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Nuova emigrazione e disagio psicologico: percorsi di donne italiane a Monaco di Baviera

(Comunicato stampa: Contributo di Camilla Tucci-Fritsch - psicologa presso la Caritas di Monaco - in occasione dell'INCONTRO RETEDONNE "DONNE D'EUROPA", svoltosi a Monaco  il 29 novembre 2014).

Monaco, 5 dicembre 2014.
Diversi percorsi hanno condotto le donne italiane nell'ultimo decennio a trasferirsi dall'Italia alla Germania (ricerca di un lavoro, desiderio di un futuro migliore circa condizioni socio-economiche precarie, oppure per seguire il marito nella scelta di lavorare all'estero, per motivi di studio, convivenza con un partner tedesco) ma alcune difficoltà hanno rappresentato un minimo comune denominatore  nell'esperienza dell'integrazione sociale nel nuovo contesto culturale.

Confrontarsi con modi di fare, stili di vita, costumi e mentalità differenti da quelle abituali e conosciute risulta un processo piuttosto impegnativo che richiede una ridefinizione dei propri schemi di riferimento mentali.

A livello relazionale esprimersi in una lingua diversa dalla propria può impedire a volte di realizzare una comunicazione autentica e spontanea, così come può rappresentare un limite all'espressione della propria personalità.

Nella mia attività di psicologa e psicoterapeuta che lavora a Monaco quasi esclusivamente con connazionali italiani ho avuto modo di conoscere diverse storie di vita e percorsi di donne che si sono trasferite dall'Italia.

Ho incontrato persone per le quali il processo di adeguamento, alla nuova realtà sociale e culturale, è stato difficile, persone che prima di poter ridefinire i propri schemi di riferimento mentali avevano problemi a gestire il sentimento emerso della propria vulnerabilità.

Rispetto al tema dell'identità se ci riferiamo al concetto di "una costruzione dinamica da rinnovare continuamente nella relazione con l'altro" ( T. Baubet, R. Moro, 2015), si comprende come tale costruzione possa venir scossa dal trasferimento ambientale e da un cambiamento delle reti sociali e stile dei rapporti interpersonali.

Nel processo d'integrazione sociale è necessario un processo d’integrazione psicologico ovvero rimodellare la propria identità per tenere insieme presente, passato e futuro e vivere un senso di continuità personale. Nella migrazione ci confrontiamo con alcuni conflitti da gestire, con possibili frustrazioni dei bisogni emotivi di base, con situazioni di stress. Per questo dobbiamo poter attingere a risorse personali e ambientali. Tutti questi aspetti rappresentano delle sfide che si ripercuotono sul senso della nostra autostima.

Rispetto ai conflitti pensiamo ad esempio:

a) Qual è il nostro atteggiamento di fronte alla diversità e il nuovo? Entrano in campo meccanismi di rifiuto dati dall’incertezza?

b) quanto ci focalizziamo sulle nuove possibili chance rispetto alla perdita? Riusciamo a tollerare l’attesa e sopportare la frustrazione temporanea in vista di una futura realizzazione dei desideri? E´ più forte il senso di perdita per la casa, il proprio territorio, la rete sociale, le possibilità comunicative, il clima, il cibo, le usanze, a volte l'identità professionale, il contatto con i familiari, le amicizie, luoghi di riferimento etc.?;

c) altro conflitto è tra il desiderio di essere come gli altri (per evitare la sensazione di esclusione) e il desiderio di essere diverso (per continuare a sentirsi se stessi);

d) il possibile disorientamento temporaneo rispetto al senso di autoefficacia e di autonomia stimola  comportamenti di dipendenza che impediscono l’adattamento? O al contrario la tendenza a essere autonomi si scontra con la necessità di dipendere?

Il processo di emigrazione implica anche una diminuzione delle possibilità di rispondere ai bisogni emotivi fondamentali quali la sicurezza dei legami affettivi, il sentire di appartenere a una comunità, l'essere riconosciuti da altri individui, il sentirsi competenti o il potersi esprimere liberamente con spontaneità.

Tutti gli aspetti menzionati possono dunque rappresentare una minaccia alla stabilità del nostro senso di valore personale. Quando non si riescono a gestire in modo adeguato tali situazioni o tollerare i relativi stati interiori si può arrivare a mettere in discussione la fiducia nelle proprie capacità, abilità e risorse personali. Il confronto con ostacoli quotidiani può far perdere di vista i successi già raggiunti in passato e le qualità positive che si possiedono, lasciando il campo al sentimento d'inadeguatezza o a reazioni difensive di ostilità rispetto all’ambiente sociale. Una diminuzione della propria autostima rappresenta la possibile conseguenza di tali processi.

Attraverso la mia attività di psicologa per la Caritas ho inoltre avuto modo di rilevare alcuni fattori di stress incontrati dalle donne nei primi anni dopo il loro trasferimento dall’Italia:

-condizioni socio-economiche svantaggiate (implicano sacrificio, assenza di svago o di tempo libero e momenti di aggregazione sociale);

-mantenimento di un ruolo tradizionale in famiglia (donna responsabile per l’andamento famigliare domestico, le cure mediche, i rapporti con la scuola, l’educazione dei figli e piccolo impiego lavorativo per arrotondare lo stipendio);

-scarsa conoscenza della lingua tedesca o incertezze nella proprietà di linguaggio (limite alla creazione di rapporti interpersonali e per l'espressione di sé);

-problemi di coppia con presenza di  disturbi da dipendenze del partner quali alcool, gioco d'azzardo patologico e abuso di sostanze stupefacenti (maltrattamenti e assenza di sostegno nella gestione dei problemi familiari),

-ridefinizione del proprio ruolo sociale e professionale (nel caso di matrimoni misti o trasferimento per lavoro spesso è la donna a rinunciare ad una carriera lavorativa o ad una realizzazione professionale);

-mancanza d'informazioni relative al sistema sociale ad es. in ambito lavorativo, sanitario, scolastico, di previdenza sociale etc. (difficoltà ad orientarsi e sperimentarsi come autonome);

-perseguimento di obiettivi diversi nello stile educativo fra le due culture (disciplina-indipendenza-autonomia in contrasto con spontaneità-senso della famiglia-protezione)

La ricerca e la letteratura degli ultimi anni, sia in ambito clinico sia psicopedagogico, hanno messo in rilievo col termine di resilienza alcuni fattori protettivi in caso di esperienze relative agli “urti della vita” e conseguente stress, i quali consentono di riorganizzare positivamente la propria vita.

Tali fattori si possono riassumere nei seguenti punti: -senso di fiducia personale e autonomia, capacità di risolvere I problemi, capacità di prendere decisioni, aperture verso le relazioni sociali, -sapersi porre obiettivi ed essere in grado di raggiungerli, -avere figure positive di riferimento dentro e fuori la famiglia, capacità d’integrare diverse parti di sé e sperimentare coerenza.

In mancanza di tali fattori di protezione (resilienza), lo stress e il conseguente senso di sopraffazione e minaccia rappresentano una condizione che favorisce l'insorgere di disturbi psichici quando la persona non dispone di una rete sociale di sostegno emotivo e si trova in una condizione di squilibrio.

Nell’attività di consulenza e psicoterapia ho conosciuto donne emigrate anche di recente che in seguito ad esperienze di frustrazione dei propri bisogni di base ed in seguito al sommarsi di eventi stressanti hanno sviluppato negli ultimi anni in prevalenza disturbi di ansia e di tipo depressivo.

 

Il Servizio psicologico per stranieri della Caritas (che offre consulenza psicologica in madrelingua per cittadini provenienti oltre che dall'Italia anche dalla Grecia, Spagna, Portogallo, Ex - Jugoslavia, Russia, Turchia) rappresenta, assieme al “Migrationsdienst”, un importante punto di riferimento a Monaco  per le donne italiane che si trovano in situazioni personali di crisi legate anche alle difficoltà incontrate nel processo d’integrazione e adattamento in Germania.

Spesso la possibilità di parlare con una psicologa che sia italiana oltre che favorire il processo di comunicazione ha permesso alla persona che richiedeva un sostegno di sentirsi accolta e compresa anche in un paese "straniero". La condivisione di una stessa cultura rappresenta inoltre di per sé un elemento di fiducia e una maggiore possibilità di apertura per chi si trova a chiedere aiuto.

L'utenza che si rivolge al consultorio della Caritas ha per lo più uno status socio economico delle fasce più svantaggiate e proviene prevalentemente dalle regioni del Sud-Italia.

La richiesta di aiuto scaturisce da un disagio psichico, vissuto in momenti di crisi, ma può nascere anche dal bisogno di un sostegno per problemi dovuti a disturbi psichici conclamati. Donne con figli in età scolare richiedono anche una consulenza per problemi riguardanti l’educazione, il comportamento sociale e il rendimento scolastico dei propri figli. In quest’ambito un intervento di mediazione, fra genitori e insegnanti, risulta spesso utile per chiarire malintesi culturali attribuibili a stili comportamentali educativi e mentalità differenti.

Per quanto riguarda il supporto socio-pedagogico in campo psichiatrico il Servizio psicologico della Caritas, tramite l’offerta del Betreutes Wohnen (lett. Abitare con collaboratori sociali e infermieristici), ha consentito a molte donne con disturbi psichici di riconquistare la fiducia in se stesse e combattere anche per recuperare autonomia e migliorare eventuali ridotte capacità educative così da poter esercitare il loro ruolo genitoriale.

Qui di seguito presenterò le aree d’intervento del Servizio e una sua breve descrizione:

PDA: Consultorio per le familgie e le singole persone che hanno problemi relativi a situazioni di crisi o necessitano di consulenze per l’educazione o problemi di coppia, oppure hanno bisogno di sostegno psicologico in ambito psichiatrico o di un programma di aiuto per il reinserimento nella vita sociale.

Il PDA ha 2 Team di operatori. Un primo team si occupa della consulenza psicologica ed è composto da cinque psicologhe e due assistenti sociali (con formazione per la psicoterapia) e offre la possibilità di consulenze nelle  seguenti lingue: italiano, russo, turco, serbocroato, greco, spagnolo e portoghese. L’altro Team é composto 15 tra assistenti sociali e psicoeducatori/trici e 2 psicologhe e svolge il suo lavoro nelle sedi Landwehrstraße 26 e Schrenkstraße 9. Le competenze linguistiche disponibili sono: inglese, albanese, bulgaro, polacco, russo, serbo-croato, francese, spagnolo, portoghese, ucraino, turco, curdo, greco. L’utenza è costituita da migranti che hanno una patologia psichica, hanno almeno 20 anni, appartengono alla circoscrizione di Monaco e non hanno come patologia di primo piano dipendenze o ritardo mentale. Le prestazioni previste da tale misura di assistenza sono aiuti per il reinserimento nella vita sociale che prevedono: sostegno nella gestione della vita quotidiana, nell’essere autonomi e mantenere condizioni abitative adeguate; consulenze per problemi pratici e momenti di crisi; sostegno per le pratiche burocratiche e il contatto con le strutture sanitarie; aiuti per il reinserimento lavorativo o attività di formazione; organizzazione del tempo libero e attività di socializzazione. Tutto ciò viene realizzato attraverso la stesura di un piano individuale, interventi di prevenzione con colloqui individuali e attività di gruppo, con attenzione agli aspetti culturali dei possibili disagi, consulenza ai famigliari e offerte di aiuto rivolte ai figli dei pazienti. Tale servizio esiste da ormai sette anni ed è cresciuto ampliandosi sempre più fino a raggiungere la capacità odierna di 82 posti.

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