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Vento d’Italia allo Steckenberg
Intervista al direttore di origini italiane di una rinomata scuola di sci presso Unterammergau
INTERVenti interviewt den Skilehrer italienischen Ursprungs Peter Frey und erfährt seine Erfolgsgeschichte.
Gianni Minelli
Nell’edizione invernale INTERVenti presenta il giovane direttore di una scuola di sci presso Unterammergau, a sud di Monaco. Di origini italiane, Peter Frey ci parla di sé e della sua esperienza di sportivo “di razza” e ci spiega perché la sua scuola sta avendo tanto successo.
INTERVenti (IV): Peter, raccontaci un po’ la tua storia. Come si spiega che conosci così bene l’italiano?
Peter Frey (PF): Io sono nato e cresciuto a Monaco. È stata la mia nonna materna, che era veneta, ad insegnarmi l’italiano, che poi ho studiato anche per conto mio. La mia passione era però lo sport ed ho partecipato a diversi campionati internazionali giovanili di sci alpino: le mie discipline preferite erano lo slalom gigante e la discesa libera. Dopo le scuole superiori ho frequentato a Monaco i primi tre anni dell’Università dello sport e nell’’89 sono andato a Roma, dove ho studiato per un anno all’ISEF. Qui ho preso il diploma di insegnante di educazione fisica. A Roma ho potuto approfondire la mia conoscenza della lingua ed apprezzare la cultura italiana.
(IV): Poi sei tornato in Germania?
(PF): Sì, qui ho lavorato come insegnante di educazione fisica e come allenatore della squadra nazionale di sci alpino. Poi nel 1998 ho aperto la scuola di sci dello Steckenberg presso Unterammergau.
(IV): Perché proprio qui?
(PF): Primo perché conoscevo da più di vent’anni il proprietario delle piste e degli skilift: questi aveva già cominciato agli inizi degli anni ’80 a sperimentare i cannoni per la produzione della neve artificiale ed è stato il primo nella zona a sfruttare questa tecnica a fini turistici. E poi Unterammergau è facile da raggiungere dai grandi centri bavaresi, come Monaco, Landsberg ed Augsburg, e non è soggetta alle code autostradali del fine settimana, come succede invece a Garmisch. Oltretutto è un posto tranquillo e relativamente meno caro rispetto alle località sciistiche limitrofe. Le sue piste rimangono per quasi tutta la giornata all’ombra e permettono lunghi periodi di attività sciistica. Insomma si tratta di un posto ideale per una scuola di sci. Particolarmente comodi sono anche i parcheggi proprio accanto alle piste e agli impianti di risalita.
(IV): In cosa consiste la tua attività di direttore? Continui a dare lezioni di sci?
(PF): Da quando è stata aperta la scuola di sci ho dato forse due lezioni all’anno a qualche cliente “particolare” che aveva detto: “o col capo o niente!”. Come direttore mi occupo in particolare dell’organizzazione delle lezioni, dell’aggiornamento dei maestri e delle pubbliche relazioni.
(IV): Quanti maestri di sci compongono la tua equipe?
(PF): Dipende dal periodo: a Natale e durante le vacanze di Carnevale gli insegnanti sono di solito una quarantina, durante la settimana ne sono attivi una decina, il fine settimana invece circa 25.
(IV): Qual è secondo te la peculiarità della tua scuola?
(PF): Oltre al fatto della facilità con la quale è raggiungibile, come ti dicevo, e la sicurezza di poterci trovare la neve mentre nel resto della regione si vede il verde dell’erba, la caratteristica più importante è che noi offriamo i cosiddetti “Intensivgruppe” cioè garantiamo lezioni con quattro persone al massimo. Tali corsi consistono di due ore di lezione giornaliere per tre giorni: il maestro può seguire i suoi tre o quattro allievi con molta più attenzione rispetto ai normali gruppi di 6-10 allievi. Specialmente per i bambini ciò è particolarmente importante. Siamo quasi gli unici ad avere gruppi di allievi così piccoli. E ad un prezzo “giusto”. In nove anni non abbiamo mai trasgredito questa regola.
(IV): Complimenti per come parli l’italiano. E a casa? Guardi la televisione italiana?
(PF): Con mio figlio Gianni parlo solo e sempre italiano, leggiamo insieme libri italiani e guardiamo qualche volta i programmi televisivi della RAI. Mio figlio ha quasi sette anni ed a lui piace parlare questa lingua, proprio come piaceva a me alla sua età.
(IV): Nel 2011 si terranno le Olimpiadi Invernali proprio a Garmisch. Che effetto ti aspetti da questa manifestazione?
(PF): Come tu sai Garmisch-Partenkirchen è già stata sede delle IV Olimpiadi invernali nel 1936. Allora ciò portò a questa città un forte impulso e una popolarità a livello mondiale di cui continua a godere ancora dopo più di 70 anni. L’essere stata di nuovo scelta rappresenta una fantastica opportunità per tutta la regione. Le Olimpiadi avranno sicuramente un effetto positivo per il turismo e l’economia di tutto il nostro territorio. Saranno necessari investimenti e si creeranno molti posti di lavoro per allestire nuove piste e migliorare gli impianti tecnici.
(IV): Che effetto ti aspetti per la tua scuola da questa manifestazione?
(PF): Anche la nostra valle e la scuola sicuramente ne approfitteranno: ci saranno più turisti e risentiremo anche noi dell’impulso dato dai Giochi olimpici. In quel periodo la nostra zona sarà al centro dell’attenzione di tutto il mondo sportivo.
(IV): Allora Peter concludiamo augurandoti un inverno lungo e freddo. Ma vai qualche volta anche al sole in Italia?
(PF): Eccome! Io sono un vero “patito” del windsurf e, per via del vento, in estate sono spesso con la mia famiglia, e anche a lungo, in Sardegna, o nelle isole del mar Egeo.
Ma adesso che l’estate è ancora lontana, invito i lettori di INTERVenti a venirmi a trovare sulle piste dello Steckenberg!
La Priorità di Poste Italiane
Poste Italiane introducono una nuova “logica” nei loro servizi
Die italienische Post bietet seit 2002 einen schnelleren Zustellungsdienst, die “posta prioritaria”, an. Mit einem kleinen Zuschlag kann man diesen Dienst nutzen, der preiswertere und normale Zustellungsdienst wurde stattdessen ganz abgeschafft. Die “posta prioritaria” ist mittlerweile zum Teil genauso langsam wie die frühere “posta ordinaria”.
Franco Casadidio
Se avete a casa un dizionario della lingua italiana, provate a fare come me, cercate la parola priorità; nel mio dizionario, al sostantivo femminile “priorità” viene attribuito il seguente significato: il fatto di venire prima in un’ideale scala d’importanza.
Quando nel 2002 Poste Italiane varò il nuovo servizio di posta prioritaria, il concetto era chiaro: spendendo 15 centesimi in più (60 contro 45) il cliente poteva optare per la consegna “prioritaria” in 24 ore della missiva spedita. Un bel vantaggio e, stando ai dati raccolti dalle associazioni dei consumatori, anche un bel servizio, che funzionava veramente bene. Secondo Altroconsumo, infatti, nel 2002 ben il 90% della posta prioritaria spedita era consegnata entro le 24 ore successive: un successone.
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Tutto bene quindi, talmente bene che qualcuno in Poste Italiane pensò bene di cavalcare l’onda lunga del successo per provare a spremere qualcosa in più ai clienti. A maggio 2006 quindi, ecco giungere l’abolizione del servizio di posta ordinaria, con l’obbligo per i clienti di utilizzare solamente la posta prioritaria. Tariffa unica di 60 centesimi per tutta la corrispondenza quindi, senza alcun distinguo e recapito garantito in 24 ore; almeno così assicuravano da Poste Italiane. Le cose, però, non sono andate esattamente così, tant’è che la stessa rivista Altroconsumo, ha stimato che nel 2006 solamente il 61% della corrispondenza veniva consegnato in un giorno, con un crollo spaventoso rispetto a quattro anni prima. In buona sostanza, ad un aumento della tariffa (e mica da poco, parliamo di un incremento di oltre il 30% alla faccia del tasso d’inflazione ufficiale sbandierato!) non solo non è corrisposto un analogo miglioramento del servizio, bensì un lento ma costante peggioramento, se è vero che un’altra associazione dei consumatori, il Codacons, in una nuova indagine datata febbraio 2007 ha stimato che oramai solamente il 55% della posta arriva a destinazione in 24 ore.
Oltre a questi dati sconfortanti, comunque, la decisione di Poste Italiane si porta dietro anche una questione squisitamente semantica. Infatti, se prima aveva un senso avere una posta prioritaria, visto che ne esisteva anche una ordinaria, oggi viene spontaneo chiedersi rispetto a che cosa la corrispondenza spedita è prioritaria visto che non ne esiste nessun altro tipo. In poche parole: la corrispondenza di oggi rispetto a cosa ha priorità visto che è tutta sullo stesso livello? E se è tutta sullo stesso livello, quindi non prioritaria, la mossa di Poste Italiane non è da considerare solamente come uno stratosferico aumento di tariffa mascherato, neanche tanto abilmente, sotto le spoglie di un miglioramento del servizio reso? Riflettiamo brevemente insieme. Se nel 2002 Poste Italiane avesse comunicato di punto in bianco l’aumento da 45 a 60 centesimi delle tariffe di tutta la corrispondenza molti italiani sarebbero svenuti! E molto probabilmente le autorità di controllo non l’avrebbero neanche permesso. Invece l’intera operazione è stata gestita con molta accortezza, creando prima una nuova tariffa per un nuovo servizio offerto per poi unificare in un secondo momento tutti i prezzi, naturalmente verso l’alto. Et voilà, il gioco è fatto. È un po’ come se Trenitalia abolisse i biglietti di seconda classe obbligando tutti i viaggiatori ad acquistare biglietti di prima classe, salvo poi far viaggiare i passeggeri sui soliti vergognosi treni utilizzati fino adesso, magari dopo aver dato una verniciatina all’esterno e aver sostituito il numero 2 indicante la seconda classe, con un più consono 1: prima classe! Tutto un altro effetto non trovate anche voi?
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Il fatto è che, purtroppo, noi italiani siamo ormai avvezzi a questi “giochi di prestigio” stile mago Silvan, basti ricordare i vergognosi referendum truffa sull’abolizione del Ministero dell’Agricoltura, poi resuscitato miracolosamente con il nuovo nome di Ministero per le Risorse Agricole e Forestali nonché quello sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, sveltissimi nel riprendersi tutti i quattrini persi (e anche di più) con l’invenzione del rimborso elettorale. A pensarci bene è questa nostra atavica rassegnazione a permettere a chiunque di fare i propri comodi, consapevoli che, al di là di qualche protesta più o meno forte, passato un po’ di tempo le acque si calmeranno e tutto potrà riprendere come prima, compresi i disservizi di Poste Italiane! Per fortuna che c’è l’email!
“La mia ricchezza è l’etere”
Franco Battiato presenta il suo terzo film a Monaco
INTERVenti hatte durch die Vorführung des Films „Niente è come sembra“ im Münchner Gasteig die Gelegenheit Franco Battiato zu interviewen. Der sizilianische Musiker und Regisseur erzählt – ehrlich aber auch empört – über Italien, die Filmkultur, sein Leben in Mailand und seine Rückkehr nach Sizilien.
Rosanna Ricciardi
“Sarebbe possibile fare 30 ore?” avremmo voluto scherzosamente rilanciare, quando ci hanno chiesto se bastassero 30 minuti per un’intervista a Franco Battiato. “Certo, 30 minuti basteranno” abbiamo risposto invece ad Alfredo Di Cesare, organizzatore dell’importante iniziativa di mostrare a Monaco Niente è come sembra, il terzo film dell’autore siciliano. Iniziativa importante perché, come purtroppo assai di rado accade, si dà visibilità ad un personaggio sconosciuto al grande pubblico in Germania e si sfida il giudizio tanto della critica quanto del botteghino italiani, entrambi estremamente severi con Perduto Amor e Musikanten, i suoi due film precedenti.
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Con in mano le domande e nella voce, temiamo, un tremolio che tradisce l’emozione di conoscere chi si segue fin da adolescenti, lo incontriamo in un pomeriggio non troppo tardo, ma già buio: è fine ottobre e l’ora legale in letargo da un giorno. Da subito scopriamo che Franco Battiato ha lo stesso potere evocativo delle sue canzoni. Non solo i suoi testi e non solo la sua musica, dunque, possiedono questa capacità di astrarre e condurre, anche solo la sua voce basta ad allontanarci dalla hall di un albergo posto su una delle rare e lievi alture del capoluogo bavarese, farci sorvolare le Alpi, gli Appennini e i monti Iblei e infine atterrare in una piazza dominata da una chiesa barocca e inondata da una luce ancora meridiana e già maghrebina, al tavolino di un caffè, sotto una palma centenaria. La sua voce che, con il garbo e la cadenza del gentiluomo d’altra era, edulcora anche le risposte più schiettamente critiche e una non celata superbia.
INTERVenti (IV): La seguiamo da decenni e avremmo tantissime domande, che necessiterebbero di molto più tempo, ma, come Lei spesso canta, tempo ce n’è sempre meno e abbiamo scelto allora quelle più attinenti al carattere biculturale della nostra rivista e al motivo della Sua presenza a Monaco. Cominciamo dall’Italia. Lei l’ha cantata in Povera Patria, ma a me piace vedere in un altro Suo brano una metafora del nostro paese: in Casta Diva Lei canta: “Un vile ti rubò serenità e talento. Un vile ti rubò serenità. Un vile ti rubò.” L’Italia come la Callas: una bellissima creatura, una creatura divina che con la sua arte spezza il cuore per sempre, ma a cui il vile di turno, complice una società sempre più orientata verso il guadagno a tutti i costi, ruba serenità e talento, snaturandola.
Franco Battiato (F.B.): Mi piace quella canzone ed è vero: quel vermaccio lì, pace all’anima sua, ce l’ha rubata. E la stessa cosa la fanno alcuni italiani, di cui uno si deve vergognare, con il loro paese. Ed è anche più di come sembra. Ogni sera vedere questi politici, questa carrellata… sembrano dei carri allegorici di Carnevale. Ignoranti, bifolchi. Non è possibile. La cosa grave però è che non sono dei dittatori, ma c’è chi li sostiene. Anche certa stampa, che dovrebbe piuttosto ignorarli, rifiutarli.
(IV): Gli stessi che Lei ha definito fuor di metafora “maiali” in Povera Patria, una canzone che si conclude con le parole “La primavera tarda ad arrivare”. Lei che pensa? Arriverà?
(F.B.): Il momento è molto delicato e trovo che possa diventare una cosa o l’altra. Se andasse avanti e prendesse una deviazione, allora sarebbero dolori veri. Ma io sono un ottimista, il bicchiere è sempre mezzo pieno e la primavera arriverà.
(IV): E la Germania? Quanto la conosce? Il tedesco è una delle lingue che utilizza spesso nei suoi testi.
(F.B.): Ne amo la letteratura e ovviamente la musica, ho letto con avidità tutti gli autori tedeschi anche se poi il mio debole era ed è il misticismo.
(IV): La Germania era un tempo meta di un’emigrazione non necessariamente scelta. Oggi ci si muove in maniera più consapevole e spesso senza essere forzati a farlo, un po’ come è stato per Lei, quando ha deciso di andare a Milano.
(F.B.): Sì, infatti. Io fui per l’epoca un “emigrante” molto particolare. Alcuni miei concittadini potrebbero offendersi, ma quando a 19 anni arrivai a Milano, alla Stazione Centrale, con la nebbia, ebbene mi sentii a casa. Furono anni bellissimi. Senza una lira, ma questo non contava niente. La città era piena, piena di gente che sembrava avere un progetto, che non ciondolava senza motivo avanti e indietro davanti ad una piazza.
(IV): È quello che racconta nel suo primo film Perduto Amor. Le parole con cui, nella sequenza finale, il professor Sgalambro preconizza il suo ritorno potrebbero descrivere molti di noi approdati al Nord dalle terre del Sud: Si ritorna in Italia in vacanza, a trovare la famiglia, la si critica ferocemente perché noi si vive nella “civiltà”, ma un giorno si torna, “è la legge dell’appartenenza, sarà il clima, la luce, l’aria”. Per lei cosa è stato, allora, a farla tornare?
(F.B.): Per me è stato, dopo i 40 anni, il richiamo della terra. Fino a quel momento c’era stata come una vendetta tribale, s’immagini che ogni volta che tornavo mi ammalavo. Stavo male 15-20 giorni e poi ripartivo. Mentre ora che sono tornato definitivamente ho una vita magnifica, nella natura, a Milo. La natura mi dà una ricchezza immensa. La mia ricchezza è l’etere.
(IV): Per banale che sembri “…Sarà la luce, sarà l’aria…”
(F.B.): Assolutamente sì.
(IV): La Sicilia: io sono stata in Sicilia con le sue canzoni prima di andarci veramente…(Sorride di un sorriso che ci sembra di soddisfazione)… e con due canzoni in particolare: Secondo Imbrunire e Mal d’Africa.
(F.B.): Lo capisco, Secondo Imbrunire è veramente una pennellata sulla Sicilia.
(IV): Sì, una pennellata dal linguaggio fortemente icastico, in cui le parole possiedono una cifra molto visuale. In Perduto Amor ci sono delle “messe in scena” dei passaggi delle sue canzoni: gli spiragli di luce contro il soffitto, iI padre che si passa la brillantina nei capelli e molti altri, ma paradossalmente sono meno immediati che nelle canzoni, come se ci fosse un filtro. A riprova di questa sensazione ho letto sul suo sito che la vera protagonista di questo film è la macchina da presa. Ci spiega questo concetto?
(F.B.): È vero. Da quando ho messo piede sul set io ho un’idea esatta del cinema che voglio fare. Io ho iniziato tardi e questo non è un dettaglio da trascurare, al di là del fatto che alcuni pensino che io stia tentando di fare cinema, il che mi lascia del tutto indifferente, io ho scelto un linguaggio, un linguaggio che, essendo in mezzo a un clima terroristico instaurato dal cinema americano, che ha sabotato proprio tutte le resistenze, le riserve, si pensa che sia una cosa incompiuta. Invece la forza di questo cinema, di questa lingua è proprio la disgregazione del racconto… vedo che annuisce…
(IV): …sì, pensavo ad un editoriale uscito a settembre su un autorevole quotidiano nazionale, dove si analizzava il cinema italiano proprio in riferimento al linguaggio più che alle tematiche, e s’imputava la cattiva qualità della produzione attuale alla mancanza di un linguaggio valido, fatta eccezione per alcuni autori…
(F.B.): …ma il punto è proprio questo: in Italia il cinema non esiste perché non hanno idee, manca l’autore. Chi sarà stato citato come eccezione nell’articolo? Bellocchio? E poi?
(IV): No, magari! Bellocchio no. E neanche alcuni giovani e interessanti registi. Come eccezioni vengono citati Moretti, Muccino, Verdone.
(F.B.): Fermiamoci a Moretti, altrimenti andiamo in zone pericolose.
(IV): Sì, anch’io ho pensato che qualcosa non quadrava e che allora non c’è neanche da stupirsi che il Suo secondo lavoro, Musikanten, abbia ottenuto l’accoglienza che ha avuto alla proiezione per la stampa del Festival di Venezia 2005, con manifestazioni di disapprovazione francamente esagerate.
(F.B.): Sì, son d’accordo. Sebbene…ricordiamoci l’accoglienza riservata al film di Carmelo Bene sempre a Venezia (Nostra Signora dei Turchi, 1968, NdR) quando venne sfasciato un cinema. È impressionante vedere come un film possa suscitare queste reazioni.
(IV): Sì, è impressionante…ma dissentire su un film è un discorso, mentre un’accoglienza con fischi e risate da parte di professionisti del settore è abbastanza sconfortante, non crede?
(F.B.): Sicuramente, ma vede, il problema è a monte. Nella musica i critici sono specializzati: una sola persona non può occuparsi di jazz, classica, leggera, pop etc. Mentre per il cinema il critico può recensire film di tutti i generi e può stroncare un film che parla di misticismo anche se non ha mai letto niente a proposito. Non è possibile liquidare una cosa solo perché non la si è capita. A Venezia il critico ufficiale del Corriere della Sera ha detto che io arrivo a dire in questo film che tutti sogniamo Beethoven, ma questo non c’è nel mio film. Lui ha frainteso (quindi vuol dire che c’è già una prevenzione, che ti porta a sentire una cosa per un’altra): lo sciamano diceva che il sogno è nell’ordine delle cose, che è diverso. Una causa determinante degli attacchi subiti da Musikanten è stato il mettere in scena l’ipnosi regressiva. Fosse stato solo un film su Beethoven, magari sarebbe stato definito noioso e basta, ma i passaggi temporali hanno spiazzato quelli che alla fine sono degli incompetenti totali. Ma in questo sono in compagnia di grandissimi registi, da Rossellini a Bresson, a Kubrick. Di Barry Lyndon si scrissero all’epoca delle cose incredibili che fanno venire voglia di chiedere “Ma che hai guardato?”
(IV): Questo per quanto riguarda la critica. E il pubblico come ha reagito al suo secondo lavoro?
(F.B.): Io in Italia ho fatto 50 proiezioni in tutte le regioni: m’interessava sapere come il film veniva percepito in contesti diversi da quelli ufficiali, dove molto spesso imperano dei meccanismi indipendenti dalla qualità del film. Il pubblico si rivelava elegante, attento, desideroso di ascoltare e capire. E questo mi ha dato una speranza sociale.
(IV): Quindi esiste una fetta d’italiani che reagisce all’omologazione e al degrado culturale messo in atto o accettato con connivenza dalle istituzioni? E che dimostra interesse e curiosità per linguaggi nuovi e diversi?
(F.B.): Sì, per fortuna esiste e reagisce alle mostruosità che li circonda, come l’ex presidente del Consiglio ad esempio. Io non riesco neanche a guardarlo, è una mostruosità che fa male. O come quel signore della Lega che si è scagliato contro la Montalcini (Roberto Castelli, NdR)… ma non è possibile, anche lui potrebbe scagliarsi contro un cinema. È lui, sono loro. Il problema è che in Italia non c’è senso civico: siamo dei ladri e dei farabutti per costituzione e la televisione è specchio di questo degrado. Trasmissioni come La prova del cuoco sono cose di cui vergognarsi, i programmi in cui si balla dovrebbero essere mandati solo via satellite, mentre visibili a tutti sulla TV pubblica dovrebbero essere programmi con altri standard qualitativi. Per fortuna ci sono Raitre e trasmissioni come Report o Annozero che danno una speranza.
(IV): Una delle prime sorprese riservatemi dalla Germania a pochi mesi dal mio arrivo, fu di vedere in prime time, un sabato sera, sul terzo canale della televisione statale, una trasmissione su Erri De Luca…
(F.B.): In Italia sarebbe inimagginabile, questi nemmeno sanno chi è Erri De Luca.
E sorride Franco Battiato, di un sorriso che sembra d’amarezza. E mentre sorride fa cenno a qualcuno che discretamente ci si è avvicinato: i 30 minuti sono passati e dobbiamo concludere l’intervista. Lui si congeda con i suoi modi garbati e con la sua voce talmente capace di astrarre e condurre, che quasi ci stupisce che, per raggiungere il Gasteig e assistere alla proiezione del film, camminiamo sui marciapiedi arrugginiti dall’autunno nordeuropeo e non lungo la linea puntellata di palme al centro di una piazza inondata di luce. Mentre per nulla ci stupisce, alla luce della conversazione appena avuta e di quanto dichiara durante il breve dibattito a seguire, che il linguaggio usato da Battiato in questo terzo film, sia, più ancora che nei precedenti, ricercato, criptico, esoterico. E non per caso.
Vortici di colore
Nella pittura di Serena Granaroli il fluire della vita e delle emozioni si fondono in un unico fluido movimento di colori e forme
Dott. Ilma Reho Sovrintendenza ai BB.AA del Comune di Roma
Serena Granaroli, milanese di nascita, cittadina del mondo per vocazione, è arrivata alla pittura attraverso una serie di esperienze molteplici ed eterodosse. Attratta principalmente dalla musica nei suoi anni milanesi e poi in quelli parigini, trovava allora nel pianoforte il suo strumento di espressione privilegiato.
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A Londra negli anni ’70 si lascia folgorare e convertire da una nuova passione: la pittura. Ma non è una scoperta assoluta: dipinge infatti già da anni. Nuova, invece, è l’esigenza esclusiva ed impellente di dedicarsi al colore, di lasciar liberi di esprimersi in nuova forma i moti dell’animo. Non a caso si “innamora” di Kandiskij e sceglie Monaco di Baviera, la città del movimento “der blaue Reiter”, come sua nuova destinazione. Qui si concede il tempo necessario per la sperimentazione. Frequenta atelier di artisti e accademie, musei e gallerie, confrontandosi con una realtà artistica internazionale. Non sono anni di grande produzione: prioritaria sembra essere l’esigenza di capire, di imparare. Non è tuttavia un’allieva tipica. Insofferente, sfugge alla chiusura delle scuole, si lega fuggevolmente a questa o a quella esperienza, facendone tesoro, senza lasciarsene plasmare.
Bisognerà attendere i primi anni ’80 per cominciare a documentare la sua produzione. Sono gli anni della tempera e dei pastelli a cera su carta. Dell’una apprezza il sottile passaggio dei colori e le trasparenze, degli altri la pastosità, la materialità ricca però di luce. I soggetti sono già astratti anche se ancora imparentati a forme concrete, reali, riconoscibili. Significativo è già l’apparire, sia pure non ancora in funzione di protagonista, del “vortice”. Negli anni seguenti si vanno definendo successivi principi ispiratori, scopi e mezzi espressivi. L’olio e poi l’acrilico o entrambi insieme sostituiscono la tempera e i pastelli. Le composizioni sono saldamente ancorate e non più fluttuanti su un fondo. La tela ha sostituito la carta. Le dimensioni si sono dilatate e si va progressivamente alla scelta di una forma -il “quadrato”- e di una “misura ideale”. Ma soprattutto sono cresciute la consapevolezza dei propri mezzi espressivi e la volontà di affidare ai colori il proprio messaggio personale.
Nel 1990, con una mostra personale a Monaco, si realizza finalmente la decisione di dare visibilità alle proprie opere. Questi anni coincidono con un generale “stato di grazia”. La sua inquietudine sembra aver trovato finalmente un porto tranquillo in cui fermarsi. Una nuova casa, molto amata, le fa desiderare di mettere radici.
Alla personale del 1990, “Il mare. Impressioni”, segue una serie ininterrotta tra personali e collettive, in spazi pubblici e privati. Vive e lavora a Monaco, riuscendo a coniugare i suoi interessi artistici con altre attività parallele. Interessante è il sodalizio letterario con il gruppo “scripta manent” e quello che la lega, per identità di vedute e di finalità, alle artiste della “Frauenbörse”.
Come in un caleidoscopio intorno ad un centro, si organizza simmetricamente la composizione. Non troveremo, è vero, un azzurro contrapposto ad un azzurro, ma qualità cromatiche equilibrate, questo sì. Soprattutto le composizioni degli anni 1999-2005 mettono in risalto l’esigenza di “ordinare” la visione, sottraendo l’occhio ad ogni distrazione periferica. È verso il centro che deve indirizzarsi, là dove – ma qui il parallelo con il caleidoscopio cessa di esistere – è in atto un “evento”.
Su “colore” e “luce” era concentrata la sua ricerca sin dall’inizio. Il “movimento”, invece entra di colpo nei suoi quadri, portato dall’intensificarsi di segni curvi, chiusi a cerchio o interrotti, che catturano lo sguardo convogliandolo in profondità verso una sorta di altro mondo. La trama che separa un di qua da un al di là si lacera, rivelando un tunnel, un passaggio vorticoso.
Ho osservato in passato “vortici” dipinti da bambini piccolissimi, forse ancora non privati della memoria della nascita. Per questo li ho riconosciuti nei quadri di Serena, che li eleva a protagonisti.
Di passaggio dunque si tratta, ma verso dove? La meta non si svela. Il mistero resta ma non suscita in chi non sa oscuri presagi. Al contrario. I colori sono vivi, lucenti, a volte delicatissimi. Se di nascita si tratta, sarà lieve*.
Se è vero (per alcuni lo è più che per altri) che si può esprimere solo ciò che si ha dentro, bisognerà allora dire che ciò che Serena Granaroli nutre dentro di sé non appartiene al mondo delle inquietudini ancestrali, dei dubbi, degli incubi.
Tutto rivela, anzi, una conquistata, solare armonia. A rivelarlo è soprattutto la scelta dei colori, sempre più armonizzata, tra cui fa prevalere ultimamente (2005) una gamma di gialli trionfanti. A dirlo è anche il dinamismo equilibrato delle forme, che suggeriscono, sì, movimento ma composto, “necessario” e soprattutto, naturale: È l’avvolgersi lento del tempo, il passaggio delle stagioni con l’alternarsi di freddo e di caldo, il calore degli affetti e lo spegnersi delle passioni, il fluire della vita dalla nascita alla morte, il confluire in un nuovo ciclo infinito. Niente di artificioso, niente di estraneo a questo ritmo e nemmeno alcun legame alla storia o alla cronaca, personale o collettiva. Nessuna distrazione dall’evento, che è, in definitiva vivere.
Vetro opaco Abisso chiaro ghiaccio Nascita lieve
*Durante un esperimento di “scrittura creativa” guidato dalla Dott. Francesca Talpo nel 2003 furono realizzati una serie di Haiku, ispirati alla serie delle “Stagioni” di Serena Granaroli. Quello che segue, che rispetta il ritmo delle sillabe 5-7-5 e si riferisce alla “Primavera”, è stato scritto da me in tale occasione.
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