen als absolute Highlights die Retrospektive von Enzo Cucchi im Museo Correr und die Werkschau von Damien Hirst im Palazzo Papafava.
Officine Panerai – dem Meer verbunden
Tradition und Kult einer florentiner Uhrenmarke
L’orologeria Panerai fondata nel 1860 sposa con successo tecnologia svizzera e design tutto italiano. Dal 2006 l’azienda produce in esclusiva gli orologi Ferrari.
Daniel Vetró
Man kann vermuten, dass der Boom in der Uhrenbranche zum einen auf die wirtschaftliche Erholung zurückzuführen ist und zum anderen auf eine Erbengeneration, die ein lockeres Verhältnis zu Luxusgütern pflegt. Dass es bei Uhren und Schmuck die verschiedensten Geschmäcker gibt, zeigt das Beispiel der Officine Panerai sehr deutlich. Die klassischen Armbanduhren des Herstellers aus Florenz haben ein spartanisches Design, einen Durchmesser von etwa 45 Millimetern und ein Gewicht, das dazu einlädt, die Uhr gelegentlich abzulegen, um dem Arm eine Erholungspause zu gönnen. Aber was die einen als klobig und schwer bezeichnen, ist für die anderen elegant, schick und stilvoll.
Obwohl Panerai auf eine fast 150-jährige Tradition zurückblickt, konnte die italienische Uhrenmarke erst in den vergangenen Jahren ihren Kultstatus erlangen.
Giovanni Panerai gründete seinen Familienbetrieb im Jahre 1860 mit einer Werkstatt an der Brücke „Ponte alle Grazie“ in Florenz. Zunächst wurde Panerai durch die Herstellung von nautischen Präzisionsinstrumenten bekannt. Im Laufe der Zeit wurde das Sortiment um den Optik- und Uhrenbereich erweitert. Von Beginn an wurde eng mit schweizerischen Feinmechanikern und Uhrmachern zusammengearbeitet.
Ab 1890 übernahm der Enkel des Gründers, Guido Panerai, das Unternehmen und wurde offizieller Zulieferer der italienischen Marine. Zur Jahrhundertwende folgte der Umzug zur „Piazza San Giovanni“, wo sich auch gegenwärtig noch die Boutique Panerai befindet. Das Geschäft bekam den Namen „Orologeria Svizzera“, welcher auf die schweizerische Herkunft und Qualität der Produkte hinweist. Heute wird hier die aktuelle Uhrenkollektion in hängenden Vitrinen mit Bullaugen präsentiert. In einem einstigen Lagerraum, den Kenner als „Museum“ bezeichnen, sind die wertvollsten Stücke aus der Panerai-Geschichte zu begutachten.
Die Kinder von Guido Panerai, Giuseppe und Maria, traten 1934 in die Fußstapfen ihres Vaters. Zwei Jahre später erhielten sie den Auftrag, für die Militärmarine eine Taucheruhr zu konstruieren, die extremsten Belastungen standhalten sollte. Die handgefertigte „Radiomir“ war mit einem Uhrwerk aus dem Hause Rolex ausgestattet, extrem druckresistent und das mit radiumhaltigem Lack behandelte Ziffernblatt ließ sich auch bei schlechtesten Lichtverhältnissen und unter Wasser gut ablesen. In Verbindung mit einem Tiefenmesser und einem Kompass bildete sie eine Ausrüstungseinheit. Unter militärischer Geheimhaltungspflicht wurden die Uhren in einer kleinen Auflage für eine italienische Taucherspezialeinheit (Gruppo Gamma) gefertigt. Ende der Vierziger Jahre wurde das Modell durch die „Luminor“ ersetzt, welche nach dem gleichnamigen, nicht radioaktiven Leuchtlack benannt wurde.
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In den folgenden Jahrzehnten wurden auch für diverse andere Militärs, wie die ägyptische Marine, Uhren gefertigt. Die eingebauten Uhrwerke wurden weiterhin von Rolex, aber auch vom schweizerischen Hersteller Angelus geliefert. Mit dem Tod von Giuseppe Panerai im Jahr 1972 wurde das Familienunternehmen in die Gesellschaft Officine Panerai s.r.l. umgewandelt und vom Ingenieur Dino Zei geleitet.
Erst 1993 stellt Panerai dem zivilen Markt seine Uhrenkollektion mit den Modellen „Luminor“, „Luminor Mare“ und dem Chronograph „Mare Nostrum“ vor.
Durch Eingliederung in die Richemont-Gruppe (1997) hat die Marke Panerai schnell an Popularität gewonnen. Dem Luxusgüterkonzern gehören unter anderem „Cartier“, „Montblanc“ und „Jaeger LeCoultre“ an. Offizielle Panerai-Shops befinden sich in Los Angeles, Hongkong, Shanghai, Portofino und selbstverständlich Florenz.
Mit den Schlagworten „Origine Italiana”, “Eccellenza Tecnica”, “Affidabilità” und “Passione” wird die Kollektion „Ferrari Engineered by OFFICINE PANERAI“ präsentiert. Seit 2006 werden die Armbanduhren der Linien „Granturismo“ und „Scuderia“ exklusiv für den Rennwagenhersteller gefertigt. Der Name Panerai tritt hierbei in den Hintergrund – im Vordergrund, beziehungsweise auf dem Ziffernblatt steht lediglich Ferrari. „Dem Meer verbunden“, mit maritimen Wurzeln, mag es verwundern, dass die Uhrenmarke gemeinsam mit einer Automarke auftritt. In diesem Zusammenhang hat sich Angelo Bonati, Panerai-CEO, gegenüber dem Uhrenmagazin „Tourbillon“ dahingehend geäußert, dass Ferrari es dem Uhrenmacher möglich macht, einen Fuß an Land zu setzen.
Die „Granturismo“-Kollektion ist in den für Ferrari typischen Farben rot und schwarz gehalten. Das charakteristische Pferdeemblem ist direkt über dem Ferrari-Schriftzug auf der Zwölf-Uhr-Position angebracht. Bei den „Scuderia“-Modellen dient das historische Logo mit dem sich aufbäumenden Pferd vor gelbem Hintergrund als Erkennungsmerkmal. Beide Modellreihen werden in verschiedenen Variationen angeboten (Preis ab zirka 4.400 Euro).
Um ausbleibende Kundschaft braucht man sich im Hause Panerai nicht zu sorgen. Hinter der Marke steht eine weltweite Fangemeinde, die sich in Anlehnung an die „Ferraristi“ „Paneristi“ nennt. Am 20. Oktober treffen sich die treuen Fans und Sammler in Hamburg zum sechsten „P-Day“.
www.panerai.it www.paneristi.de
Zu viel, zu fett, zu süß
Was sich in deutschen Mägen im Laufe des Tages alles ansammelt
Da tempo ormai i tedeschi soffrono di obesità. Ne sono responsabili soprattutto il fast food ed i cibi ricchi di grassi. Il motto dello slow food “buono, pulito e giusto” è il primo passo verso un’alimentazione sana.
Ernesto Haase – Amateurkoch und Slow Food Anhänger
„Gesünder Essen“ ist, wörtlich genommen, noch lange nicht in „aller Munde“. Es ist ein weiter Weg von der Erkenntnis, dass es gut wäre bis zur Initiative, die Ernährung umzustellen. Nachgeholfen wird kräftig: Die Bundesregierung legt ein Programm auf, mit dem das Übergewicht besonders bei Kindern bekämpft werden soll. Dann „helfen“ vor allem noch jene, die ein Geschäft wittern. Zusätzlich zu den täglichen Kochsendungen im Fernsehen vergeht kein Tag, an dem nicht auch noch eine Sendung mit guten Ratschlägen zur gesunden Ernährung läuft. Keine Zeitung, keine Zeitschrift, die nicht mit einem Schwerpunkt-Thema dazu erscheint. Außerdem schätze ich, dass jede Woche ein neues Buch erscheint, mit dem ein/e Autor/in auf den anfahrenden Zug der gesunden Ernährung aufspringen möchte, um auf diesem Wege abzusahnen.
Warum nehmen denn die Deutschen zahlenmäßig ab, aber das Gesamtgewicht der Nation steigt immer weiter an?
Angefangen hat es mit der Währungsreform und dem Speck der 50er Jahre: Endlich wieder etwas zu essen! Die „Fresswelle“ dauerte bis in die 70er Jahre, bis man schließlich erkannte, dass die Hosen und Röcke wirklich nicht mehr passten. Schon in den 70ern ist jeder zweite westdeutsche Bundesbürger zu fett, Diäten kommen und gehen und bewirken nichts außer Umsatz für die Anbieter.
Die deutschen Eßgewohnheiten sind beeinflusst von soziologischen Veränderungen, konservativen Einstellungen und Reiseerfahrungen. Mittags gibt es Fast Food in der Nähe der Arbeitstätte. Hier etabliert sich die ethnische Küche: Pizza, Dönerbude, Big Mac, Thai Imbiss – leider immer zu fett und dazu gibt es noch pappsüße Softdrinks.
Und weil Kinder immer weniger Fleisch zu sich nehmen wollen, essen sie umso mehr Pommes mit Mayo. Es ist ja nicht so, dass ein Big Mac bedenklicher wäre als die urbayrische Leberkässemmel, aber die verdammten Fritten mit Mayo und Ketchup produzieren das Übergewicht unserer Kinder. Der Pressesprecher von McDonald’s verweist natürlich auf das umfangreiche Salatangebot, das aber links liegen bleibt.
Denn: Kinder bestimmen, was gegessen wird.
Sie sind dick geworden, weil sie durch ständiges Nörgeln ihren Willen durchsetzen, was sie essen oder nicht essen wollen. Es ist schon erstaunlich, dass in Deutschland im Vergleich zu Italien oder Frankreich nur wenige Eltern der Meinung sind, Kinder sollten das essen, was auf den Tisch kommt. Das sieht eher nach Stressvermeidung als nach Toleranz aus. Und wer denkt schon daran, dass Kinder als Zielgruppe für die Marketingstrategen so wichtig sind, weil sie hoffen, lebenslange Essgewohnheiten prägen zu können.
Falls es aber das Abendbrot gibt, das im letzten Editorial als stereotyp angesehen wurde, könnte ich den Kindern auch nicht verdenken, dass sie protestieren. Aber stimmt das was da beschrieben wurde auch allgemein? Schon ein Blick in eine deutsche Bäckerei zeigt, dass wir eine Vielfalt von Brot haben wie nirgendwo anders auf der Welt: Wir würgen doch nicht bloß schwerstes Vollkornbrot hinunter.
Die Wirklichkeit des Abendessens ist sehr viel differenzierter. Auch Joggen und nachher bloß einen Magerjogurt gibt es, oder TK-Scampi „beim Italiener“ aus Aquakultur in Bangladesch. Oder am Sonntag Schweinsbraten mit Knödel in der Wirtschaft.
Zumindest was Fast Food am Mittag anbelangt, hätten uns Pizza und Pasta retten können, aber leider ist die mit abscheulichen Zutaten belegte fettige TK-Fertigpizza von Chicago-Dimensionen und die so genannte „Bolognese“ über den Spaghetti auch nur ein degenerierter Industrie-Brei mit viel Geschmacksverstärkern und wenig Nährstoffen.
Wegen der hohen Arbeitslosigkeit und den gesunkenen Realeinkommen hat sich der Lebensmittelmarkt polarisiert. Aldi, Lidl und die Discount-Ableger der Lebensmittelketten bieten Öl in der ¾-Liter Flasche für 1,99 und Wein für 0,99 die Flasche und der Schnäppchenjäger glaubt, es sei tatsächlich Olivenöl und Montepulciano. Seit neuestem reiten die Discounter auf der Biowelle und pervertieren die Idee, indem sie ihre Bio-Produkte Tausende Kilometer durch Europa karren. Geiz bei Lebensmitteln ist aber nicht geil, sondern ungesund und darüber hinaus werden bäuerliche Existenzen ruiniert, die mit ihren regionalen Produkten nicht konkurrenzfähig bleiben. Dabei sagen mehr als die Hälfte der Deutschen, dass sie für das Essen viel Geld ausgeben und dass gesunde Ernährung für sie wichtig sei. Beinahe wie die Italiener, die in der gleichen Umfrage angeben, sie sind sogar stolz darauf, für Lebensmittel viel Geld auszugeben.
Am anderen Ende des deutschen Spektrums des Lebensmittel-Einzelhandels steht aber auch eine wachsende Zahl von Geschäften „für den gehobenen Bedarf“. Es ist schon schlimm bei uns: Es klafft noch immer ein großes Loch zwischen dem Schund der Nahrungsmittelindustrie und den Luxusprodukten für die obersten Zehntausend.
Sich die Mühe machen und Geld ausgeben für ordentliche, gute Produkte, die dem italienischen Slow Food Motto „Buono, Pulito e Giusto“ entsprechen, diese mit Freude zubereiten und mit Genuss essen, dem haftet aber hierzulande ein Odeur von Luxus und Verschwendung an. Genuss hat etwas Lasterhaftes, Ausschweifendes. Manche Leute schütteln den Kopf, wenn ich einen in meinen Augen angemessenen Preis bezahle für Fleisch von Tieren, die artgerecht aufgezogen sind und nicht aus elender Massenhaltung stammen, oder für ein Olivenöl zum Kochen 13 Euro ausgebe, wissend, dass unter 8 Euro niemand ein Olivenöl pressen kann, das diesen Namen verdient.
Ach, wenn wir nur besser essen würden – dann wäre unsere Ernährung ganz von allein gesünder.
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