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Categoria: Cultura
Pubblicato Martedì, 13 Settembre 2016 12:39

Bellezza

Pasquale Episcopo

Monaco, 13 settembre 2016.
Non è facile dire cos’è la bellezza, ma credo possiamo essere tutti d’accordo nel considerarla una caratteristica della natura. A volte è difficile riconoscerla e sta a noi riuscire a scoprirla.

Alcune settimane fa ero affacciato al balcone e guardavo la strada. Era una domenica, la giornata era fresca e non c’erano rumori. A un tratto davanti agli occhi mi sono apparsi due uccelli bellissimi. Erano due ghiandaie in amore che si inseguivano volando da un balcone all’altro, da un albero all’altro, da un ramo all’altro. Era chiaro che erano pazzamente innamorati l’uno dell’altro. Uccelli pieni di grazia: visti dall’alto era possibile ammirare la bellezza, lo splendore del colore azzurro delle loro ali. In un gioco di brevi voli si allontanavano e si riavvicinavano senza mai perdersi di vista. Poi sono scomparsi oltre il tetto della casa.

Nella mia vita ho avuto la fortuna di conoscere tante cose belle: il mare, la montagna, la campagna. Ma anche la pittura, la scultura, la musica. Cose meravigliose che mi hanno affascinato. Cose che hanno raggiunto il mio cuore parlando il linguaggio universale delle emozioni. Un linguaggio che arriva a noi senza fare uso delle parole. Se però vogliamo descriverle, queste bellezze, oppure se vogliamo raccontare a qualcuno le emozioni che ci hanno dato, allora dobbiamo necessariamente fare uso della parola e della lingua. E non c’è altra lingua che svolga questa funzione meglio della propria lingua madre.

La bellezza può quindi trovare posto anche nei pensieri e nelle parole degli uomini.
I pensieri prendono forma attraverso le parole e queste diventano strumento di comprensione e comunicazione, di descrizione e conoscenza. Questo strumento, semplice e potente al tempo stesso, è usato quotidianamente da chi insegna. Per questo insegnare è il più bel mestiere del mondo. Lo è ancora di più quando si insegna una lingua. Prendiamo i genitori. Per legge naturale hanno il compito, nient’affatto facile né scontato, di crescere i propri figli insegnando loro tutto ciò che riguarda la vita, almeno fino a quando diventano grandi e indipendenti. Assolvono a questo compito con la parola. Con la parola trasmettono conoscenze, valori, cultura ai loro bambini fin da quando sono piccolissimi. Nel contempo gli insegnano la lingua. Non per caso la lingua che si apprende fin dalla nascita si chiama lingua madre. Per “par conditio” bisognerebbe aggiungere “padre”. Madre e padre sono la squadra formidabile che consente la propagazione della cultura e della lingua tra generazioni. L’essere genitori si manifesta e si concretizza nell’essere insegnanti e maestri. Maestri di vita. Personalmente ho avuto anch’io questo privilegio. E l'ho fatto con una bambina che oggi è bilingue. Forse anche per questo son diventato insegnante di lingua.

Il filosofo Cartesio ha detto “cogito, ergo sum”, frase che mi ha affascinato fin da quando ero un liceale e che oggi, da insegnante, nella mia mente (e nel mio cuore) si è trasformata in “loquor, ergo sum”. Perché io esisto veramente solo quando parlo. Quando parlo la mia lingua.

Lingua madre. Lingua di mia madre e di mio padre.
Lingua della mia infanzia, del gioco, della gioia, dello stupore.
Lingua di affetti e sentimenti, di speranze e sogni, di nostalgie e rimpianti.
Lingua di sospiri, di amori e di dolori. Lingua di vezzeggiativi.

Lingua del bel canto, di cultura e di poesia.
Lingua nobile e generosa, schietta e sincera.
Lingua dolce, gaia, allegra, leggera.
Lingua amata, eppur tradita.
Mia lingua.

La bella lingua italiana.

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