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Giulio Bailetti

25.11.2003

Istigazione all’emigrazione

Giulio Bailetti

06.01.2004

Tutto il resto è letteratura

Edoardo Pavese

31.01.2004

Gli stereotipi all’estero

Edoardo Pavese

31.01.2004

A spasso

Istigazione all’emigrazione

   Chi alla fine

se n'è proprio andato.

Chi per la verità

prima

l'aveva anche

più volte detto.

Chi naturalmente

allora

non era

affatto

stato

creduto.

  

   Chi alla fine

o all'inizio,

questo non è ancora

chiaro,

s'era però già comprata

una gran

bella

carta

del mondo,

e la sera

da solo,

se ne stava lì,

per ore,

impalato a guardarla,

mentre lei invece

tranquilla

pendeva solo

dal muro.

 

  

   A chi in fondo

non disturbava affatto

sentire di notte

i treni

della stazione tiburtina

passare

e ripassare,

anzi,

se ne sentiva

come rassicurato,

nel caso si fosse deciso

un giorno

finalmente,

a lasciarsi

portare,

ed andare.

  

   A chi piaceva

la sera

giocare solo un po'

con certe sue parola,

anche quando gli capitava

di farsi

da solo,

così,

un po'

male.

  

   Chi pare

avesse prese

i punti deboli

degli altri,

e questo sarebbe

inevitabilmente

restato.

Chi,

per sbaglio forse,

doveva aver

preso

proprio quelli più forti,

a giudicare dalle reazioni

suscitate attorno,

e questo se ne sarebbe

dovuto,

prima

o poi,

proprio andare.

 

   Chi si sentiva,

dovunque,

sempre

al centro

del mondo,

e chi

comunque

era già nato

un po' spostato,

alla sua periferia.

  

   Chi infine

parlava a se stesso

un po' la notte,

quando non c'era attorno

nessuno,

la riservatezza protetta

dal buio,

la tensione allentata

dalla stanchezza,

il sonno alle porte,

molto vicino al momento

in cui vige

l'irresponsabilità,

ancora legalmente protetta,

delle vaghe azioni

del sogno.

 

   Chi pare abbia funzionato

bene,

nel mettere un po' di ordine

tra le persone.

E pare che

questa cosa,

 

una volta,

abbia funzionato

così bene,

che lui sia

progressivamente

diventato

del tutto

superfluo.

 

   Chi un giorno,

impotente,

ha sentito scappar via

per sempre

un suo bel lucente

pensiero,

e allora

ha intonato

uno strano canto

d'addio,

dedicato un po'

anche

a tutti gli altri ignoti

pensieri,

che già in passato,

come ora quest'ultimo,

si erano in qualche modo

per gli altri

silenziosamente

sacrificati.

 

   A chi è capitato,

una volta,

che gli eventi a lui

relativi,

abbiano cominciato da soli

ad un tratto

a muoversi

e a precipitare.

 

   Chi s'era ormai ridotto

a spiare le righe

che i pensieri degli altri

tracciavano

sui loro bei

volti.

 

   Chi vedeva gli altri

caricarsi sempre

di così tante

e gravi

responsabilità,

che cominciò un giorno

maliziosamente

a sospettare,

che queste

avrebbero dovuto

necessariamente

comportare anche

un certo qual

sporco

piacere.

 

   A chi capitava

di capire le cose

tra gli ultimi,

a chi tra i primi.

Ma questo risultava

sempre dipendere,

più o meno

dalla posizione nel carro,

su cui

chi

era comunque

sempre

salito.

 

   Chi sfidava gli altri

a duello

a parole.

E infatti le strade

erano sempre più piene,

dei reduci,

barcollanti

da tali scontri.

Ed i cimiteri

naturalmente

dei relativi morti.

 

 

 

   Chi in passato

era stato così

porco,

da essere facilmente

incolpato,

al presente,

anche di tante

reazioni

sbagliate

contrarie.

 

   Chi moriva

abbastanza felice,

mentre andava,

non ancora giunto

all'estremo limite

del suo campo.

E chi ero trovato spesso

solo di mattina,

attorcigliato

attorno a certe

maledette

sbarre.

 

   Chi scopriva una piccola

falla

nel ragionamento di altri

ed ancora stava lì

ad avvertirli.

Chi dopo anni,

ancora ricorda

la posizione esatta

del buco,

ed assapora già il gusto

del prossimo duello

propizio.

 

   Chi scriveva poesia

nera,

part time,

senza marchette.

 

   A chi sembrava che,

far notare troppo la propria

presenza,

quando ormai si giocava

solo al massacro,

fosse diventato per lui

decisamente

pericoloso.

 

   Chi apprezzava

decisamente

più i punti bassi

degli altri,

perché solo così

se li sentiva

molto

più vicini.

  

   Chi si caricava

a stuzzicarlo,

e questo favore

sarebbe stato meglio

non farglielo.

 

   Chi,

prima di cominciare

a credere un po'

in se stesso,

lo chiedava ingenuamente

in giro,

prima,

agli altri.

 

   Chi si era mosso

in una tale

malaccorta

maniera,

che poi non gli restò

molto altro

da fare

che andare

più avanti.

 

   Chi ancora

cercava di capire

tra le risa sguaiate

ed ironiche

degli altri.

 

   Chi era così

presuntuoso,

da pretendere perfino

un po' di rispetto.

 

   Chi viveva di briciole

di rispetto,

che raccoglieva

e conservava gelosamente

la sera,

sul comodino,

prima che i soliti

passeri ignari

ma furbi,

con il loro zac radente

se lo ingoiassero.

 

   Chi povero

viveva di solo

coraggio.

Chi coraggioso

comunicava

ancora con tutti,

nell'acre fischiare di palle

in battaglia.

 

   Chi di giorno

non sembrava

aver paura,

e di notte

comunque era buio

e gli altri non lo

vedevano

 

   Chi viveva sfidando,

nessuno finora

ha capito bene

che cosa

chi

e perché.

 

   Chi metteva paura,

solo perché

non voleva fare

la solita

pena.

 

   Chi si sentiva

così responsabile,

che infatti stava lì

da anni

e responsabilmente

proprio non si muoveva.

 

   Chi la sera,

prima di rincasare,

girava e rigirava

intorno al suo palazzo,

fumando

e pensando,

astrusamente.

 

   Chi amava così tanto

i bambini,

che infatti

fino ad allora

non ne aveva ancora

fatti.

 

   Chi anagraficamente

sarebbe stato già

più che adulto,

ma, attenzione!

che in giro

ci sono anche

tanti falsi

storici.

 

   Chi sembrava essere

solo un poeta,

fiero e povero,

però vicino al suo

dio.

 

   A chi avevano insegnato

così bene,

a rispettare sempre

e comunque

tutti i tempi

degli altri,

che infatti lui

era lì, da bravo,

da anni

fermo,

che li aspettava.

 

   Chi si identificava spesso

in un biglietto,

in una bottiglia

alla deriva

sul mare:

biglietto che

in parte

chiedeva soccorso,

ma in parte

incoraggiava

anche

solo ad andare

a vedere.

 

   Chi in coscienza

credeva di aver

già fatto

il suo passo,

e da anni stava

aspettando

il passo

dell'altro.

  

   Chi,

quando aveva un lampo

di pensiero,

allora trasaliva,

scuoteva la testa,

respirava forte,

inghiottiva,

e riprendeva

testardo

a lavorare.

 

   Chi era da tempo

entrato nel pallone,

e da solo

non c’era proprio verso

che ne uscisse.

 

   Chi era entrato

in una parte.

 

   Chi rideva

degli altri,

un po' troppo

sguaiatamente.

 

   Da chi promanava

un certo calore.

Chi si scaldava

al calore degli

altri.

Chi raggiungeva

la vera estasi

solo nel vero

caldo.

 

   Oppure quelli fatti

con sostanze,

che solo dopo molto

tempo,

all’estero,

avrebbero potuto

raggiungere

il loro punto

interno

d’ebollizione.

 

 

 

Gli stereotipi all’estero

 

 Gli stereotipi sono nient’altro che punti di riferimenti. Come stelle in un cielo, però oscurato dalle nuvole. Cartine stradali di una città, però bombardata. Gli stereotipi ci servono, cerchiamo delle conferme. E se gli stereotipi non corrispondono alla realtà ci comportiamo in modo da confermarli e dire: avevo ragione.

 Io, che arrivato in Germania mi sentivo intelligente e aperto verso il nuovo, cercavo di sfatarli. Preconcetti, dicevo. Confrontavo le realtà. I tedeschi non sono poi così rigidi come di loro si dice in Italia, pensavo se uno mi tagliava la strada in auto, o una ragazza andava in giro a piedi nudi in città. Ora che l’intelligenza l’ho persa, so che per tagliare la strada un’auto non basta, non bastano nemmeno le forbici o mettersi a piedi nudi per trasformare l’asfalto in una spiaggia e credere di essere al lago di Garda.

 

 Mio nonno negli anni venti è emigrato in America, ritornato in Italia ha comprato terre e cascine. Io qua ci posso restare anche trent’anni e i soldi in più che faccio mi servono giusto per pagarmi i viaggi. Si emigra e non ci si arricchisce più. Non si emigra più nemmeno per soldi. Siamo emigranti dell’anima, veniamo per l’amore, per imparare una lingua, fare esperienze. I veri emigranti vengono dall’Africa, loro potrebbero parlare della miseria e del sogno di arricchirsi. Io no.

 Gli ultimi italiani che emigrano per fame sono i camerieri. Neanche loro si arricchiscono. I camerieri italiani sono sempre grassottelli, emigrano per fame e li pagano in cibo. Sfruttati dai compaesani, giusto due soldi gli danno. Invece di pagarli gli fanno mangiare quanto vogliono. Loro s’ingolfano di cibo e non imparano nemmeno la lingua. Non sono emigranti dell’anima. Dopo vent’anni che sono qua, a forza di dire: prego si accomodi, signora, cosa vuole ordinare? Pizza, Pizza con ruccola?

 Ruccola. Radicchio. Carpaccio. Cappuccino

 L’unica cosa che i camerieri sanno dire in tedesco è, se un cliente protesta,: einen Moment, ich hole den Chef.- E arriva l’unico italiano del ristorante che sa parlare tedesco. E così, i nostri padri emigranti hanno costruito le strade che adesso noi intasiamo di pizzerie. E la pizza passi, per mangiarla ti devi sedere, e quando uno il culo non lo muove, fa andare un po’ la testa, legge il menù da seduto, si sente un po’ come con un libro in mano e forse pensa. Ma il peggio sono i caffè, che non ti devi nemmeno sedere. Arrivi lì, di corsa, in piedi, prendi il caffè e vai. Ci sono anche i caffè americani, caffè to go, caffè dappertutto. Bevono tutti il caffè , a Monaco, non si siede più nessuno un ‘ora con la tazza di brodoso Kaffee alla tedesca e la fetta di torta. Macchè! Caffè. Cappuccino. Cafe au lait, caffè to go. 

 Anche il latte macchiato! L’ultima cosa che avrei mai pensato di trovare in Germania, il paese dove è tutto pulito, adesso nel latte ci fanno la macchia. Macchiato vuol dire con Flecke. Che poi forse i tedeschi che non sporcano è uno stereotipo. Se non sporcassero non importerebbero nemmeno gli stranieri per pulire.

 Bisognerebbe scriverlo, cosa significa latte macchiato. Ma forse non ne venderebbero più, e forse non sanno come si traduce e il menú è scritto in italiano per quello. Ma ai monacensi piace così, è fine, è chich. E bevono tanto caffè, e dove finirà la bayerische Gemütlichkeit con tutta questa caffeina in corpo. È una piaga peggio della cocaina. Almeno la cocaina uno la prende di notte va in discoteca, balla, scopa, o tenta di scopare, poi va a letto, da solo, frustrato e al mattino si muove piano. Ma quelli che bevono caffè ce li hai al lavoro, nel metrò, nei negozi, sono agitati, urlano 100 parole in un minuto. Ti snervano. Anche il dentista che ti trapana il dente si è bevuto due caffè e due cappuccini e invece di tranquillizzarti ti alita l’odore del caffè che solo a respirarlo diventi nervoso.

 

 Dove sono finiti i bavaresi bassi, grassocci, con la barba, i Lederhose, che quando li vedevi avevi voglia di andare in eine gemütliche Hutte zum schlafen? Ormai li trovi solo all’Oktoberfest, che si devono ubriacare altrimenti si vergognano di essere vestiti così. O li trovi il primo maggio quando tirano su i Maibaum nelle piazze. Arrivano in 50, tutti vestiti alla bavarese, marciano in fila, muscolosi, quadrati. Non li deride nessuno o viene massacrato.

 Li fotografano! Gli stessi tedeschi fotografano i bavaresi. Peggio che allo zoo, peggio che con le bestie.

 

 Sparite anche le giacche blu elettrico e rosso acceso, con il riverse lucente, portati con le calze da tennis. Noi italiani potevamo sfotterli… vestono male i tedeschi, i crucchi. Adesso i monacensi sono vestiti meglio che i milanesi. Giri in centro, Caffè della piazza, gelateria del corso, emporio Armani, salumificio gastronomico… Ma cosa sono venuto qui a fare se non imparo nemmeno la lingua? Mi viene il mal di testa. Devo andare in Apotheke almeno quella è ancora Apotheke. E l’aspirin è aspirin. Secca tagliata. Non aspirina coll’ A ariosa di Italia.

 

 E le donne come sono eleganti, chich. Cool. Alte, carnose, la pelle lattea. Vedevo quei culi nudi di bagnanti all’isar, le tette gustose, cosce muscolose e pensavo alla fame nel terzo mondo. Perché tutta questa carne non la mangia nessun africano?

 Le donne tedesche, così coscienti, emancipate, riescono persino a gestire le contraddizioni. Vestiti da 2000 euro, con le scarpe aperte dietro, come ciabatte, però coi tacchi alti. Che ciabatte sono se hanno il tacco batte e disturba il vicino sotto?…non sono ciabatte sono scarpe di lusso, edelschuhe. Già è tutto lusso, edel qua. Le proletarie, prese le vecchie scarpe, le hanno tagliate dietro. Ma il trucco si vede: hanno dimenticato di lavarsi i piedi.

 

 Venuto qua, all’inizio, quando chiedevo qualcosa , quello capiva che ero italiano e rispondeva in italiano. A me piaceva, era un aiuto. Ma adesso dopo vent’anni che sono qui se uno mi parla in italiano m’incazzo. È vent’anni che sono qui, parlo cosí male che non mi capisci? Voglio parlare la tua lingua, non tu la mia.

 E lui mi chiede da dove vengo.

 Vengo da Asti.

 Non conosce Asti e allora dice ach, ja Asti, ich weiss, richtung Toscana.

 AHH!non c’è solo la toscana in Italia. E non si scrive con la kappa. No dico Asti è in Piemonte.

Ach ja piemontkirschen! Cigliege del piemonte.

 Già le piemontkirschen... il buon cibo dell’Italia.... Le prime volte che tornavo dall’Italia, la nostalgia era forte, riempivo l’auto di buon cibo italiano. L’auto era colma, non avevo più spazio: mettevo una mela al posto del pomello del cambio e un asparago come indicatore della velocità. Mangiavo tanto buon cibo italiano, m’ingrassavo come i camerieri. E poi, il cuore e la pancia pieni di nostalgia, confrontavo il cibo tedesco con quello italiano. Qua mettevano lo zucchero nell’insalate, la marmellata sulla carne. Barbari pensavo. Ma adesso che l’aceto balsamico lo mettono anche sui wurstel, e i piatti pronti sono tutti all’erbe provenzali, gusto mediterraneo, nach toscana art, c’è pure la ciabatta e il ciabattino, io rabbrividisco: il ciabattino è lo schuhmacher, ce ne sono pochi e voi volete mangiarli! Un altro stereotipo che sparisce.

 

 Gli italiani hanno uno stereotipo dei tedeschi: sono sempre ubriachi, bevono troppo. “È nella loro cultura”. Parlano facile, i saputelli. Vorrei vederli al loro posto. Se per giorni e giorni piove ininterrottamente. Graupelregen. Schauerregen. Dauerregen. Eisregen. Sprühregen. Nieselregen. Schneeregen. Pioggia, nient’altro che pioggia. Logico che bevi birra. L’acqua non puoi più nemmeno vederla.

 E faceva freddo. Per me non era il freddo il terribile o che la gente fosse talmente imbaccuccata da riuscire nemmeno a parlare. Clima freddo popolo freddo, lo sapevo: facile stereotipo. Per me il terribile era vedere le auto coperte di neve, che facevano i ghiaccioli, le stalattiti, davanti, sulla carrozzeria. Sembravano grotte mobili. Un incubo tra l’arcaico e il tecnologico.

 

 Un giorno ho preso la metrò e le scale mobili erano rotte, die Rolltreppe waren kaputt. E la gente, perché così c’è scritto sul cartello, sulla destra stava ferma e a sinistra andava, rechts stehen und links gehen, anche con la scala mobile guasta. Quel giorno mi sono sentito bene. Ho ricordato una frase di Lenin. La rivoluzione in Germania non può avere luogo. Per fare la rivoluzione bisogna occupare, le stazioni, i binari. Se mando dei tedeschi a farlo loro comprano il biglietto. Se Lenin aveva ragione, forse vedrò il comunismo. Ma il muro era crollato. Il popolo l’aveva buttato giù, a martellate, a gratis. Poi sono arrivate le imprese edili, ruspe, martelli pneumatici, dinamite: tabula rasa. E hanno iniziato un nuovo, enorme cantiere. Il comunismo era fallito: non era un buon affare per il capitalismo.

 

 Uno stereotipo però s’è confermato: i tedeschi parlano poco. Ero arrivato qua nel gennaio del 92. Compravo giornali italiani e leggevo dei primi attacchi dei neonazisti contro gli stranieri. La sera guardavo le notizie al telegiornale tedesco ma non ne parlavano. In estate a Berlino avevano assalito un gruppo di jugoslavi, a uno avevano tagliato la lingua, uno l’avevano ferito che dopo qualche giorno morirà. Una cosa ignobile. Al telegiornale niente. Ma dove sono nel paese delle meraviglie, dove tutto è bello, ordinato e non c’è violenza? Forse sono io che non capisco bene la lingua, magari la notizia l’hanno data e io non l’ho afferrata. Così leggevo la suedddeutsche zeitung, dall’inizio alla fine. Ma neppure lì trovavo notizie di attacchi agli stranieri.

 Poi il 23 novembre del 92, l’inganno finisce, la notizia arriva in prima pagina. A Mölln i neonazisti bruciano una casa di turchi. Muoiono tre donne. La Germania si indigna. Si sveglia in una cupa notte piena di fantasmi, cerca di scacciare le tenebre accendendo le candele. I politici iniziano l’autocritica sulle notizie taciute.

 Gli stereotipi, siamo soddisfatti se si confermano. Quello stereotipo, di un mostro sanguinario e nazista mi ha fatto male.

 

A spasso

 

 Una lavata di mani e dopo la sirena escono le operaie. Scialli e cappotti buttati sui camici blù.

 “Adesso vieni tutti i giorni?”

 Aldo alza le spalle. “ Com’è andata?”

 “Al solito…e tu, trovato qualcosa?”

 “Macchè.” Muove la testa verso il cancello. “Non si cambia nessuna.”

 “Andiamo mica in ufficio…o in città.”

 

Aldo sta nettando il risotto dalla pentola, col mestolo.

 “Che buono. Non so quante hanno l’uomo così bravo a cucinare.”

 “Già e la donna va in fabbrica…”

 Mette la pentola sotto l’acqua. Gli si è inversata la voglia di apprezzare da sazio la porosità del legno e il brustolito della crosta.

 Dopo il telegiornale non danno niente. Piera sferruzza a un maglioncino di un rosso che può andare bene sia che sarà femmina o maschio.

 

 Che si mischia  è una nuvolosità piatta con una nebbia terrea, e che si posa su tutto è una luce fiacca, anche in casa entra, a lampadario acceso. Aldo dà un’occhiata alle inserzioni. Nessun posto da lamierista.

 Pensava che doveva decidersi a non cercare più solo il suo mestiere mentre spaccava la legna in cortile, quando alzata la testa vede le nuvole farsi su, inscurirsi e rotolare via.

       dopo mangiato prendo la bici

 

 Alla Bonina i bordi delle case sfumano, gli alberi faticano a stagliarsi dalla terra. Il passaggio di un camion non lascia rumori. Solo lo sbatacchiare del telone. Aldo ha l’impulso di accelerare per rivedere quel momento: il telone fluttua come qualcosa che annega nell’aria.

 Invece frena. Guarda i punti rossi. Cachi.

 Non si ricordava di un caco, lì. Attraversa un canale. L’albero è ridosso al muro di una cascina. Nell’avvicinarsi la nebbia gli soffia addosso. Sale dal fradicio dell’erba. Il rosso dei cachi è una chiazza senza contorno. I rami spariscono. Li immagina attorcigliarsi, condensare la nebbia che gli sgocciola sulla mano. La ritrae.

 Prenderne un paio è durato. Adesso non vede dove mette i piedi.

 Avanza tastando il muro. Percepisce la nebbia uscire dalle scrostature. Raggiunge un cancello.

 “Ehi, c’è nessuno?”

 

 Aldo ha male agli occhi dallo sforzo di vedere, attraverso i battenti, se dalla nebbia sbucava chi aveva zittito il cane.

 Dà ancora una voce.

 Il cane due abbaiate.

 Il cancello viene aperto.

 “Cosa c’è?”

 “Mi scusi, devo raggiungere la strada ma non vedo a un metro, sa col fosso…non ha una pila?”

 “Venga…”

 Un forte scrosciare d’acque. Il rumore s’attenua ad un tonfo, la nebbia ad un soffio dell’uomo. Sono in un capannone. Al centro una botola.

 “Se questa è chiusa la pila non serve… cos’è, non ci crede?…”

 Solleva la botola di un niente. Nebbia. Aldo non vede oltre le braccia.

 “Che strano.. . Sa, prima mi sembrava che usciva anche dal muro…”

 “Certo, ma solo se il muro è in ordine…con le crepe e le scrostature come si deve…E l’intonaco, non è mica facile, ci vuole la sabbia delle cave del Po e una calce speciale. In primavera con la luce buona lavoro al muro. In certi punti lo intonaco, in altri apro nuove crepe, con un ferro e poi le smusso a sabbia che la sera ho un male alle mani. Quando le crepe sono esauste le lascio riposare un paio d’anni..lascio i mattoni al sole che li fa vigorosi e con l’afa si preparano per quando faranno la nebbia…”

 “…non capisco…”

 “ Neanch’io capisco la gente che fila anche con la nebbia e poi succedono di quegli incidenti che lo scrivono sui giornali.”

 “Allora questa è la fabbrica della nebbia…”

 “La fabbrica…è una delle tante…”

 “Ieri ho visto la mia donna uscire dalla fabbrica insieme alle altre, erano tutte col grembiule e ho pensato che la fabbrica non fa la galvanica ma le operaie…”

 L’uomo sembra stanco di troppo parlare. Aldo non gli chiede se lo prenderebbe a lavorare.

 Nel capannone una luce agli sgoccioli, senza raggi: una macchia rossa che si puccia nella foschia.

 “Vada, è tardi. Tra un po’ devo aprire…”

 Le mura della cascina a tratti scrostate, a tratti intonacate. Un ponteggio su un’ala a mattoni. Un pezzo ammuffito. Non è un pasticcio ma un supremo susseguirsi.

 Mancava poco che Piera staccasse. Aldo pedala forte.

 Un trattore sferraglia dalle ultime risaie.

 

 “Dài, sú monta…”

 “No, che poi mi prendono in giro…”

 “Cosa t’importa…o non sai andare in canna…”

 “E va be’,stupido…”

 “Ho visto la fabbrica della nebbia…”

 “ma va là…”

 “Davvero, un giorno ti ci porto…C’è un albero di cachi, ne ho preso un paio”

 Aldo le alitava tra i capelli per non sentire quanto gli acidi della galvanica glieli avevano impestati. Da domani avrebbe cercato un lavoro qualsiasi.

 “Cosa hai fatto di buono?”

 “C’è ancora del brodo, risotto o  minestra….”

 “Risotto.”

 “Lì alla fabbrica della nebbia ce n’era così tanta che non vedevo neanche le mani.”

 “Sta venendo giù un bel nebbione…”

 Aldo non scende dalla bicicletta.

 “Piera, ti vanno i tortellini in brodo?…  faccio un salto a prenderli.”

 Voleva essere lui a tornare e vedere il nebbione appannare le luci di casa, con la donna ad aspettarlo.

 

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