|
|
 |
 |
|
|
|
 |
 |
 |
 |
|
Istigazione all’emigrazione
Chi alla fine
se n'è proprio andato.
Chi per la verità
prima
l'aveva anche
più volte detto.
Chi naturalmente
allora
non era
affatto
stato
creduto.
Chi alla fine
o all'inizio,
questo non è ancora
chiaro,
s'era però già comprata
una gran
bella
carta
del mondo,
e la sera
da solo,
se ne stava lì,
per ore,
impalato a guardarla,
mentre lei invece
tranquilla
pendeva solo
dal muro.
A chi in fondo
non disturbava affatto
sentire di notte
i treni
della stazione tiburtina
passare
e ripassare,
anzi,
se ne sentiva
come rassicurato,
nel caso si fosse deciso
un giorno
finalmente,
a lasciarsi
portare,
ed andare.
A chi piaceva
la sera
giocare solo un po'
con certe sue parola,
anche quando gli capitava
di farsi
da solo,
così,
un po'
male.
Chi pare
avesse prese
i punti deboli
degli altri,
e questo sarebbe
inevitabilmente
restato.
Chi,
per sbaglio forse,
doveva aver
preso
proprio quelli più forti,
a giudicare dalle reazioni
suscitate attorno,
e questo se ne sarebbe
dovuto,
prima
o poi,
proprio andare.
Chi si sentiva,
dovunque,
sempre
al centro
del mondo,
e chi
comunque
era già nato
un po' spostato,
alla sua periferia.
Chi infine
parlava a se stesso
un po' la notte,
quando non c'era attorno
nessuno,
la riservatezza protetta
dal buio,
la tensione allentata
dalla stanchezza,
il sonno alle porte,
molto vicino al momento
in cui vige
l'irresponsabilità,
ancora legalmente protetta,
delle vaghe azioni
del sogno.
Chi pare abbia funzionato
bene,
nel mettere un po' di ordine
tra le persone.
E pare che
questa cosa,
una volta,
abbia funzionato
così bene,
che lui sia
progressivamente
diventato
del tutto
superfluo.
Chi un giorno,
impotente,
ha sentito scappar via
per sempre
un suo bel lucente
pensiero,
e allora
ha intonato
uno strano canto
d'addio,
dedicato un po'
anche
a tutti gli altri ignoti
pensieri,
che già in passato,
come ora quest'ultimo,
si erano in qualche modo
per gli altri
silenziosamente
sacrificati.
A chi è capitato,
una volta,
che gli eventi a lui
relativi,
abbiano cominciato da soli
ad un tratto
a muoversi
e a precipitare.
Chi s'era ormai ridotto
a spiare le righe
che i pensieri degli altri
tracciavano
sui loro bei
volti.
Chi vedeva gli altri
caricarsi sempre
di così tante
e gravi
responsabilità,
che cominciò un giorno
maliziosamente
a sospettare,
che queste
avrebbero dovuto
necessariamente
comportare anche
un certo qual
sporco
piacere.
A chi capitava
di capire le cose
tra gli ultimi,
a chi tra i primi.
Ma questo risultava
sempre dipendere,
più o meno
dalla posizione nel carro,
su cui
chi
era comunque
sempre
salito.
Chi sfidava gli altri
a duello
a parole.
E infatti le strade
erano sempre più piene,
dei reduci,
barcollanti
da tali scontri.
Ed i cimiteri
naturalmente
dei relativi morti.
Chi in passato
era stato così
porco,
da essere facilmente
incolpato,
al presente,
anche di tante
reazioni
sbagliate
contrarie.
Chi moriva
abbastanza felice,
mentre andava,
non ancora giunto
all'estremo limite
del suo campo.
E chi ero trovato spesso
solo di mattina,
attorcigliato
attorno a certe
maledette
sbarre.
Chi scopriva una piccola
falla
nel ragionamento di altri
ed ancora stava lì
ad avvertirli.
Chi dopo anni,
ancora ricorda
la posizione esatta
del buco,
ed assapora già il gusto
del prossimo duello
propizio.
Chi scriveva poesia
nera,
part time,
senza marchette.
A chi sembrava che,
far notare troppo la propria
presenza,
quando ormai si giocava
solo al massacro,
fosse diventato per lui
decisamente
pericoloso.
Chi apprezzava
decisamente
più i punti bassi
degli altri,
perché solo così
se li sentiva
molto
più vicini.
Chi si caricava
a stuzzicarlo,
e questo favore
sarebbe stato meglio
non farglielo.
Chi,
prima di cominciare
a credere un po'
in se stesso,
lo chiedava ingenuamente
in giro,
prima,
agli altri.
Chi si era mosso
in una tale
malaccorta
maniera,
che poi non gli restò
molto altro
da fare
che andare
più avanti.
Chi ancora
cercava di capire
tra le risa sguaiate
ed ironiche
degli altri.
Chi era così
presuntuoso,
da pretendere perfino
un po' di rispetto.
Chi viveva di briciole
di rispetto,
che raccoglieva
e conservava gelosamente
la sera,
sul comodino,
prima che i soliti
passeri ignari
ma furbi,
con il loro zac radente
se lo ingoiassero.
Chi povero
viveva di solo
coraggio.
Chi coraggioso
comunicava
ancora con tutti,
nell'acre fischiare di palle
in battaglia.
Chi di giorno
non sembrava
aver paura,
e di notte
comunque era buio
e gli altri non lo
vedevano
Chi viveva sfidando,
nessuno finora
ha capito bene
che cosa
chi
e perché.
Chi metteva paura,
solo perché
non voleva fare
la solita
pena.
Chi si sentiva
così responsabile,
che infatti stava lì
da anni
e responsabilmente
proprio non si muoveva.
Chi la sera,
prima di rincasare,
girava e rigirava
intorno al suo palazzo,
fumando
e pensando,
astrusamente.
Chi amava così tanto
i bambini,
che infatti
fino ad allora
non ne aveva ancora
fatti.
Chi anagraficamente
sarebbe stato già
più che adulto,
ma, attenzione!
che in giro
ci sono anche
tanti falsi
storici.
Chi sembrava essere
solo un poeta,
fiero e povero,
però vicino al suo
dio.
A chi avevano insegnato
così bene,
a rispettare sempre
e comunque
tutti i tempi
degli altri,
che infatti lui
era lì, da bravo,
da anni
fermo,
che li aspettava.
Chi si identificava spesso
in un biglietto,
in una bottiglia
alla deriva
sul mare:
biglietto che
in parte
chiedeva soccorso,
ma in parte
incoraggiava
anche
solo ad andare
a vedere.
Chi in coscienza
credeva di aver
già fatto
il suo passo,
e da anni stava
aspettando
il passo
dell'altro.
Chi,
quando aveva un lampo
di pensiero,
allora trasaliva,
scuoteva la testa,
respirava forte,
inghiottiva,
e riprendeva
testardo
a lavorare.
Chi era da tempo
entrato nel pallone,
e da solo
non c’era proprio verso
che ne uscisse.
Chi era entrato
in una parte.
Chi rideva
degli altri,
un po' troppo
sguaiatamente.
Da chi promanava
un certo calore.
Chi si scaldava
al calore degli
altri.
Chi raggiungeva
la vera estasi
solo nel vero
caldo.
Oppure quelli fatti
con sostanze,
che solo dopo molto
tempo,
all’estero,
avrebbero potuto
raggiungere
il loro punto
interno
d’ebollizione.
|
|
|
|
 |
 |
|
Gli stereotipi all’estero
Gli stereotipi sono nient’altro che punti di riferimenti. Come stelle in un cielo, però oscurato dalle nuvole. Cartine stradali di una città, però bombardata. Gli stereotipi ci servono, cerchiamo delle conferme. E se gli stereotipi non corrispondono alla realtà ci comportiamo in modo da confermarli e dire: avevo ragione.
Io, che arrivato in Germania mi sentivo intelligente e aperto verso il nuovo, cercavo di sfatarli. Preconcetti, dicevo. Confrontavo le realtà. I tedeschi non sono poi così rigidi come di loro si dice in Italia, pensavo se uno mi tagliava la strada in auto, o una ragazza andava in giro a piedi nudi in città. Ora che l’intelligenza l’ho persa, so che per tagliare la strada un’auto non basta, non bastano nemmeno le forbici o mettersi a piedi nudi per trasformare l’asfalto in una spiaggia e credere di essere al lago di Garda.
Mio nonno negli anni venti è emigrato in America, ritornato in Italia ha comprato terre e cascine. Io qua ci posso restare anche trent’anni e i soldi in più che faccio mi servono giusto per pagarmi i viaggi. Si emigra e non ci si arricchisce più. Non si emigra più nemmeno per soldi. Siamo emigranti dell’anima, veniamo per l’amore, per imparare una lingua, fare esperienze. I veri emigranti vengono dall’Africa, loro potrebbero parlare della miseria e del sogno di arricchirsi. Io no.
Gli ultimi italiani che emigrano per fame sono i camerieri. Neanche loro si arricchiscono. I camerieri italiani sono sempre grassottelli, emigrano per fame e li pagano in cibo. Sfruttati dai compaesani, giusto due soldi gli danno. Invece di pagarli gli fanno mangiare quanto vogliono. Loro s’ingolfano di cibo e non imparano nemmeno la lingua. Non sono emigranti dell’anima. Dopo vent’anni che sono qua, a forza di dire: prego si accomodi, signora, cosa vuole ordinare? Pizza, Pizza con ruccola?
Ruccola. Radicchio. Carpaccio. Cappuccino
L’unica cosa che i camerieri sanno dire in tedesco è, se un cliente protesta,: einen Moment, ich hole den Chef.- E arriva l’unico italiano del ristorante che sa parlare tedesco. E così, i nostri padri emigranti hanno costruito le strade che adesso noi intasiamo di pizzerie. E la pizza passi, per mangiarla ti devi sedere, e quando uno il culo non lo muove, fa andare un po’ la testa, legge il menù da seduto, si sente un po’ come con un libro in mano e forse pensa. Ma il peggio sono i caffè, che non ti devi nemmeno sedere. Arrivi lì, di corsa, in piedi, prendi il caffè e vai. Ci sono anche i caffè americani, caffè to go, caffè dappertutto. Bevono tutti il caffè , a Monaco, non si siede più nessuno un ‘ora con la tazza di brodoso Kaffee alla tedesca e la fetta di torta. Macchè! Caffè. Cappuccino. Cafe au lait, caffè to go.
Anche il latte macchiato! L’ultima cosa che avrei mai pensato di trovare in Germania, il paese dove è tutto pulito, adesso nel latte ci fanno la macchia. Macchiato vuol dire con Flecke. Che poi forse i tedeschi che non sporcano è uno stereotipo. Se non sporcassero non importerebbero nemmeno gli stranieri per pulire.
Bisognerebbe scriverlo, cosa significa latte macchiato. Ma forse non ne venderebbero più, e forse non sanno come si traduce e il menú è scritto in italiano per quello. Ma ai monacensi piace così, è fine, è chich. E bevono tanto caffè, e dove finirà la bayerische Gemütlichkeit con tutta questa caffeina in corpo. È una piaga peggio della cocaina. Almeno la cocaina uno la prende di notte va in discoteca, balla, scopa, o tenta di scopare, poi va a letto, da solo, frustrato e al mattino si muove piano. Ma quelli che bevono caffè ce li hai al lavoro, nel metrò, nei negozi, sono agitati, urlano 100 parole in un minuto. Ti snervano. Anche il dentista che ti trapana il dente si è bevuto due caffè e due cappuccini e invece di tranquillizzarti ti alita l’odore del caffè che solo a respirarlo diventi nervoso.
Dove sono finiti i bavaresi bassi, grassocci, con la barba, i Lederhose, che quando li vedevi avevi voglia di andare in eine gemütliche Hutte zum schlafen? Ormai li trovi solo all’Oktoberfest, che si devono ubriacare altrimenti si vergognano di essere vestiti così. O li trovi il primo maggio quando tirano su i Maibaum nelle piazze. Arrivano in 50, tutti vestiti alla bavarese, marciano in fila, muscolosi, quadrati. Non li deride nessuno o viene massacrato.
Li fotografano! Gli stessi tedeschi fotografano i bavaresi. Peggio che allo zoo, peggio che con le bestie.
Sparite anche le giacche blu elettrico e rosso acceso, con il riverse lucente, portati con le calze da tennis. Noi italiani potevamo sfotterli… vestono male i tedeschi, i crucchi. Adesso i monacensi sono vestiti meglio che i milanesi. Giri in centro, Caffè della piazza, gelateria del corso, emporio Armani, salumificio gastronomico… Ma cosa sono venuto qui a fare se non imparo nemmeno la lingua? Mi viene il mal di testa. Devo andare in Apotheke almeno quella è ancora Apotheke. E l’aspirin è aspirin. Secca tagliata. Non aspirina coll’ A ariosa di Italia.
E le donne come sono eleganti, chich. Cool. Alte, carnose, la pelle lattea. Vedevo quei culi nudi di bagnanti all’isar, le tette gustose, cosce muscolose e pensavo alla fame nel terzo mondo. Perché tutta questa carne non la mangia nessun africano?
Le donne tedesche, così coscienti, emancipate, riescono persino a gestire le contraddizioni. Vestiti da 2000 euro, con le scarpe aperte dietro, come ciabatte, però coi tacchi alti. Che ciabatte sono se hanno il tacco batte e disturba il vicino sotto?…non sono ciabatte sono scarpe di lusso, edelschuhe. Già è tutto lusso, edel qua. Le proletarie, prese le vecchie scarpe, le hanno tagliate dietro. Ma il trucco si vede: hanno dimenticato di lavarsi i piedi.
Venuto qua, all’inizio, quando chiedevo qualcosa , quello capiva che ero italiano e rispondeva in italiano. A me piaceva, era un aiuto. Ma adesso dopo vent’anni che sono qui se uno mi parla in italiano m’incazzo. È vent’anni che sono qui, parlo cosí male che non mi capisci? Voglio parlare la tua lingua, non tu la mia.
E lui mi chiede da dove vengo.
Vengo da Asti.
Non conosce Asti e allora dice ach, ja Asti, ich weiss, richtung Toscana.
AHH!non c’è solo la toscana in Italia. E non si scrive con la kappa. No dico Asti è in Piemonte.
Ach ja piemontkirschen! Cigliege del piemonte.
Già le piemontkirschen... il buon cibo dell’Italia.... Le prime volte che tornavo dall’Italia, la nostalgia era forte, riempivo l’auto di buon cibo italiano. L’auto era colma, non avevo più spazio: mettevo una mela al posto del pomello del cambio e un asparago come indicatore della velocità. Mangiavo tanto buon cibo italiano, m’ingrassavo come i camerieri. E poi, il cuore e la pancia pieni di nostalgia, confrontavo il cibo tedesco con quello italiano. Qua mettevano lo zucchero nell’insalate, la marmellata sulla carne. Barbari pensavo. Ma adesso che l’aceto balsamico lo mettono anche sui wurstel, e i piatti pronti sono tutti all’erbe provenzali, gusto mediterraneo, nach toscana art, c’è pure la ciabatta e il ciabattino, io rabbrividisco: il ciabattino è lo schuhmacher, ce ne sono pochi e voi volete mangiarli! Un altro stereotipo che sparisce.
Gli italiani hanno uno stereotipo dei tedeschi: sono sempre ubriachi, bevono troppo. “È nella loro cultura”. Parlano facile, i saputelli. Vorrei vederli al loro posto. Se per giorni e giorni piove ininterrottamente. Graupelregen. Schauerregen. Dauerregen. Eisregen. Sprühregen. Nieselregen. Schneeregen. Pioggia, nient’altro che pioggia. Logico che bevi birra. L’acqua non puoi più nemmeno vederla.
E faceva freddo. Per me non era il freddo il terribile o che la gente fosse talmente imbaccuccata da riuscire nemmeno a parlare. Clima freddo popolo freddo, lo sapevo: facile stereotipo. Per me il terribile era vedere le auto coperte di neve, che facevano i ghiaccioli, le stalattiti, davanti, sulla carrozzeria. Sembravano grotte mobili. Un incubo tra l’arcaico e il tecnologico.
Un giorno ho preso la metrò e le scale mobili erano rotte, die Rolltreppe waren kaputt. E la gente, perché così c’è scritto sul cartello, sulla destra stava ferma e a sinistra andava, rechts stehen und links gehen, anche con la scala mobile guasta. Quel giorno mi sono sentito bene. Ho ricordato una frase di Lenin. La rivoluzione in Germania non può avere luogo. Per fare la rivoluzione bisogna occupare, le stazioni, i binari. Se mando dei tedeschi a farlo loro comprano il biglietto. Se Lenin aveva ragione, forse vedrò il comunismo. Ma il muro era crollato. Il popolo l’aveva buttato giù, a martellate, a gratis. Poi sono arrivate le imprese edili, ruspe, martelli pneumatici, dinamite: tabula rasa. E hanno iniziato un nuovo, enorme cantiere. Il comunismo era fallito: non era un buon affare per il capitalismo.
Uno stereotipo però s’è confermato: i tedeschi parlano poco. Ero arrivato qua nel gennaio del 92. Compravo giornali italiani e leggevo dei primi attacchi dei neonazisti contro gli stranieri. La sera guardavo le notizie al telegiornale tedesco ma non ne parlavano. In estate a Berlino avevano assalito un gruppo di jugoslavi, a uno avevano tagliato la lingua, uno l’avevano ferito che dopo qualche giorno morirà. Una cosa ignobile. Al telegiornale niente. Ma dove sono nel paese delle meraviglie, dove tutto è bello, ordinato e non c’è violenza? Forse sono io che non capisco bene la lingua, magari la notizia l’hanno data e io non l’ho afferrata. Così leggevo la suedddeutsche zeitung, dall’inizio alla fine. Ma neppure lì trovavo notizie di attacchi agli stranieri.
Poi il 23 novembre del 92, l’inganno finisce, la notizia arriva in prima pagina. A Mölln i neonazisti bruciano una casa di turchi. Muoiono tre donne. La Germania si indigna. Si sveglia in una cupa notte piena di fantasmi, cerca di scacciare le tenebre accendendo le candele. I politici iniziano l’autocritica sulle notizie taciute.
Gli stereotipi, siamo soddisfatti se si confermano. Quello stereotipo, di un mostro sanguinario e nazista mi ha fatto male.
|
 |
|
A spasso
Una lavata di mani e dopo la sirena escono le operaie. Scialli e cappotti buttati sui camici blù.
“Adesso vieni tutti i giorni?”
Aldo alza le spalle. “ Com’è andata?”
“Al solito…e tu, trovato qualcosa?”
“Macchè.” Muove la testa verso il cancello. “Non si cambia nessuna.”
“Andiamo mica in ufficio…o in città.”
Aldo sta nettando il risotto dalla pentola, col mestolo.
“Che buono. Non so quante hanno l’uomo così bravo a cucinare.”
“Già e la donna va in fabbrica…”
Mette la pentola sotto l’acqua. Gli si è inversata la voglia di apprezzare da sazio la porosità del legno e il brustolito della crosta.
Dopo il telegiornale non danno niente. Piera sferruzza a un maglioncino di un rosso che può andare bene sia che sarà femmina o maschio.
Che si mischia è una nuvolosità piatta con una nebbia terrea, e che si posa su tutto è una luce fiacca, anche in casa entra, a lampadario acceso. Aldo dà un’occhiata alle inserzioni. Nessun posto da lamierista.
Pensava che doveva decidersi a non cercare più solo il suo mestiere mentre spaccava la legna in cortile, quando alzata la testa vede le nuvole farsi su, inscurirsi e rotolare via.
dopo mangiato prendo la bici
Alla Bonina i bordi delle case sfumano, gli alberi faticano a stagliarsi dalla terra. Il passaggio di un camion non lascia rumori. Solo lo sbatacchiare del telone. Aldo ha l’impulso di accelerare per rivedere quel momento: il telone fluttua come qualcosa che annega nell’aria.
Invece frena. Guarda i punti rossi. Cachi.
Non si ricordava di un caco, lì. Attraversa un canale. L’albero è ridosso al muro di una cascina. Nell’avvicinarsi la nebbia gli soffia addosso. Sale dal fradicio dell’erba. Il rosso dei cachi è una chiazza senza contorno. I rami spariscono. Li immagina attorcigliarsi, condensare la nebbia che gli sgocciola sulla mano. La ritrae.
Prenderne un paio è durato. Adesso non vede dove mette i piedi.
Avanza tastando il muro. Percepisce la nebbia uscire dalle scrostature. Raggiunge un cancello.
“Ehi, c’è nessuno?”
Aldo ha male agli occhi dallo sforzo di vedere, attraverso i battenti, se dalla nebbia sbucava chi aveva zittito il cane.
Dà ancora una voce.
Il cane due abbaiate.
Il cancello viene aperto.
“Cosa c’è?”
“Mi scusi, devo raggiungere la strada ma non vedo a un metro, sa col fosso…non ha una pila?”
“Venga…”
Un forte scrosciare d’acque. Il rumore s’attenua ad un tonfo, la nebbia ad un soffio dell’uomo. Sono in un capannone. Al centro una botola.
“Se questa è chiusa la pila non serve… cos’è, non ci crede?…”
Solleva la botola di un niente. Nebbia. Aldo non vede oltre le braccia.
“Che strano.. . Sa, prima mi sembrava che usciva anche dal muro…”
“Certo, ma solo se il muro è in ordine…con le crepe e le scrostature come si deve…E l’intonaco, non è mica facile, ci vuole la sabbia delle cave del Po e una calce speciale. In primavera con la luce buona lavoro al muro. In certi punti lo intonaco, in altri apro nuove crepe, con un ferro e poi le smusso a sabbia che la sera ho un male alle mani. Quando le crepe sono esauste le lascio riposare un paio d’anni..lascio i mattoni al sole che li fa vigorosi e con l’afa si preparano per quando faranno la nebbia…”
“…non capisco…”
“ Neanch’io capisco la gente che fila anche con la nebbia e poi succedono di quegli incidenti che lo scrivono sui giornali.”
“Allora questa è la fabbrica della nebbia…”
“La fabbrica…è una delle tante…”
“Ieri ho visto la mia donna uscire dalla fabbrica insieme alle altre, erano tutte col grembiule e ho pensato che la fabbrica non fa la galvanica ma le operaie…”
L’uomo sembra stanco di troppo parlare. Aldo non gli chiede se lo prenderebbe a lavorare.
Nel capannone una luce agli sgoccioli, senza raggi: una macchia rossa che si puccia nella foschia.
“Vada, è tardi. Tra un po’ devo aprire…”
Le mura della cascina a tratti scrostate, a tratti intonacate. Un ponteggio su un’ala a mattoni. Un pezzo ammuffito. Non è un pasticcio ma un supremo susseguirsi.
Mancava poco che Piera staccasse. Aldo pedala forte.
Un trattore sferraglia dalle ultime risaie.
“Dài, sú monta…”
“No, che poi mi prendono in giro…”
“Cosa t’importa…o non sai andare in canna…”
“E va be’,stupido…”
“Ho visto la fabbrica della nebbia…”
“ma va là…”
“Davvero, un giorno ti ci porto…C’è un albero di cachi, ne ho preso un paio”
Aldo le alitava tra i capelli per non sentire quanto gli acidi della galvanica glieli avevano impestati. Da domani avrebbe cercato un lavoro qualsiasi.
“Cosa hai fatto di buono?”
“C’è ancora del brodo, risotto o minestra….”
“Risotto.”
“Lì alla fabbrica della nebbia ce n’era così tanta che non vedevo neanche le mani.”
“Sta venendo giù un bel nebbione…”
Aldo non scende dalla bicicletta.
“Piera, ti vanno i tortellini in brodo?… faccio un salto a prenderli.”
Voleva essere lui a tornare e vedere il nebbione appannare le luci di casa, con la donna ad aspettarlo.
|
|
|