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Categoria: L'Italia in Baviera
Pubblicato Venerdì, 03 Dicembre 2010 17:03

Il Festival di Monaco 2007

La finale della Gasteig nella scia della tradizione

Am 17. Juni 2007 wurde Giancarlo Spadaccini aus Abruzzen zum Sieger des „Festival della Canzone Italiana d’Autore” gekürt. Im Gegensatz zum vergangenen Festival wurden die Erwartungen bei der diesjährigen dritten Veranstaltung nicht im vollem Umfang erfüllt.

Rosanna Ricciardi

Dopo la pausa  è la volta degli ospiti, che di nuovo sono grandi nomi e danno lustro alla manifestazione: il primo ad esibirsi è Amedeo Minghi, presidente della giuria tecnica, che canta “Un uomo venuto da lontano”. Il brano, ispirato alla vita di Giovanni Paolo II, già canta to in sua presenza durante un concerto alla Sala Nervi in Vaticano, è accompagnato da quello che è l’unico video musicale al mondo con immagini di un pontefice. A seguire un medley dei successi del cantautore romano e il gruppo tedesco Shariwari con la canzone arrivata terza nell’ottobre del 2005.

Se si fanno vocalizzi á la Bocelli l’applauso già si riscalda un po’. Se infine ci si ispira al De André della microstoria e delle cronache di paese le mani battono a lungo, qualcuno urla un Bravo!” e l’autore convince la Giuria e vince il Festival. In mezzo a questi estremi l’orecchio un minimo al corrente della scena musicale italiana più o meno recente riconosce echi di Caparezza, Vinicio Capossela, qualche neomelodico, Patty Pravo e via cantando. Lo avevamo notato anche la precedente edizione, quando però gli artisti ci avevano colpito per la maggiore personalità e per doti abbastanza peculiari. Per passare agli aspetti positivi, ad Alfredo di Cesare vanno alcuni grandi meriti, tra cui quello di essere riuscito a riempire la Carl-Orff-Saal della Gasteig e quello di affidare il compito di giudicare a persone competenti e coraggiose che, sia per l’edizione passata che per quella di quest’anno, hanno scelto l’artista che ai pur evidenti modelli di riferimento forniva l’apporto più personale e innovativo, premiando non soltanto le doti canore, ma l’interpretazione a tutto tondo, che non è solo questione di ottave. Ci avevano scommesso e ci speravano un po’ tutti quelli che si erano scambiati opinioni sulla serata durante l’intervallo.

La terza edizione del Festival di Monaco è stata un successo nonostante alcuni aspetti non ci abbiano pienamente convinto: la scaletta della serata ha subito (più di) qualche intoppo, la presentatrice era molto emozionata e la maggior parte dei cantanti e delle canzoni dava un‘impressione di “deja vu” e, più grave ancora, di  “deja entendu”. Non ce ne abbia a male l’instancabile Alfredo di Cesare per queste critiche e ci perdoni, pensando che in genere a reagire con più durezza sono magari  i delusi che più avevano creduto in qualcosa, come noi dopo la riuscitissima edizione dell’ottobre 2005.Inoltre questo del porsi in maniera troppo esplicita nel solco di una tradizione fin troppo collaudata non è solo un problema del Festival monacense, ma in generale di tutte le manifestazioni giovani e desiderose di affermarsi: forse per andare sul sicuro vengono selezionati a partecipare artisti che, almeno nella canzone e nell’interpretazione scelta per l’occasione, si rifanno in maniera a volte pedissequa a cantanti noti.
Il livello di presa sul pubblico presente in sala è in genere direttamente proporzionale al livello di qualità e/o popolarità del modello di riferimento. Se si portano i capelli come Pupo, ci si muove come il primo Zucchero e si cantano versi un po’ banali si raccoglie un applauso di circostanza e qualche commento sarcastico sussurrato all’orecchio del vicino.
Ad infiammare la sala arriva poi il cantautore siciliano Pippo Pollina, come il pubblico e come tanti di noi migrante, palermitano approdato a Ginevra, amico e collaboratore di guru della musica sia italiana che tedesca, come Franco Battiato e Konstantin Wecker. Prima alla chitarra e poi al pianoforte, accompagnato alla chitarra elettrica da Enzo Sutera, presenta in due lingue e con voce graffiata, ognuno dei brani che canta, brani che raccontano di storie minime (Il pianista di Montevideo) e massime (I cento passi), di storie familiari (Sambadiò, ninnananna scritta per i figli) e di storie di ribellione (Sotto la ruota). E tutti i brani, nella scia della più nobile tradizione cantautoriale italiana, ritemprano i timpani, offrono spunti di riflessione e accarezzano l’anima. Nella scia di questa tradizione ben si pone quello che molti si auguravano vincesse e che conquista il primo posto di quest’anno, prima della simpatica partenopea Dora Cardone e della eterea Patrizia Cirulli. Il vincitore di questa terza edizione si chiama Giancarlo Spadaccini ed è un signore abruzzese alto alto dai pantaloni senape che racconta una storia di emigrazione, tema ricorrente non solo nei testi di questi Festival monacensi: si pensi a “Nuovomondo”, il visionario, potente e poetico film di Emanuele Crialese al momento anche nelle sale tedesche. E se in quest’ultimo la nonna siciliana decide di tornare subito al paese, perché capisce le contraddizioni oltratlantiche non appena sbarcata ad Ellis Island, il nonno dell’artista abruzzese “discese la scala come un  pastore dal monte, il tempo che serve a chi va a transumare, pochissimi anni si fermò a lavorare”, prima di tornare al paese in pieno boom e scegliere in controtendenza l’orto al negozio. Spadaccini canta questa storia di famiglia con ispirazione, ma senza cadere nel patetismo, è accompagnato dal chitarrista Peppino Forte e dal fisarmonicista Pino Borromeo e ha presenza scenica e potere di trascinare tanto il pubblico quanto gli altri partecipanti al Festival, che lo accompagnano nel coro finale.

 

L’ultimo commento è del patron della manifestazione che sottolinea il messaggio di pace della musica “purtroppo assente” nelle troppe zone in cui al momento si combatte. Non ce ne voglia Alfredo di Cesare, se la nostra riflessione finale confuta questa sua affermazione: la musica soppravive - per fortuna - anche nelle zone più disperate del nostro sofferente pianeta. Dalla Palestina all’Iraq, dall’Afghanistan alle zone martoriate della provincia napoletana come nei sobborghi newyorchesi esistono oasi di note: nelle ninnananne delle madri, nei rap dei giovani, nell’orchestra interetnica dell’israeliano Barenboim. Solo che chi governa i fili della comunicazione ritiene a volte più utile far risuonare il suono monocorde e mortifero delle bombe e dei Kalashnikov che non il linguaggio universale della musica degli oppressi.

Nato nel 1956 a Vasto in Abruzzo, dove vive,Giancarlo Spadaccini si è accostato negli anni Settanta alla musica dei cantautori italiani. Ha scritto canzoni per la semplice voglia di scrivere fino al 2003, anno in cui ha autoprodotto il suo primo CD: “Millemani”. La canzone è per lui “un mezzo per comunicare un messaggio, una maniera di condividere esperienze, sogni ed utopie”. Di ritorno da una gita con amici musicisti, durante la quale avevano visitato la tomba di Lucio Battisti, ha preso forma il progetto: un CD con le canzoni di Battisti interpretate da loro.

Gli apprezzamenti delle persone che lo hanno ascoltato “sono stati determinanti per continuare e, così, con molta più maturità e convinzione” ha presentato il secondo CD dal titolo: “ Rime e dolori”. L’unica critica che non accetta è quella riferita alla sua età. Si può cominciare a cantare a 45 anni? Sì, è l’esperienza più gratificante che si possa fare!


(2007-3 pg 4)

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