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I "Poeti Siciliani"

Colti dilettanti di poesia

Alessandra Sorrentino

La lingua italiana è famosa per le antiche origini e per i poeti che la usarono, ma quando e per merito di chi il volgare italiano,  la parlata del volgo, assurge a dignità di lingua e la  poesia in volgare a dignità di arte? Questa è una domanda a cui non tutti sono in grado di rispondere. Le origini della lingua italiana risalgono al XIII secolo; in epoca tarda rispetto alla lingua volgare francese, ritroviamo le prime testimonianze in volgare italiano agli inizi del 1200 in Sicilia.

Fu infatti sotto Federico II di Svevia che nacque la cosiddetta  Scuola Siciliana, da cui il nome dei  suoi componenti i siciliani. La definizione "Scuola Siciliana” la ritroviamo per la prima volta nel "Trionfo d’amore”di Francesco Petrarca, mentre il nome "siciliani” venne attribuito a questi poeti da Dante Alighieri nel "De vulgari eloquentia” e stava ad identificare un folto numero di compositori lirici che, alla corte dello Svevo, misero le basi per la nascita di una poesia profana e laica. Federico II conobbe in Germania i Minnesänger (cantori d’amore) tedeschi  e attraverso loro venne in contatto con la poesia provenzale. Tornato definitivamente in Italia, diffuse stile e poetica della neonata poesia "francese” anche nel sud della penisola. La prima testimonianza di lingua italiana sarà quindi un miscuglio di latino e provenzale. Ciò che stupisce sono i temi trattati in questa prima rudimentale forma di poesia. Per la prima volta, nella cattolicissima Italia, si parla di amore profano, di amanti, di mariti gelosi, di morti per amore, di amori tormentati. Prima di allora la scrittura era un’arte riservata agli appartenenti alla gerarchia ecclesiastica.

Gli uomini di chiesa erano gli unici a conoscere il latino e a scrivere versi. La struttura laica dello stato federiciano permise l’ascesa di una classe di burocrati colti, che nel tempo libero si dilettarono componendo poesie. È ad uno di questi burocrati/poeti, Giacomo da Lentini, che si deve l’invenzione del sonetto,  componimento  poetico in cui si trasferisce nella lirica cortese il metro popolare siciliano dei canti d’amore, lo strambotto. Il sonetto sarà utilizzato da moltissimi poeti italiani, non ultimo Ugo Foscolo. Non tutti i poeti della corte di Federico furono così dotati, per la maggior parte di loro la poesia fu soprattutto un modo di evadere la realtà, intrattenimento nelle serate mondane. In questi componimenti non si utilizzano riferimenti spaziotemporali, le storie si svolgono in mondi fantastici, dove le donne sono sempre superbe, fredde e distanti e gli uomini vassalli in attesa di ricevere i favori dell’amata irraggiungibile. I sentimenti espressi sono sempre disperati e tragici. Tema ricorrente è la paura di manifestare l’amore, così come la presenza dei malparlieri, cortigiani  perfidi che informano i mariti dell’esistenza dell’amante e che causano, con il loro parlare, eventi tragici. Sul piano stilistico la novità della poesia siciliana, rispetto a quella provenzale e tedesca, è che si presenta come testo di lettura, mentre le altre due venivano concepite per essere accompagnate dalla musica. Il componimento poetico abbinato alla musica e quindi alla danza era visto come espressione della corporalità e come tale faceva riferimento al concetto di basso, che in epoca medioevale  era assimilabile ad una concezione materiale, profana e negativa della realtà mondana.

Invece, l’elaborazione di un testo scritto era espressione dell’intellettualità e quindi faceva riferimento al concetto di alto, nella cultura medioevale era ricollegabile ad una concezione spirituale, sacra e positiva della realtà trascendentale. Questo cambiamento è da mettersi in relazione anche al differente ruolo che gli autori ebbero alla corte di Federico II. Coloro che componevano poesie, non erano più semplici giullari,girovaghi che passavano di corte in corte, figure ambigue al confine tra sacro e profano che raccontavano storie accompagnandosi con strumenti musicali di vario genere, come nella tradizione provenzale e in quella tedesca. Alla corte di Federico II i poeti erano funzionari laici, vivevano stabilmente a corte e pur avendo un ruolo importante all’interno di essa, erano colti dilettanti di poesia, come li definì Dante. Le cariche di prestigio rivestite dai poeti all’interno della struttura burocratica del regno di Sicilia conferirono anche ai componimenti maggiore dignità. In qualche modo la poesia in lingua volgare italiana cominciò, in questo periodo sotto la tutela di Federico II di Svevia, il cammino che la portò ad essere considerata non più passatempo di corte, bensì a tutti gli effetti un’Arte.

(2004-4 pg 20)

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