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2008_3

    ESTATE - SOMMER  2008

TREND

Street art

DALL’ITALIA

Casa De Chirico a piazza di Spagna

 

Lettres italiennes

 

Il rigore di Totò

 

Bacino Termale Euganeo: tra mito e benessere

 

Alabastri a Volterra

CULTURA

Daniele Silvestri a Monaco

 

Didattica integrativa e sistemi scolastici

 

Una serata particolare

 

Matteo Ricci

VARIE

Image Fulgurator

ONLINE

Occhio alla Google car!

 

Backpacker

SALUTE

Veleno per topi per diluire il sangue

 

L’estate e gli anziani

GASTRONOMIA

Pasta, Pizza, basta?

ALMANACCO

“Il signor S. Pellica”

 

Intervista a Sante Recca

 

Rubrica gruppi letterari di Monaco di Baviera

Abbonamento ad INTERVenti solo
10 €

Invito alla dèrive (di Debord)

Un’introduzione alle tecniche ed agli artisti della Street Art

 

Alle, die mit den Begriffen „Street Art“, Post Graffiti“ und „Urban Art“ noch nichts anzufangen wissen, bekommen hier eine Einführung in die kontroverse Welt der Kunst, für die es in Galerien und Ausstellungen keinen Platz gibt. Es ist die Kunst der Straße, welche wir in Form von „Stickers“ und „Stencils“ täglich in unseren Metropolen erleben.

Ester Sposato

Street art, post graffiti, urban art, comunque si scelga di chiamarlo, questo fenomeno potrebbe non dirvi nulla. Se questo è il caso, ecco una piccola iniziazione al controverso mondo degli interventi grafico-pittorici abusivi che anche gli abitanti più distratti cominciano a notare nelle metropoli.

Si tratta di pratiche strettamente legate ai preesistenti graffiti con cui condividono gli spazi ed alcuni aspetti sostanziali quali la traccia segnica come espressione d’identità, la ripetizione ossessiva e l’illegalità.

Verso la fine degli anni ’80, primi anni ’90, sono proprio alcuni writer come i newyorkesi Cost e Revs che, acquisita la lezione di Jean-Michel Basquiat e Keith Haring, hanno sperimentato nuove tecniche artistiche in strada. Contemporaneamente anche in Europa si diffondevano logotipi costituiti da elementi figurativi che, cercando un dialogo con la gente, con i passanti, prendevano le distanze dall’autoreferenzialità propria del graffitismo più ortodosso (per lo più indecifrabile). Un’invasione piuttosto discreta che, nonostante la diffusione capillare, richiede un occhio allenato per essere individuata, ben diversa dalle grandi pitture murali che colorano chiassosamente le zone suburbane.

Sticker (fig.1) e stencil (fig.2) sono le forme di street art più diffuse. I primi sono adesivi di piccolo formato, realizzati in modo professionale, plastificati, prelevati dalle comunità degli skateboarder, dalla grafica dei tatuaggi rockabilly e dal punk rock. Gli stencil invece, sono ricavati dall’incisione di un supporto (i cartoni delle pizze da asporto si prestano particolarmente bene ) con un cutter affilato realizzando così una matrice con la quale si possono stampare le immagini su diverse superfici. Piuttosto diffusi sono anche i wheatpaste (fig.3), sagome ritagliate che prendono il nome di un liquido composto da farina e acqua usato come collante e l’uso del materiale adesivo fornito gratuitamente in molti paesi dagli uffici postali che viene stampato o disegnato. I legami con le nuove tecnologie sono stretti e rendono le possibilità infinite: con programmi di grafica si crea il proprio poster, il logo da stampare su carta adesiva o, magari rielaborando una foto scannerizzata, si dà vita ad uno Stencil. Le strade di tutto il mondo si fanno teatro di sorprendenti forme d’espressione: mosaici, disordinazioni segnaletiche (fig.4), ironici ritocchi ai cartelloni pubblicitari (strizzando un occhio al culture jamming) (fig.5) ed installazioni curiose (fig.6-7). Particolarmente divertenti ed ecologici i light graffiti (proiezioni luminose) o i reverse graffiti che si realizzano a colpi di sapone, spugna ed olio di gomito nei tunnel (dalla “galleria d’arte” all’arte in galleria). La voglia di emulare cresce perché è estremamente difficile esprimere capacità artistiche attraverso canali ufficiali mentre in questo modo si può lanciare un messaggio nella bottiglia, provare la sensazione di trasgredire o quella di appartenere a un gruppo che, per quanto indefinito, rappresenta un tentativo di comunicazione alternativa. Inoltre su internet si possono rintracciare informazioni sui lavori individuati in strada e risalire ai realizzatori che spesso hanno web page intitolate ai loro pseudonimi mentre gli appassionati possono acquistare magliette e spille degli street artists meno fedeli agli ideali no profit. L’anonimato è protetto ma ci si apre a nuovi contatti e si appaga la voglia di essere riconosciuti. Infatti se per Oscar Wilde “rivelare l’arte senza rivelare l'artista, è il fine dell’arte” per gli street artist rivelare il proprio nome significa essere legalmente perseguibili e, anche se spesso l’identità dei più famosi è nota, su altri aleggia ancora il mistero. Non dimentichiamo che è sempre la rete a fare si che la street art sopravviva: paradossalmente la fotografia è tutto ciò che resta di un lavoro riproducibile all’infinito; ogni intervento urbano infatti ha un suo luogo ed un suo tempo, risultando perciò irripetibile ed inseparabile dal suo contesto, proprio come piaceva alle avanguardie.

 

La moltitudine di personaggi che popolano la scena dell’urban art ha modalità spesso in antitesi, ma tra essi vi sono innegabilmente figure trainanti, con consapevolezze maggiori che spiccano per capacità tecnica e personalità che si esprime in lavori innegabilmente artistici, come le creazioni oniriche dei gemelli Osgemeos, le imprese rocambolesche (tra cui incursioni nei musei) dell’affermato Bansky, i ritagli pazienti e delicati di Swoon, il genio di Ericailcane e, se non siete ancora convinti, saranno i ricercati trompe l’oeil di Dan Witz a farvi capitolare (fig.8).

Nel confuso fermento odierno dipanare questioni spinose come l’inserimento del fenomeno street art nel panorama artistico non è facile, ma intraprendere una passeggiata senza meta divertendosi a trovare parte dei tasselli ironici che lo compongono sì.

Girovagando a Monaco, ad esempio, ho trovato alcuni Stencil di Sucht (molto attivo e conosciuto in città- foto 9 e 11), riproduzioni di scimmie un po’ inquietanti nella zona universitaria, qualche piccolo sticker firmato Senor B ed uno, anonimo, che censura misteriosamente l’omino sulle strisce pedonali del segnale stradale (foto 10). Aguzzate la vista.

 

 

Daniele Silvestri a Monaco

 

Un bel concerto di Daniele Silvestri, uno dei più popolari autori italiani, coinvolge e trascina il pubblico della Georg-Elser-Halle, non numeroso ma calorosissimo

    Rosanna Ricciardi
    ‘ha collaborato Alessandra Sorrentino’

La sala intitolata al falegname ribelle Georg Elser è semivuota quando ci arriviamo, la sera del 29 aprile di quest’anno. Ci avevano avvertito. Pare che qualcosa si sia inceppato a livello di comunicazione e che il concerto di Daniele Silvestri non sia stato pubblicizzato a sufficienza. Peccato, perché i pensieri musicati che di lì a poco si diffonderannno tra le pareti della Halle sulla Rosenheimerstrasse avrebbero meritato di raggiungere più orecchie, di aver fatto ondeggiare più bacini e di essere intonati da più voci. Questo romano dal fisico minuto e dallo sguardo buono e ironico, con i suoi testi e il suo muoversi nel panorama musicale italiano rende onore allo svevo eponimo di una sala purtroppo stasera semivuota. Cosa c’è di più ribelle, nel Bel Paese sempre meno bello agli occhi di chi lo guarda da lontano, di scrivere pezzi buoni per Sanremo, per essere proposti a ripetizione nei palinsesti radiofonici eppure così validi da essere insigniti di premi dal nome illustre (Premio Tenco, Premio Mia Martini a Sanremo, Premio Ciampi, Laurea De André) e da incontrare il favore della critica? Forse la chiave di questo successo trasversale - e anche dell’atmosfera che si diffonde presto nella sala pur scarsamente popolata - sta nelle parole di un altro musicista che di ribellione se ne intende, il violinista britannico Nigel Kennedy, che recentemente risponde così a una delle domande della giornalista della Süddeutsche Zeitung: “Per un jazzista fare musica non è un mestiere, è la vita stessa.”

E Daniele, radici jazz per parte di madre - cantante - Daniele che in Italia riempie stadi e gran parte dei palinsesti radiofonici, canta stasera davanti ai pochi che riempiono a malapena un terzo della sala, ma canta con un impegno e un coinvolgimento che fanno sentire i presenti parte non di un pubblico ridotto, ma di una ristretta cerchia di privilegiati. Canta a lungo. Tutti i pezzi più noti e significativi della sua poco più che decennale carriera. Salirò e Cohiba, Il Mio Nemico e Banalità, L’uomo col megafono e Insieme. Pezzi easy e pezzi impegnatissimi. Osa con un pezzo in romanesco e va sul sicuro con un pezzo anti-quello-che-appena-rivinto-le-elezioni, che, come ci spiegherà più tardi, non si nomina dal palco perché porta male. Non ha remore Daniele Salvestri a citare chi lo ha influenzato. Lo fa citando nomi nelle interviste e sul suo colorato sito web: Bennato, il Pino Daniele degli esordi, i Police e Bob Marley. Lo fa citando versi e melodie: nel pezzo Il Mio Nemico l’omaggio è doppio, a de Andrè - Sparagli Piero… sparagli ora - e ai flauti degli Inti Illimani di Alturas. Lo fa citando sonorità: il nuovo arrangiamento di “Monetine” - un pezzo, che, dice dal palco, “Non mi era mai piaciuto, non funzionava” - ricorda Manu Chao e adesso funziona talmente da dare il titolo alla raccolta in uscita.

Questi riferimenti così espliciti ci fanno pensare che Nigel Kennedy abbia ragione, che per alcuni fare musica sia davvero la vita stessa e gli autori con cui si è cresciuti più maestri che modelli. Dopo un generoso bis e un finale trascinante con tutto il gruppo alle percussioni, Daniele Silvestri trova ancora le energie per trattenersi a firmare autografi, fare foto e chiacchierare, commentare, spiegare. Fino alle undici, quando insieme al gruppo ci muoviamo verso il ristorante Il Cavaliere, dove si terrà l’intervista che per noi di INTERVenti non è stato possibile fare prima del concerto. Subito dopo il caloroso benvenuto del proprietario è chiaro che non di intervista si tratterà, ma di piacevole chiacchierata in cui Daniele Silvestri si racconta un po’ e il primo tema è ovviamente quello più scontato: A Roma ha appena vinto Alemanno e per introdurre l’argomento verrebbe voglia di esordire con una domanda che parafrasi uno dei suoi brani più famosi “Le cose che abbiamo in comune”: verrebbe di chiedergli “Daniele, in Comune avete Alemanno, che cosa è?!” Ma l’ora è tarda e lui stanco e la formuliamo allora più banalmente: “Daniele, dove va l’Italia? A osservarla da lontano non si sta per niente tranquilli”. La sua risposta è più ponderata di quello che ci aspetteremmo, sceglie le parole e non si manifesta particolarmente sorpreso della vittoria della Destra a Roma, dice che “era chiaro per chi in Italia ci vive, per chi osserva il malcontento della gente e le capacità manipolatrici di Berlusconi”.”Adesso lo nomini, durante il concerto non lo hai fatto, ti dà tanto fastidio pronunciarne il nome?” “No - dice ridendo - è che porta male.” “E certo, era il primo brano, e già la sala semivuota, non era il caso di mettere altre energie negative in moto”. “Ma sai, nonostante la sorpresa di avere meno pubblico qui che nelle altre tappe di questo minitour tedesco, ci siamo divertiti molto, è stato un bel concerto”. “Sì, siete bravi, davvero, e avete cantato tanti brani, siete stati molto generosi”. “Ma se lo meritava il pubblico, era un pubblico contento ed espansivo, ed è questo l’importante”. “Eri già stato in Germania?”. “Sì, tantissimi anni fa, ci feci tappa durante un giro dell’Europa in Interrail ed è il posto dove ho trovato il coraggio di superare la timidezza e di suonare in pubblico la prima volta. Era in una piazza di cui non ricordo il nome, ma in cui sono abbastanza sicuro di essere passato oggi.” “E i posti in cui hai suonato in seguito che ti hanno più emozionato?” “Tanti, ma un ricordo particolare lo conservo per il Mozambico, dove abbiamo suonato su invito di una ONG. La piazza era strapiena di persone del luogo ed era una gioia vederli ballare e sorridere ai ritmi di una musica nuova che non avevano mai sentito, ho percepito qualcosa di irrazionale”. “Daniele, la tua musica è purtroppo abbastanza sconosciuta anche in Germania e questo è un gran peccato perché gli unici ad avere successo qui sono sempre gli stessi, il cui livello, lo abbiamo detto più volte dalle pagine del nostro giornale, è decisamente basso”. “Ad esempio?” “Vabe’ lo sai, non farmi fare i nomi”. “Ma sai, non so se si può definire un livello basso, sicuramente è un livello più commerciale del mio, che tendo a curare molto i testi. E ovviamente questo rappresenta un limite per essere apprezzati in un paese straniero”. “Hai ragione, è solo che a noi che sappiamo quanti artisti ci sono in Italia, che conciliano una certa tradizione cantautoriale con tutta una serie di stimoli nuovi - pensiamo a te, ma anche a Caparezza, Max Gazzé, i Tiromancino – sembra si perda un’occasione per mostrare che pur nel difficile momento politico e d’involuzione culturale che l’Italia sta vivendo, gli spunti interessanti non mancano.”

Daniele annuisce e il momento di silenzio ci fa rendere conto che in perfetta simmetria spaziale e dialettica, dall’altro lato del tavolo Daniela Di Benedetto sta facendo gli stessi discorsi con altri elementi del gruppo. Un gruppo che non solo sul palco, ma anche attorno ad un tavolo, dà l’impressione di un totale affiatamento, dovuto forse al fatto che a tenerli coesi è uno per cui fare musica non è un mestiere, ma la vita stessa.

 

 

“Imparare la vita”

Intervista a Sante Recca

Der Künstler aus Senigallia (Provinz von Ancona / Marken) lebt seit fast 30 Jahren in München, das er als seine zweite Heimat bezeichnet. Recca arbeitet in verschiedenen Bereichen der Kunst, wie Skulpturen schaffen, Keramik und Malerei, schreibt Gedichte und macht Musik. „Zentrales Thema meines Schaffens ist der Mensch in seinem Verhältnis zu Natur und Gesellschaft. Mit meinen Arbeiten will ich den Verlust der Verbindung zwischen Körper und Geist darstellen. Meine Kunst verstehe ich als experimentelle Suche, als ein Lernen: Das Leben lernen“ (www.sante-recca.com)

Gianni Minelli

 

Siamo andati a trovare Sante Recca nel suo attrezzatissimo atelier di Gräfelfing presso Monaco, dove l’artista crea le sue sculture con diversi materiali, tra cui l’alabastro ed il marmo, lavora la ceramica e dipinge. Recca ha pubblicato anche due libri di poesie, organizza serate musicali in alcuni locali di Monaco, dove canta e suona la chitarra, e fa parte della ristretta cerchia degli artisti italiani di Monaco professionisti.

INTERVenti (IV): Sante, raccontaci un po’ di te. Che cosa ti ha portato in Germania?
Sante Recca (SR): Sono nato nel ’49 a Senigallia, in provincia di Ancona. In Germania sono venuto per la prima volta nel ’79: allora ebbi l’opportunità di presentare a Ismaning una mostra di fotografie. La mostra ebbe successo e trovai subito molta risonanza alla mia attività artistica. La Germania mi piacque molto e poi m’innamorai, così che rimasi qui fino all’’85, quando tornai di nuovo in Italia.

(IV): Ancora non era venuto il momento per rimanere definitivamente?
(SR): Infatti, ma non tornai a Senigallia, dove ho ancora tutta la mia famiglia, ma a Fano. Qui continuai la mia attività artistica mentre la mia donna aveva aperto in questa città un negozio di scarpe.

(IV): Ma il richiamo dal nord si fece poi risentire?
(SR): Sì. A Fano, dove nacque mio figlio, siamo rimasti cinque anni. In Italia la situazione era molto precaria (non che adesso però sia molto meglio) e allora abbiamo pensato che proprio per il bambino fosse meglio tornare in Germania, dove avrebbe potuto studiare ed imparare un mestiere, essendo inoltre la madre tedesca. La seconda ragione è che in Italia io mi sono sentito abbastanza vecchio.

(IV): Cioè?
(SR): In Italia c’è un’altra mentalità. Lì quando sei sposato ed hai una certa età, anche se magari hai solo 35 anni, sei considerato vecchio. Qui invece sono meno categorici. Forse giocava anche un ruolo il fatto che Fano sia una città molto più piccola di Monaco. Qui infatti ti senti un po’ più anonimo. Io ricordo che facevo sempre questo paragone: allora giocavo a pallavolo e quando andavo a giocare in Italia mi facevano sentire come il vecchietto, invece qua ti accettavano per quello che eri, perché giocavi e basta. Ma anche per l’arte. Infatti le stesse opere che allora vendevo qui per 1.500 marchi in Italia le dovevo vendere per 200. Insomma c’erano abbastanza ragioni per poter tornare quassù. E poi la mia donna voleva tornare al suo lavoro di sociologa.

(IV): Noi ti conosciamo più che altro per la tua attività artistica figurativa. Ma tu scrivi e fai musica, anche.
(SR): Sì, scrivo poesie, specialmente sulla vita e sull’amore, e da poco ho iniziato a scrivere un romanzo, che sinceramente al momento riesco solo a portare avanti a stento perché il tempo non mi basta per fare tutto. Forse faccio troppo. E poi vado un po’ a periodi: ho quello per l’arte, quello per la musica e quello per scrivere. Per cui, penso che prima o poi arriverà anche il periodo per finire il romanzo.

(IV): E la musica?
(SR): La musica l’ho fatta da sempre, è una cosa che mi riempie l’animo. Quando per esempio sei un po’ depresso, prendi la chitarra in mano e questo ti rimette in vita. Ho iniziato a suonare in un gruppo quando avevo 14 anni, facevamo la musica in voga negli anni ’60 e ’70, rock e queste cose qua. Allora suonavo il basso, poi ho imparato la chitarra e più tardi anche il sassofono. Mi sono sempre detto che la musica per me è come una terapia. E così non c’è bisogno che venga da te, me la faccio da solo, capito, ‘sta terapia, e mi aiuta veramente molto.

(IV): Suoni anche in pubblico?
(SR): Sì, mi piace moltissimo suonare in pubblico, infatti l'apprezzamento della gente mi dà molta forza. E ne ho bisogno per fare tutte le cose che desidero, sennò non viene fuori niente.

(IV): Torniamo alla tua attività artistica figurativa. Non solo dipingi ma lavori con diversi materiali come il legno e il bronzo. Qual’è il materiale che ti è più congeniale?
(SR): Anche in questo vado un po’ a periodi. Ci sono dei periodi ad esempio in cui mi concentro in particolare sul legno. Però mi piacciono tutti i materiali, perché per potersi esprimere si può usare di tutto. Perfino con la carta ti puoi esprimere, dipende da quello che ci fai. Ci sono periodi nei quali mi dedico soprattutto all’alabastro, oppure alla pittura o alla ceramica. Insomma dipende da come mi sento. Ancora non ho trovato il materiale a me più congeniale.

(IV): Quindi il tuo scopo è quello di imparare e migliorare fino a raggiungere il risultato migliore.
(SR): Sì, imparare. Che poi è come la stessa vita. Da quando nasci è sempre un imparare. Non si smetterà mai. Finché non arrivi alla “livella”, come diceva Totò.

(IV): Nel tuo sito web leggiamo che nei tuoi lavori cerchi sempre di “rappresentare la perdita del contatto tra la mente ed il corpo nella ricerca dell’armonia e dell’unione”. I soggetti delle tue opere sono soprattutto soggetti umani: anche in questo la ricerca consiste nel riuscire a mettere in contatto le persone?
(SR): Sì. Io cerco di far incontrare e ritrovare la gente, perché mi sembra che la gente si sia persa. Non so, mi sento così e penso che per tutti gli altri sia anche la stessa cosa. La gente è sola, siamo soli. Quando scrivo m’immergo in un mondo tutto mio, non sono più qui, sono in un mondo che costruisco come vorrei che fosse, dove l’amore è fondamentale. Noi viviamo troppo sul materiale e forse manca proprio quest’amore. Ed è per questo che, penso, la gente non si ritrova. Quando scrivo ci metto sempre l’amore. E mi sento così bene quando scrivo... guarda che è ‘na roba fantastica! Io sono via da tutto, non vedo più niente. Anche se sono in un bar… Perché mi capita di scrivere dappertutto, mi basta un pezzetto di carta. Io ho scritto anche una poesia che ho dedicato alla penna e ad un tovagliolo. Perché un giorno ero in un bar e mi sono messo a scrivere su di un tovagliolo…

(IV): Tieni anche corsi di ceramica e di scultura dell’alabastro?
(SR): Sì, è da tempo che faccio questo genere di corsi, di solito qui nel mio atelier. E di tanto in tanto ci partecipano anche due italiani. Siccome però quando mi metto a scolpire comincio contemporaneamente tre cose, non una, nell’atelier ho di solito un bel casino. E allora non mi piace se poi viene gente… Quindi prima mi occupo delle mie cose e poi quando ho un po’ di tempo ed ho messo a posto, allora mi dedico all’insegnamento. Ho insegnato anche in una scuola d’arte a Kufstein, esperienza che mi è piaciuta moltissimo.

(IV): Qual è l’attività artistica che preferisci?
(SR): Penso che sia la scultura. La scultura mi piace perché tu già vedendo una pietra t’immagini la vita che c’è dentro. Io vado a procurarmi le pietre a Volterra, in particolare gli alabastri. Conosco un tale che possiede una cava: lui mi porta lì sulla cava e osservo le pietre… e vedo subito quello che già c’è dentro e quello che ne verrà fuori. Insomma vedo la vita che è contenuta nel materiale. E questo mi piace moltissimo, perché in effetti è la natura l’artista più bravo: ci sono delle cose fantastiche che l’uomo non riuscirà mai ad eguagliare.

(IV): Consideri la Germania la tua seconda patria? Quali rapporti hai ancora con l’Italia?
(SR): Negli ultimi tempi mi sono reso conto che vado in Italia solo in vacanza. Là ancora ho tutti i parenti, tutti e sette i fratelli e mia figlia, che vive ad Urbino, e lei ha fatto anche un po’ d’arte. Mia figlia è nata a Londra, dove ho anche vissuto, e poi è andata a vivere in Italia. Mio figlio invece è nato in Italia e vive adesso in Germania. Io penso che questa è una cosa bella oggigiorno, perché loro parlano un paio di lingue e si sentono già europei. Perché oggi ci dobbiamo sentire europei. Io qui in Germania ed in particolare a Monaco mi sono trovato subito molto bene. Specialmente con la gente che considero un po’ come gli italiani del nord. I primi anni in cui ero qui sentivo sempre da altri italiani parlare di discriminazione da parte dei tedeschi. A me non è mai capitato né sono mai stato trattato male. Quindi più di questo cosa vuoi? Forse mi sono sentito meglio qui che in Italia. Per me Monaco e la Germania sono la mia seconda patria ed alla fine ho quasi vissuto più qui che in Italia. Quindi non so se mi devo sentire tedesco o italiano. Quando io dico a mio figlio “sei tedesco” lui s’arrabbia, sebbene abbia vissuto solo due anni in Italia. Io invece qualche volta mi sento “anche” tedesco. Quando ora torno in Italia però non la sento più come la sentivo prima. Anche la gente mi sembra cambiata. Forse non ho più l’obiettivo di ritornarci. Posso vivere qui ma potrei vivere anche là, forse potrei vivere dappertutto. Che poi, penso, dipende sempre da te stesso e da come riesci ad adattarti nei diversi ambienti.

(IV): Tu sei ormai da diversi anni attivo sulla scena artistica di Monaco che conosci molto bene. A Monaco vi sono diversi artisti italiani. Quali sono i rapporti tra di loro?
(SR): Non penso che ci siano tanti rapporti tra di loro. Gli artisti italiani non si vedono, non si trovano, non s’incontrano. Quello che sempre mi chiedo è: ma perché non lo fanno? Visto che non siamo tanti, se ci mettessimo insieme potremmo fare molto di più. La mentalità è un po’ cambiata: la cultura è vista come: “pensa per te e pensa a campare”. E poi c’è la gelosia. Ma perché? Quello riesce a fare mostre lì, ma perché lui sì e io no? Io ho rapporti soprattutto con Enzo Arduini e con pochi altri. Ma mi trovo bene con tutti. Perché poi faccio le mie cose, Enzo viene da me ed io vado da lui. Alla fine vieni sempre influenzato. Ci sono degli amici che sono andati a vedere una mostra di Enzo e hanno pensato che fossi io ad esporre perché hanno visto un suo pezzo che era simile ad uno mio. Perché probabilmente l’influsso c’è: lui viene da me a cuocere le sue ceramiche e naturalmente si guarda in giro. Quando vado da lui anch’io mi guardo in giro. Penso che questa sia una cosa normale. A me non dispiace che lui si prenda un’idea e la faccia a modo suo; io poi prendo un’idea da lui e la faccio a modo mio. Per questo a me della gelosia non importa assolutamente niente. Perché penso che quello che tu puoi fare lo fai lo stesso. Quindi non puoi dire: “ah, lui mi copia!” Pensa che un altro nostro amico artista, quando Enzo era andato a trovarlo in studio, non l’ha fatto entrare perché aveva paura che avrebbe potuto copiare.

(IV): Dalle istituzioni italiani di Monaco arriva appoggio od aiuto a voi artisti italiani?
(SR): Assolutamente niente di niente. Io ci ho provato un paio di volte, però non ho assolutamente avuto alcun riscontro. Anzi ogni volta che vai a chiedere qualcosa ritorni via frustrato proprio come se avessi preso un pugno in faccia. Quindi anch’io ho imparato a non andarci più, a non chiedere più niente.

(IV): Cosa pensi che potrebbe aiutare gli artisti italiani di Monaco?
(SR): Vengono invitati artisti dall’Italia, ma per quelli che vivono qui c’è bisogno di spazi espositivi, specialmente per gli artisti non professionisti. Soprattutto quelli che non sono ancora conosciuti non vengono aiutati per niente. Le istituzioni dovrebbero prendere per mano questa gente e aiutarla e accompagnarla un po’, specialmente all’inizio, mettendo loro a disposizione posti per fare mostre o aiuti economici. Io ribadisco sempre la stessa cosa: l’amore è la cosa più importante, anche da parte delle istituzioni.

 

 

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