2007-4

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    AUTUNNO - HERBST 2007

 

Santa Giulia di Centaura

Un panorama ligure tra storia e leggenda

Das Blau des Meeres, das Grün der Oliven und das Grau von Schiefer entschädigen Touristen, die sich die Zeit nehmen, dem banalen Strandgeschehen den Rücken zuzuwenden. Und stattdessen dem kleinen Dorf Santa Giulia einen Besuch abstatten, hoch gelegen wie Lavagna, fast in der Mitte des “Golfo del Tigullio”

Alessandro e Paola Gambaro

Appena qualcuno accenna al golfo del Tigullio sulla riviera di Levante, la maggior parte degli interlocutori cita i soliti tre o quattro nomi: Portofino, Santa Margherita, Rapallo, le Cinque Terre, poco di più.

Ma Santa Giulia chi la conosce? E dove è?

L’autostrada ci passa sotto, in galleria, ma almeno ne cita il nome: “galleria Santa Giulia”. Percorrendo la via Aurelia, invece, nel breve tratto che fiancheggia il mare “là ov’intra Siestri e Chiavari s’adima la Fiumana Bella” come diceva il vecchio padre Dante (canto XIX del Purgatorio), si intravedono, tra il verde-grigio degli olivi che vestono la collina, soltanto alcune case, colorate di rosso, di arancione, di giallo, come usa in Liguria, mentre, ancora più in alto, a coronamento della collina, si staglia, luminosa contro il sole, la facciata bianca della chiesa, con il suo campanile, bianco anch’esso, altissimo, sottile.

Questa è Santa Giulia. O almeno, quello che se ne vede dal basso, passando velocemente lungo la riviera. Ma Santa Giulia è solo questo?

Già, partiamo dal nome. Il nome completo è: Santa Giulia di Centaura, e racchiude in sé storia e leggenda che si dipanano nei secoli.

Secondo uno dei racconti tradizionali Santa Giulia, originaria di Cartagine, fu vittima della persecuzione dell’imperatore Decio nel terzo secolo e, quando i Vandali nel 439 distrussero Cartagine, i cristiani in fuga portarono con sé le reliquie della Santa, dapprima in Corsica, e poi all’isola di Gorgona, da dove ebbero definitiva collocazione a Centaura. Un’altra versione, più elaborata, ma, sembra, altrettanto antica, racconta di Santa Giulia, cartaginese, che, venduta schiava, dopo un naufragio, fu martire a Nonza nel nord dell’isola di Corsica.

 

Ma la seconda parte del nome, cioè “Centaura”, secondo alcuni vuole soltanto ricordare che la zona è esposta ai venti di ogni quadrante; ciò che ne fa un paradiso di ariosa frescura in estate, ma un tormento di gelidi vortici in inverno, (da qui le “cento aure”). Per altri avrebbe invece una origine storica molto antica. Anzi sarebbe il nome originario della località. Sembra infatti che, su quell’altura, ai tempi dei romani fosse di stanza una Centuria di armati con il compito di controllare la via Aurelia nell’unico, breve tratto in cui, dopo molti saliscendi, corre lungo il mare stretta contro la collina. D’altronde anche il nome Tigullio, che definisce l’intero golfo, sembra sia stato attribuito dai romani alle popolazioni liguri che vi abitavano, a causa delle caratteristiche “tegulae” grigie di ardesia che ricoprivano - allora come oggi - i tetti a spioventi delle loro case.

 

Chi sale da Lavagna, percorrendo in macchina i quattro chilometri di curve e controcurve della strada troppo stretta, ombreggiata, in alcuni tratti, dagli scuri boschi di castagno, o fiancheggiata, altrove, dai brevi terrazzamenti, le “fasce”, coltivati a vigna o a olivo, sostenuti dagli alti muri in ardesia a secco, intravede solo poche case, spesso riparate e quasi nascoste dietro alte siepi, precedute da un vialetto, come se la tradizionale ritrosia dei liguri, vietasse loro un troppo esplicito affacciarsi lungo la strada principale. Solo le case più recenti sono riparate da un cancelletto, per quelle antiche era, ed è tutt’ora, sufficiente garanzia di “privacy” la tortuosità del percorso e, soprattutto, la convinzione che nessuno abbia interesse o desiderio di accedervi.

Ma a Santa Giulia si può anche salire “pedibus calcantibus” da Lavagna o da Cavi di Lavagna, lungo le “creuse” (mi raccomando pronunciare la “eu” come nel francese “chartreuse”) ben lastricate con ampie “ciappe”, cioè lastre, di ardesia che rendono meno ardua la salita. Da Lavagna il percorso dura tre quarti d’ora, da Cavi mezz’ora. La differenza è compensata dalla diversa ripidità della salita. Via via che si sale, di curva in curva, si attenua il brusio confuso del traffico, e anche l’occasionale rumore sferragliante del treno si spegne lontano; si riscoprono i rumori ed i profumi antichi della campagna: il frinire solare ed estivo delle cicale, il canto fuori orario di un gallo, l’abbaiare lontano di un cane, l’odore dei numerosi alberi di fichi e delle erbe aromatiche che ritroviamo abbondanti nei piatti della cucina ligure.

E quando si arriva a Santa Giulia, la Chiesa appare quasi solitaria: non c’è intorno un vero paese. Le fanno corona solo la canonica, l’asilo per i bambini, la scuola elementare di un giallo incongruo, ma soprattutto il grande, antichissimo leccio che ombreggia una larga parte del piazzale.

Parlando di Santa Giulia, infatti, non si può non citare il suo leccio (una varietà di quercia) il cui tronco ha una circonferenza che supera i quattro metri e la cui età è, forse, di 360 anni. Una piccola targa in metallo avverte anche i più sbadati che si tratta di un “albero monumentale”, senza aggiungere, credo a causa della consueta ritrosia di cui dicevo, altre informazioni.

Il piazzale antistante la chiesa cui si accede per due ampie scalinate in ardesia è interamente ricoperto, secondo la tradizione locale, da un complesso mosaico in ciottoli marini di diversi colori ed è contornato da un basso muretto, ricoperto anch’esso di lastre di ardesia, che, in altri tempi, costituivano una serie di comodissime panche per i fitti conversari che i contadini locali usavano intrecciare alla fine delle cerimonie religiose, prima di avviarsi verso le loro case nascoste tra gli olivi, ora in buona parte trasformate - occorre dirlo - in seconde case per i milanesi amanti del mare e del silenzio.

L’interno della chiesa, a una navata, è tipicamente barocco - l’inaugurazione è avvenuta nel 1654, su una costruzione precedente, di cui si ha notizia a partire dall’anno 1030 - e, anche se non esibisce opere pittoriche di autori importanti, merita una visita per la bellezza dei marmi policromi che le danno luminosità, per gli affreschi della volta, per i dipinti che ornano gli altari. E c’è anche un pregevole polittico del ’500 e un interessante Cristo bizantino in legno. Del tutto originale, e nuovissimo invece, è il sostegno per l’altare principale, realizzato l’anno scorso in un unico, enorme ceppo di ulivo.

Ma ciò che maggiormente colpisce, nell’ambito di una visita alla chiesa di Santa Giulia è il momento dell’uscita verso il sagrato, quando si è investiti da un’ondata di luce azzurra, e si apre, netta, decisa, non interrotta, la visione sul mare. Solo il mare si vede dall’uscita della chiesa, e, sopra, il cielo; in basso le chiome verdeggianti di alcuni alberi chiudono la visuale sulla costa. Per vedere il profilo della battigia, valutare la profondità del panorama e dargli movimento, occorre avanzare di alcuni metri sul sagrato, magari fin sotto il leccio o fino alla scalinata d’ardesia: da lì si può vedere la linea della spiaggia, il biancheggiare della risacca, e i tetti grigi di alcune delle case che emergono tra il verde grigio degli olivi.

 

Ecco: parliamo del panorama, o, volendo, dei panorami, perché dovunque ci si sposti, a Santa Giulia, il panorama cambia, anche se mantiene un carattere essenziale che lo definisce: la grande apertura sul cielo e sul mare, con i due azzurri che si fondono all’orizzonte.

Il fatto è che Santa Giulia non ama essere guardata, ama guardare.

Dall’alto in basso, con un certo sussiego: infatti dai suoi 254 metri domina tutto il Tigullio, dalla penisola di Portofino ad ovest fino alla penisola di Sestri Levante, che definisce il golfo verso est. In basso, verso occidente si vedono, rispettivamente a destra e a sinistra del fiume Entella, le città di Chiavari e Lavagna, ciascuna con il proprio porto turistico gremito di battelli, di yacht, di motoscafi. Più lontano Rapallo, Santa Margherita e, accucciata in fondo al suo golfo, Portofino. Solo Zoagli si sottrae alla vista da Santa Giulia, riparata dietro le collina delle Grazie. Ben oltre la penisola di Portofino, se l’aria è particolarmente trasparente, si scorge il profilo della costa che va da Savona fino alla Francia, e le Alpi Marittime.

Verso oriente, invece l’attenzione si concentra sulla vicinissima penisola di Sestri Levante, con la sua “Baia delle Favole”, così denominata in omaggio a H. C. Andersen, che qui soggiornò nel 1835.

Nei giorni di tramontana, quando il cielo è terso, si intravede, esattamente di fronte, verso sud, l’isola di Corsica. E, se la tramontana ci assiste, si possono anche scorgere, più a sinistra, verso la Toscana, l’isoletta di Capraia e l’isola di Gorgona, citate entrambe - con malcelata disapprovazione - dal poeta pagano Rutilio Namaziano, in viaggio per mare nel 415 dopo Cristo, come rifugio di “coloro che con nome greco si fanno chiamare monaci perché vogliono vivere soli, senza testimoni”.

Se ci si allontana dalla chiesa, ad esempio risalendo una delle vecchie “creuse” di solito ben conservate e agevoli essendo ancora ben lastricate di antiche, ampie lastre di ardesia, allora i panorami si differenziano molto, quello verso oriente, più chiuso e montano, in cui predominano i verdi intensi dei boschi; quello verso occidente più aperto sul mare, sulle città della costa. Insomma Santa Giulia “è” il suo panorama. E fortunatamente è stata anche strenuamente difesa contro gli scempi edilizi che hanno distrutto larga parte delle bellezze delle riviere liguri. A chi ama il trecking Santa Giulia offre percorsi ideali con sentieri (sempre “creuse”) ben segnalati e lastricati di ardesia, che arrivano al monte Capenardo (600 metri) e poi si addentrano nei profondi boschi di castagno e di noccioli per scendere verso la val Graveglia, alle spalle di Lavagna.

 

Va notato che a Santa Giulia, non esiste più un albergo dove poter soggiornare: è stato chiuso trent’anni fa. Né esiste un negozio di alimentari dove poter comprare un panino con il salame o una fetta di “focaccia”: chiuso alcuni anni fa. Non esiste nemmeno più il bar dove poter sorseggiare una bibita fresca all’arrivo dopo una lunga passeggiata: chiuso anch’esso ormai da anni. E anche la vecchia osteria, dove i contadini andavano nel pomeriggio della domenica a giocare a bocce e a bere un bicchiere di vermentino, è chiusa ormai da molti anni e mostra sconsolata i vecchi tavoli e le panche in ardesia deserti sotto il pergolato da cui pendono tuttavia ricchi grappoli di uva nera.

Resiste solo un buon ristorante che apre alcuni mesi all’anno, quasi esclusivamente di sera.

Ai visitatori, non pochi invero, Santa Giulia offre un certo numero di panchine all’ombra del leccio, e anche alcune altre ben esposte al sole per le giornate invernali: tutto qui. Veramente c’è anche una fontanella di acqua fresca accanto al leccio, vicino al muro dove permangono tuttora gli anelli a cui, in tempi passati, i possidenti legavano i loro muli. Tutto questo è garanzia di quiete, di silenzio, di tranquillità, quasi come un eremo, e questo è ciò che difende Santa Giulia.

In sostanza chi volesse effettuare una gita a Santa Giulia, attratto dalla bellezza del panorama, non dimentichi i consueti generi di conforto: potrebbero essere utili.

Per raggiungere la Chiesa di Santa Giulia uscire dall’Autostrada A12 al casello di Lavagna sia che si arrivi da Levante sia da Ponente. All’uscita dello svincolo girare a sinistra e percorrere la strada verso Lavagna. Si prosegue sulla strada principale fino a raggiungere una rotatoria. Fare la rotatoria e girare a sinistra per imbucare la strada con i portici. Continuare dritti passando per la Piazza Vittorio Veneto e alla fine del viale alberato allo Stop girare a sinistra. La strada costeggia un campo sportivo, seguire questa strada per circa tre km fino a raggiungere la Chiesa di Santa Giulia che si trova a sinistra sopra la strada. (www.parrocchiasantagiulia.it)

 

Anno 2007 viaggio nella scuola italiana

Scuola oggi: se la Germania piange, l’Italia non ride

Die politische Lage Italiens mit ständigen Regierungswechseln und unüberlegten Reformvorschlägen spiegelt sich auch im italienischen Schulsystem wider. Ein unproduktives, chaotisches System ist keinesfalls geeignet die Klassengesellschaft von morgen zu prägen.

Franco Casadidio

È iniziato da poco il nuovo anno scolastico, l’anno secondo dell’era Fioroni. Eh sì perché nell’ambiente scolastico, da un po’ di tempo, molti segnano lo scorrere del tempo non in anni solari o in anni scolastici, bensì basandosi sui vari Ministri dell’Istruzione che si sono succeduti: 33 in 61 anni di Governo Repubblicano, in media uno ogni ventidue mesi! Se non è un record, poco ci manca, considerando anche che nello stesso arco temporale la FIAT ha avuto 6 presidenti e sul soglio di Pietro si sono succeduti 6 Pontefici. Non a caso, comunque, i risultati (disastrosi) prodotti da questo vorticoso succedersi di personaggi sono sotto gli occhi di tutti. E dire che negli anni si sono seduti sulla poltrona ministeriale di viale Trastevere nomi di primo piano della politica italiana: da Guido Gonella, primo Ministro dell’Istruzione dell’era Repubblicana, ad Antonio Segni, Aldo Moro, Oscar Luigi Scalfaro, Giovanni Spadolini, Rosa Russo Iervolino, Luigi Berlinguer per arrivare alla “petroliera” Letizia Moratti (Ministro nei governi Berlusconi II e III) e all’attuale titolare del dicastero, Giuseppe Fioroni.

Eppure, nonostante più di mezzo secolo di tempo a disposizione e le eccelse personalità succedutesi alla guida del Ministero, i mali che affliggono la scuola pubblica italiana non accennano a diminuire, anzi!

Terni, Istituto Tecnico Commerciale “F. Cesi”. Una scuola come ce ne sono tante in Italia, una situazione comune tanto alla realtà lombarda quanto a quella siciliana: qui il federalismo non è ancora arrivato ed i problemi uniscono la penisola da nord a sud.

Quattrocento studenti, una sessantina di insegnanti e un’altra manciata di personale non docente tra impiegati, tecnici e collaboratori scolastici (i vecchi bidelli), oltre, naturalmente, ad un Dirigente scolastico (quello che una volta era semplicemente “il Preside”) ed un Direttore amministrativo (il “segretario” di qualche anno fa).

Qui delle tre “I” di berlusconiana memoria, Inglese, Internet, Impresa, si è visto, obiettivamente, pochino. Laboratori informatici con computer vecchi anche di dieci anni e sistemi operativi per i quali neanche le case produttrici forniscono più assistenza, tanto sono obsoleti. Ragazzi che studiano su libri di testo che parlano di Windows XP ma costretti a lavorare con macchine sulle quali gira ancora il vecchio Windows 98 (ma fino a un paio di anni fa si utilizzavano anche pc con sistema operativo Windows 3.11!). Perché tutto questo? Semplice, non ci sono soldi da spendere! Negli ultimi anni, mentre si sbandierava a destra e a manca l’intenzione di rivalutare il ruolo della scuola pubblica, valorizzare il personale, investire risorse su quella che dovrebbe rappresentare la fucina della nuova classe lavoratrice e dirigente del Paese, i vari Ministri approvavano tagli ai finanziamenti scolastici senza precedenti. Insomma, mentre con una mano davano, con l'altra toglievano. Naturalmente, però, su giornali e TV finivano sempre le prime dichiarazioni, quelle ottimistiche, mai i fatti che invece erano di diverso tenore.

Colpa dei politici, dunque, se la scuola italiana vive nel quasi totale sfacelo? Beh, qui il discorso si complica e merita un approfondimento.

La classe politica ha, indubbiamente, grosse colpe riguardo alla situazione della scuola pubblica italiana; gli interessi politici, quelli economici, le ideologie hanno avuto, nel corso degli anni, la precedenza su quello che doveva essere l’unico vero traguardo cui ambire: il miglioramento del livello formativo. Del resto è molto più facile lanciare slogan di sicura presa sull’opinione pubblica (vedi le tre I di cui sopra o le centomila assunzioni promesse dall’attuale Ministro) piuttosto che metter mano ad una vera riforma del mondo scolastico.

Eppure le campanelle d’allarme (mai termine fu più appropriato!) sono squillate con costanza spaventosa negli ultimi anni, ma con scarsi risultati.

Molte ricerche, effettuate in ambito europeo e mondiale sui livelli di conoscenza raggiunti, hanno visto gli studenti italiani occupare stabilmente gli ultimi posti nelle graduatorie. Ciò comprova che i mali sono profondi e che sarebbe necessario porvi rimedio prima che diventino irreversibili.

È altrettanto vero, però, che una buona fetta di colpa ce l’hanno anche i sindacati, incapaci di comprendere a pieno il cambiamento epocale che ha interessato la nostra società e la scuola negli ultimi anni. Con l’avvento delle nuove tecnologie, la situazione ha finito per lasciare la scuola italiana in “braghe di tela”, con docenti ancora legati alla vecchia matita rossa e blu e alla ceralacca mentre i loro alunni approfondiscono lo studio sfruttando Wikipedia e migliorano il proprio inglese chattando con ragazzi sparsi in ogni angolo del mondo come fossero i loro vicini di casa.

Visione apocalittica? No, semplice constatazione della realtà.

Dolente è anche il tasto riguardante la produttività del personale.

Da circa un anno il giuslavorista Pietro Ichino combatte dalle colonne del Corriere della Sera una sacrosanta battaglia contro i fannulloni travestiti da lavoratori, annidati nelle strutture del pubblico impiego, meritandosi, per questo, gli strali di sindacati e sinistra massimalista, sempre pronti a difendere i diritti di tutti, senza comprendere che i diritti dovrebbero andare di pari passo con i doveri, troppo spesso dimenticati in questo Paese.

Sarebbe ora che questi difensori del pubblico “dis-impiego” trovassero il coraggio di guardare in faccia la realtà e spiegassero all’opinione pubblica, ma anche a tutti i dipendenti pubblici onesti, come si possa difendere ad oltranza un insegnante di informatica con stipendio da trentamila euro l’anno che non conosce la differenza tra hardware e software o che crede che “touch screen” stia a significare “tocca e scrivi”, quando centinaia di giovani laureati sono costretti a svolgere i lavori più umilianti per meno di mille euro al mese.

Come difendere posizioni di assurdo privilegio di fronte a situazioni che gridano vendetta, anche perché in ballo c’è l’educazione e la formazione culturale e professionale dei nostri figli? Questa è la colpa più grande della parte sindacale; non aver trovato il coraggio di tagliare i ponti con un passato di assistenzialismo, clientelismo, consociativismo che ha portato la scuola pubblica italiana ad uno sfascio dal quale sarà difficile risollevarla.

Insegnanti demotivati? E come potrebbe essere altrimenti di fronte a privilegi di stampo feudale? Basta conoscere il meccanismo con il quale nella scuola si assegnano le risorse economiche extra-stipendio per rendersi conto del perché ci sia una grande fetta di personale demotivata.

Avendo creato la figura di un dirigente scolastico senza alcun potere decisionale, non in grado di valutare autonomamente le prestazioni del personale del proprio Istituto (bella riforma eh!) l’unico sistema per assegnare compensi accessori ai dipendenti è quello dell’anzianità; il più anziano incassa il premio, il più giovane si arrangia. E se, per caso, il più anziano è l’insegnante d’informatica di cui sopra e il più giovane è un neolaureato da 110 e lode con master negli USA e una chiamata dalla Microsoft rifiutata perché l’insegnamento è la sua missione di vita, beh… per lo Stato non conta; va premiato il primo.

E sì che negli scorsi anni si era provato a valorizzare la professionalità dei dipendenti attraverso corsi di formazione e aggiornamento tanto per i docenti quanto per i non docenti. Organizzati dal Ministero con l’avallo dei sindacati, i corsi dovevano servire anche ad indicare quali dipendenti premiare e quali no, basandosi sul superamento di test di conoscenza e verifica. Valido, in teoria; un fallimento nella pratica. Sì perché oltre che rispondendo ai quiz proposti, si ottenevano punti anche semplicemente scaricando da internet materiale informativo relativo agli argomenti trattati e partecipando ad un numero minimo di ore di lezione. È un po’ come se, per ottenere il diploma da cuoco, venissero considerati come titoli di studio i libri di cucina che uno ha in casa! Se così fosse, con tutti quelli che ha mia moglie, pur non avendoli mai letti personalmente, potrei facilmente essere considerato un nuovo Vissani!

Facile immaginare come sia finita. Visto che tutti i dipendenti erano, come prima, allo stesso livello, per assegnare i compensi accessori sapete a cosa si è fatto ricorso: all’anzianità di servizio tanto per cambiare!

Il vorticoso succedersi di Ministri, ognuno con le proprie idee, con i propri progetti, con le proprie ambizioni, ha gettato la scuola pubblica italiana nel caos più totale, ad ogni livello; valga, per tutti, l’esempio, peraltro banale, sulla denominazione del dicastero stesso. Conosciuto come Ministero della Pubblica Istruzione fino al governo Amato II, con il Berlusconi II il Ministero viene accorpato a quello dell’Università e della Ricerca, prendendo il nome di Ministero per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca: in sintesi MIUR. Risultato: centinaia di tonnellate di carta intestata gettate al macero perché diventate obsolete. Passano appena cinque anni e il governo Prodi II, per attenersi pedissequamente al “manuale Cencelli”, annulla le disposizioni del precedente esecutivo, divide nuovamente i ministeri e riporta in vita il vecchio Ministero della Pubblica Istruzione. Risultato: altre decine di tonnellate di carta intestata da buttare via, inutilizzabili dato il cambio del nome!

Come meravigliarsi, poi, del caos delle nostre scuole quando è il caos a regnare incontrastato nella stanza dei bottoni?

L’ultima rissa, in ordine di tempo, si è scatenata sui famigerati “debiti e crediti formativi”, un cervellotico e scellerato sistema introdotto dal ministro Letizia Moratti qualche anno fa. Fino a quel momento le estati degli studenti italiani erano state turbate, in molti casi, dallo spauracchio degli esami di riparazione. Bastava farsi un giro nei vari istituti superiori alla fine dell’anno scolastico per imbattersi in tre tipi di studenti: quelli con il sorriso a trentadue denti stile Berlusconi, quelli che “quel prof ce l’aveva con me e quell’altra anche ecco perché mi hanno bocciato” ed infine il folto gruppo di quelli che intravedevano davanti a loro una torrida estate da passare sui libri per presentarsi a settembre preparati ad affrontare gli esami di riparazione. In pratica, chi durante l’anno aveva preferito passeggiare per le vie del centro o giocare al calcio alla lettura della Divina Commedia o alla risoluzione di un’equazione di secondo grado, veniva lasciato in una sorta di limbo degli studenti, obbligato ad affrontare gli esami di riparazione a settembre.

Ma le commissioni esaminatrici avevano un costo e quindi, in tempi di vacche magre si decise di abolire gli esami di riparazione e dividere gli studenti in due gruppi: i promossi e i bocciati. I primi, a loro volta, suddivisi in promossi a pieno titolo e promossi con debito formativo, della serie “non ti posso rimandare e ti promuovo ma ricorda che non capisci niente di matematica, italiano e latino”. Niente più esami di riparazione, quindi, ma semplici test da effettuare durante l’anno scolastico successivo per capire se quelle lacune sono state o meno colmate, con il risultato che si può ottenere il diploma di maturità anche essendo convinti che Manzoni sia solo il nome di una scuola privata! Del resto, in un Paese dove aumenta vertiginosamente il numero delle persone che ricorrono all’indebitamento per l’acquisto di beni voluttuari, è bene che ci si abitui fin da giovani a convivere con i debiti; questo deve essere stato il pensiero del legislatore!

Ed i crediti? Dio ci salvi dai crediti! Basti dire che, ad un maturando geometra è stato riconosciuto come credito formativo, quindi valido ai fini dell’attribuzione del punteggio finale, l’aver partecipato al comitato organizzatore della sagra paesana in onore del santo patrono! Come dite? Più che saper organizzare il banchetto che vende salsicce e porchetta in onore di “San vattelapesca” un geometra dovrebbe saper fare il geometra? Al Ministero non la pensano esattamente così, evidentemente!.

Questo, e molto altro, è la scuola pubblica italiana oggi, nel bene (poco) e nel male (tanto), anno secondo dell’era Fioroni; ma qualcuno, all’interno del mondo scolastico, comincia a non contare più neanche i Ministri che passano.

E questo, forse, è proprio un brutto segno!

 

Largo alla parola scritta!

Piccola e grande letteratura agli “Incontri” di Giulio Bailetti

Regelmäßig finden im italienischen Kulturinstitut München die “Incontri di letteratura spontanea” statt. Die Initiative wurde vor über fünf Jahren von Giulio Bailetti ins Leben gerufen.Die politische Lage Italiens mit ständigen Regierungswechseln und unüberlegten Reformvorschlägen spiegelt sich auch im italienischen Schulsystem wider. Ein unproduktives, chaotisches System ist keinesfalls geeignet die Klassengesellschaft von morgen zu prägen.

Marco Armeni

Questo, e mSono sicuro che gran parte di voi ne ha già sentito parlare: il nome è di quelli che, chissà poi per qual motivo, rimane immediatamente stampato in memoria. “Incontri di letteratura spontanea” è un’iniziativa sorta più di cinque anni fa, grazie all’inventiva di Giulio Bailetti, uno di quei personaggi che, nel bene o nel male, si è ritagliato un ruolo ben definito all’interno della variopinta e turbolenta comunità italiana di Monaco.


E, lungi dal voler fare un panegirico del dott. Bailetti (che ironizzerebbe assai sulla anteposizione del titolo al cognome, spesso sintomo inequivocabile di vanagloria), bisogna riconoscere che Giulio ha sicuramente i saputo crearentorno a sé, prima di tutto, una solida rete di amicizie (ed anche qualche radicata antipatia), in gran parte nate proprio nelle sale dell’Istituto Italiano di Cultura, il secondo venerdì di ogni mese, a partire dalle 18.
Getto la maschera e proclamo subito la mia partigianeria a favore dell’iniziativa, e quindi del suo creatore; che si presenta con le fattezze di un distinto signore romano dalla bianca criniera (un po’ lunga, invero, probabile retaggio di una gioventù vissuta tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta), avvolto in abiti dai colori vivaci e da nuvole di fumo generate dall’immancabile sigaretta, che il Bailetti costruisce con infinita pazienza, e l’ausilio di un infernale accrocco, probabilmente prodotto in unica copia appositamente per lui.
La sua idea, bella e semplice, è stata quella di riunire, una volta al mese, italiani e tedeschi che sappiano esprimersi in italiano, per parlare, raccontare e raccontarsi. Nulla di originale, direte voi; forse, ma fatto sta che gran parte delle persone che intervengono agli Incontri, me compreso, in passato non aveva mai avuto occasione/coraggio di leggere davanti ad un pubblico le proprie cose, fossero poesie, articoli, lettere, qualsiasi scritto che possa definirsi letteratura.
Non credo sia poco, e, bisogna darne atto a Giulio, che svolge il delicato ruolo di coordinatore, tutti riescono a superare l’inevitabile imbarazzo, e a lasciarsi andare al suono delle proprie parole e racconti; e questo a prescindere dal valore letterario intrinseco e, ancora di più, dal grado di istruzione di chi le scrive e le legge.


E, infatti, agli Incontri di Giulio sono passati e passano, chi regolarmente, chi con frequenza saltuaria, chi una volta sola, i più vari personaggi, da chi è scrittore di romanzi e saggi pubblicati da case editrici di respiro internazionale (e vorrei citare Silvia Di Natale e Carmine Chiellino, intervenuti durante gli ultimi incontri), a chi pubblica con piccole case o è ancora in cerca del suo editore (e, tra i tanti, mi permetto di tifare per l’amico Giuseppe Maruozzo, e la sua opera prima “Desencanto”). Senza dimenticare, ed anzi sono loro la vera anima della iniziativa, le decine di dilettanti (sia detto senza spregio o supponenza), chi di talento, chi meno, che pure contribuiscono al corpus dell’opera che, come lascia intendere il Bailetti, prima o poi si vorrebbe materializzare in un libro, testimonianza duratura di tante parole, e di tante storie raccontate.
Non vorrei, però, essere frainteso: al di la del piacere di stare insieme, con un gruppo di persone che poi sono diventati amici, e che si augura di far crescere costantemente, questa iniziativa non è semplicemente da catalogare sotto la categoria “dilettanti allo sbaraglio”: sarebbe profondamente ingiusto e riduttivo.
Ed infatti la cornice dell’Istituto Italiano di Cultura (pur con qualche sobbalzo nei rapporti tra la dirigenza e il Bailetti) testimonia, o, meglio, rafforza le due direttrici, entrambe meritorie, lungo le quali si muovono gli Incontri: da un lato favorire l’incontro e lo scambio tra italiani e tedeschi innamorati della nostra lingua (ed è una cosa che, comunque è motivo di orgoglio), dall’altra offrire un’occasione di integrazione a chi arriva dall’Italia, spesso in cerca di lavoro, ma che non di solo lavoro vuole vivere.


Sono tante le storie che abbiamo sentito, di chi è emigrato cinquanta anni fa, di chi è salito in Germania trenta anni fa, di chi qui è nato e comunque ha lottato a suo modo per preservare anche la sua italianità; e, infine, di chi arriva adesso, dal Nord e dal Sud, e ci racconta cosa vuol dire “emigrare” nel 2000, e nell’Europa della Comunità di 25 Nazioni.
Di tutto questo microcosmo, il dominus indiscusso è Giulio, che con il suo modo di fare accattivante, con la sua lentezza di cui egli stesso è il primo elogiatore, fa sentire immediatamente a suo agio i suoi ospiti, anche chi, per timidezza, interviene solo per ascoltare; è già tanto, in questi tempi, trovare persone disposte ad ascoltarci, e ad ascoltarsi...

Allora, il prossimo appuntamento è per il nove novembre, portate con voi tutto ciò che avete riposto in un cassetto, magari tanti anni fa: ci saranno orecchie pronte a sentire, e mani pronte ad applaudire la vostra storia.


“Incontri di letteratura spontanea” Se hai una poesia, un piccolo racconto o anche un pensiero, un sogno o un’idea, che vuoi leggere o raccontare, vieni che sarai il/la benvenuto/a. Le testimonianze e le storie di tutti sono importanti e hanno dignità. Esprimersi, ascoltare e conoscersi fa comunque bene.
Ogni secondo venerdì del mese c/o Istituto Italiano di Cultura – Hermann Schmid Straße München

info: giulio_bailetti@gmx.de

 

Esperanto ist nicht tot

Die Sprache als Brücke einer internationalen Gemeinschaft

L’esperanto fa parte – per molti – delle cosiddette “lingue morte”. Eppure in tutto il mondo ci sono persone di nazionalità diverse che ne fanno uso per comprendersi. Per essi questa lingua non rappresenta solo una possibilità di comunicazione ma la base per una rete e una comunità sociale.

Kirsten Ossoinig

Esperanto ist nicht nur eine Sprache, sondern ein Netzwerk. Der Germeringer Karl Breuninger bedauert es ein bisschen, dass viele Menschen die Sprache zwar interessant finden würden, „aber mehr auch nicht“. Ihm selbst hätten die Esperantokenntnisse sehr viele nette Bekanntschaften gebracht.

Seit 1970 beherrscht Breuninger die „Plansprache“. Der 62-Jährige hat damit angefangen, als er sich als junger Mann zur Verfügung gestellt hat, Texte für Esperanto-Lehrkassetten zu sprechen. „Viele behaupten, Esperanto sei eine tote Sprache, aber sie lebt seit 120 Jahren“, sagt der Germeringer. Zirka drei bis sieben Millionen Menschen weltweit können sich laut Breuninger so verständigen. Und mit der gemeinsamen Kommunikation mit einer Zunge fallen nicht nur die Sprachbarrieren. Es gibt den so genannten Reisepassdienst. In diesem Büchlein sind Personen verschiedener Nationen erfasst, die alle Esperanto können. Durchreisende finden dadurch im jeweiligen Land Ansprechpartner, nötige Informationen und meistens sogar eine kostenlose Unterkunft. „Bei uns in Germering übernachten im Jahr fünf bis zehn Mal Esperantisten“, sagt Karl Breuninger. Die Nationen der Besucher in den vergangenen zehn Jahren hat er in einer Übersicht zusammengestellt. Aus allen Teilen der Welt sind sie nach Germering gekommen. Wie Mikaelo Bronstein, ein russischer Barde, der vor einiger Zeit im Münchner Eine-Welt-Haus ein Konzert gegeben hat. Und das natürlich auf Esperanto. Bronstein spricht neben der Plansprache Russisch, Ukrainisch und Jiddisch. Er übersetzt seine Liedtexte nicht, sondern schreibt sie in der jeweiligen Sprache.

Esperanto spricht der Sänger aus Sankt Petersburg seit er zwölf Jahre alt ist. Damals hat er in einem Ort in der Ukraine gelebt, „in dem in jedem Haus eine andere Sprache gesprochen wurde“. Russen, Ukrainer, Polen, Juden und Deutsche seien dort unter anderem angesiedelt gewesen. Ein Lehrer im ortsansässigen Jugendhaus hat Bronstein nahe gelegt, Esperanto zu lernen.

„Toll“ findet es Karl Breuninger, wenn er zu „Esperantisten“-Kongressen mit Teilnehmern aus aller Welt kommt, „und sich gleich verständigen kann“. Außerdem ginge bei übersetzten Texten aus anderen Sprachen immer etwas verloren. „Und das passiert bei Schriftstücken auf Esperanto nicht.“ Und es gebe keine Hemmungen, wie wenn man sich zum Beispiel mit einem Briten in dessen Muttersprache unterhalten soll. „Wenn zwei Menschen unterschiedlicher Nationalität miteinander auf Englisch radebrechen, geht das ganz gut.“ Wenn die Unterhaltung in der Muttersprache eines der Gesprächspartner stattfindet, würden aber oft Komplexe auftreten. Auch das passiere mit Esperanto nicht. „Dabei ist jeder auf dem gleichen Niveau“, sagt Karl Breuninger. Ungefähr einen Monat Sprachunterricht braucht man laut dem Germeringer, um „einen Small Talk auf Esperanto führen zu können“. Es gebe auch nur 16 grammatikalische Regeln und der Wortschatz komme größtenteils aus romanischen Sprachen. Breuningers Keller beherbergt eine der größten Esperanto-Bibliotheken Bayerns. Dort findet man zirka 1500 Bücher. Und zwar sowohl Wörterbücher und Nachschlagewerke, wie auch die Bibel, Dante Alighieris „Die Göttliche Komödie“, George Simenons Krimireihe „Maigret“ und den „Struwwelpeter“ – alles auf Esperanto.

Alle „Esperantisten“ haben ein „Mitspracherecht“ wenn es um Wortneuschöpfungen geht: „Es musste beispielsweise ein Wort für Computer gefunden werden“, sagt Karl Breuninger. Da habe es eine lange Diskussion gegeben, „bis man sich auf „komputilo“ geeinigt hatte“. Wobei „komput“ vom Esperanto-Wort für „rechnen“ kommt. Die Endung „-ilo“ bedeutet „Werkzeug“.

Laute Musik schallt aus der CD-Anlage der Gröbenzeller Familie Maul-Propadovic. Ausgelassen tanzen die achtjährige Milena und die fünfjährigen Zwillinge Suna und Dalila zu den Klängen. Die Stimme gehört dem Lieblingssänger der Mädchen. Er singt auf Esperanto. Als Betti Maul-Propadovic ihre Kinder bittet, die Musik leiser zu stellen, tut sie das in der gleichen Sprache. Zu Hause wird in der Gröbenzeller Familie nämlich fast nur Esperanto gesprochen. Betti Maul-Propadovic ist mit der Sprache aufgewachsen. Ihr Vater habe mit 16 Jahren Esperanto gelernt, gebe eine Zeitschrift heraus und schreibe Bücher, sagt sie. „Das Gefühl, dass mit Esperanto die Welt kleiner wird“, ist für sie immer gegenwärtig gewesen. Außerdem stecke der Gedanke dahinter, mit der ganzen Welt Brüderschaft und Frieden zu haben. Die Esperantisten verschiedener Nationalitäten können sich nicht nur problemlos unterhalten. Wie schon Karl Breuninger hat auch Betti Maul-Propadovic die Erfahrung gemacht, dass sie weltweit eine Gemeinschaft bilden. Mit dem Reisepassdienst kann man bei völlig Fremden übernachten. Im Sommer 2006 hatte Familie Maul-Propadovic Besuch aus aller Herren Länder: „Bei 34 Personen haben wir aufgehört zu zählen“, sagt Betti Maul-Propadovic. Aus Kanada, der Schweiz, Belgien, Ungarn, Frankreich, der Ukraine, Korea, Serbien und Dänemark waren unter anderem Esperantisten in Gröbenzell zu Gast. Bei diesen Treffen rede man ganz viel über unterschiedliche Kulturen und manche wollen auch Persönliches erfahren. „Faszinierend“ sei für viele, „dass unsere Kinder Esperanto sprechen“, so Maul-Propadovic. Und ihre Töchter hätten umgekehrt keine Berührungsängste: „Wenn sie hören, dass jemand Esperanto spricht, sitzen sie in fünf Minuten bei ihm auf dem Schoß.“ Darüber hinaus würden die Mädchen die Erfahrung machen, dass, ganz egal, wie fremdländisch jemand aussehe, man ganz toll mit ihm sprechen und spielen könne.

Das sprachliche Hauptaugenmerk richtet Betti Maul-Propadovic bei ihren Kindern aber auf Deutsch und auf Serbisch, die Muttersprache des Vaters. Die Mädchen sprechen fließend Deutsch, nur „das Serbische kommt im Moment etwas zu kurz“. Die kleine Milena sagt „ich bin mit Deutsch umwickelt“, nämlich in der Schule und mit ihren Freundinnen. Da viele von denen ebenfalls mehrsprachig aufwachsen würden, sei es für sie nichts Besonderes, dass im Hause Maul-Propadovic Esperanto gesprochen werde. „Eine Freundin von mir möchte das jetzt auch lernen“, sagt Milena. Die Achtjährige bezeichnet ihre Mutter als „Sprachenexpertin“. Denn Betti Maul-Propadovic hat Serbisch und Finnisch studiert und spricht auch noch englisch und ungarisch. Trotz der Sprachenvielfalt ist ihr Esperanto zusätzlich sehr wichtig. „Die meisten der Sprachen, die ich kann, sind eher exotisch“, mit Esperanto könne sie mit mehr Menschen reden.

Esperanto ist eine Plansprache. Vor 120 Jahren wurde sie von Ludwig Lazarus Zamenhof erfunden. „Zamenhof lebte 1887 in einem Dorf in Polen“, erzählt Karl Breuninger. Die Menschen hätten dort „damals quasi in Ghettos gelebt“, zu den Bewohnern zählten unter anderem Polen, Juden und Weißrussen. Zamenhofs Idee ist es laut Breuninger gewesen, eine Sprache mit wenigen Regeln zu kreieren, „die Europäisches vereinigt“. Lauscht man den Esperanto-Klängen, kann man die Wortwurzeln der romanischen Sprachen hören, aus denen Esperanto zusammengesetzt ist. Für neue Worte der Sprache gibt es „transkontinental Linguisten, die sich damit befassen“, sagt Breuninger. Es gebe auch einen Esperanto-Duden. Der werde alle paar Jahre neu aufgelegt.

 

Allgemeine und italienische Informationen zum Thema Esperanto gibt es im Internet:

www.esperanto.net
www.esperanto.it

www.esperanto-muenchen.de
Esperanto-Kurse:
www.esperanto.it/html/insegnamento.htm
Esperanto-Gruppen:
http://www.esperanto.it/html/gruppi-in-rete.htm
www.einewelthaus.de
 

 

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